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Editoriale

Fuori onda

Il governo è quasi pronto e sarà lo splendido frutto della profonda sintonia tra il leader del Pd e il capo di Forza Italia. I due si piacciono e si capiscono, vogliono finalmente dare al paese quella scossa liberale che il petulante Alfano cerca di ostacolare con le sue richieste sulla maggioranza fotocopia del governo Letta (che naturalmente ha ottenuto). La festa è stata rovinata da Grillo (nel format dello streaming), ma Renzi avrà trovato consolazione al Quirinale dove è salito in serata per riferire al presidente Napolitano.

Al termine delle consultazioni Matteo Renzi era soddisfatto per «l’ottimo lavoro», come anche Silvio Berlusconi che ha praticamente votato la fiducia «al presidente incaricato e al suo team», nella forma di un forte incoraggiamento per la riuscita dell’impresa. A guastare l’armonia ci ha pensato Grillo, spintonato dalla Rete a varcare la porta delle consultazioni che avrebbe volentieri disertato lasciando il segretario-presidente alla trattativa con il pregiudicato.

La giornata che ha segnato il primo giro di boa della crisi di governo è una rappresentazione abbastanza veritiera e una fotografia purtroppo fedele di questo festival della politica italiana. Dove chi di televisione ferisce di streaming perisce e chi viene riesumato come sponsor delle riforme istituzionali poi diventa padre costituente.

Il momento più spettacolare della giornata, dunque il più significativo per la rilevanza nel mercato politico elettorale, è stato il faccia a faccia tra Renzi e Grillo, un breve atto unico che ha premiato l’esperienza del vecchio attore bravo ad affondare il coltello nel fianco del suo intorlocutore, quel «ragazzo giovane ma vecchio», quel sindaco-segretario-presidente che pensava di rifilargli in diretta la tiritera del programma salva-Italia quando i contenuti più rilevanti sono «il camper, la bici e la smart», cioè gli attrezzi del marketing di successo. Perché se invece degli slogan dovessimo veramente prendere in considerazione le proposte e i programmi concordati con Alfano e Berlusconi, allora sì che la scena si farebbe veramente pesante.

Grillo ha avuto buon gioco con il passepartout del «ma chi ti crede, tu che dici una cosa e la smentisci il giorno dopo, parli di programmi ma rappresenti le banche, gli industriali, vuoi la Tav e privatizzi l’acqua pubblica». Argomenti forti poi replicati nell’incontro con i giornalisti, categoria del disonore perché «se siamo al 70esimo posto nella libertà di stampa qualche responsabilità ce l’avete anche voi». Il povero (si fa per dire) Renzi ha piazzato un paio di battute riuscite («Beppe esci dal blog, sembri un incrocio tra Gasparri e la Biancofiore»), ma si è dovuto presto arrendere al copione grillesco (magari non gradito da una parte dei suoi elettori e deputati) di andare alle consultazioni unicamente per marcare la distanza tra il palazzo vecchio e il Popolo. Una distanza alimentata, e ieri splendidamente illustrata, dall’intesa con il caimano più che dallo streaming grillino.