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Editoriale

Matteo Renzi un politico postdemocratico

Renzi, Grillo, Berlusconi. Il 17-18 per cento è quanto valgono, nei rispettivi partiti, i leader che ne sono, fin dalle origini, i padroni. La sfiducia nella democrazia diventa formidabile strumento di consenso con la macchina mediatica schierata al gran completo. In Italia non esiste oggi una forza di sinistra. Per questo renzismo, grillismo, berlusconismo hanno dilagato. Bisognerebbe iniziare a costruirla

Matteo Renzi

Il dato più rilevante di questa breve ma intensissima fase storica resta, senza ombra di dubbio, l’affermazione elettorale (soprattutto in termini percentuali) di Matteo Renzi. Il giovane leader è arrivato a questa affermazione, come non mi stanco di ripetere, senza nessuna delle tradizionali investiture “democratiche” in uso nel sistema politico italiano dal 1945 in poi. Renzi ha iniziato la sua conquista del potere arrivando con le primarie dell’8 dicembre 2013, d’un balzo solo, alla segreteria del Pd. Da lì spicca la sua rapida ascesa al governo, con mezzi (e forzature) parlamentari, anche in questo caso fondamentalmente fuori della consuetudine e ampiamente discutibili.

Tutto ciò, però, ha ricevuto subito dopo il consenso, che suona approvativo, di un numero (percentualmente) impensabile di elettori fino a qualsiasi consultazione precedente. Questo cursus e queste coincidenze andrebbero interpretati meglio di quanto finora non sia stato fatto.
Un’ipotesi possibile (del resto tutt’altro che sorprendente): Renzi “carica” di aspettative il vecchio elettorato “democratico”, fino a prospettargli la concreta possibilità di una vittoria, considerata generalmente fino a quel momento del tutto irraggiungibile (questa porzione più tradizionale dell’elettorato Pd pensa: «almeno una volta voglio vincere»); e vi aggiunge un quoziente piuttosto elevato di elettori provenienti da altre aree (centro-destra, grillini, centro democratico…).

Mettendo insieme i due fattori, si spiega perché le avanzate più consistenti si siano verificate nelle ex regioni rosse (Toscana, Emilia, Umbria). Insomma, il vecchio elettorato, invece di sciogliersi nell’astensionismo, si consolida presumibilmente intorno al 23-24%; di suo Renzi vale il resto, ossia il 17-18%, più o meno quanto valgono nei rispettivi partiti quelli che ne sono fin dalle loro origini i “padroni” (Berlusconi e Grillo), così come Renzi innegabilmente lo è diventato del suo dopo questo successo elettorale.
Dunque il conflitto politico in Italia diventa sempre di più, non solo come ho scritto altre volte, una gara talvolta molto accanita, ma non fra “avversari” bensì fra “concorrenti”, data la crescente omogeneità dei loro comportamenti e delle loro parole, ma più esattamente fra “concorrenti” che sono i veri e propri “padroni” dei partiti che si sono trovati, con modalità diverse, a guidare.

E cioè: non solo Renzi è diventato extra legem segretario del proprio partito, e poi, subito dopo, con modalità alquanto discutibili, Presidente del Consiglio: ma, vincendo con un risultato indubitabile le elezioni, ha posto le premesse (di cui già si scorgono gli svolgimenti) perché le gare interne a quella formazione politica e in quell’area di governo in cui ha scelto di correre fossero rapidamente e per sempre liquidate.

Cercare di capire perché abbia scelto di correre in questa formazione e non in una delle altre in cui, verosimilmente, considerando il suo profilo politico-culturale, avrebbe potuto tranquillamente farlo, sarebbe un altro interessante discorso, che però si potrebbe affrontare solo con una migliore conoscenza dei fattori in causa. Com’è riuscito a farlo?

La risposta a questa domanda sarebbe essenziale per impiantare il “che fare”, di cui, con un minimo di chiarezza, avremmo bisogno. Io avanzo due ipotesi, strettamente collegate fra loro.
La prima è che Renzi non smette di promettere urbi et orbi di avere in mano (oppure di essere in grado di avere, prima o poi, ma la differenza fra il “certo” e il “probabile” non è mai avvertibile nel suo eloquio sommario) gli strumenti per far fronte alla crisi economico-sociale del paese: da questo punto di vista non risparmia le rassicurazioni e, come anticipo, allunga un po’ di soldi alla povera gente.

La seconda, meno visibile ma più profonda, è che Renzi, non meno di Grillo e di Berlusconi, ma in questo momento più credibilmente degli altri due, punta sull’innegabile crisi di tenuta democratica del paese, – lo scarso funzionamento degli organismi rappresentativi, il degrado dei vecchi partiti e del vecchio ceto politico, la corruzione dilagante, ecc., – per dire: con i miei metodi, che vanno e promettono di andare sempre di più nella direzione di un radicale superamento dell’antiquato, ormai inservibile macinino democratico, si andrà avanti molto meglio. Così lui trasforma la sfiducia e talvolta la rabbia nei confronti della “democrazia”, che è un dato reale, diffuso ovunque in questo paese, in un formidabile strumento di consenso. Lui è già di per sé un politico post-democratico: basta che lo dica o anche si limiti a farlo capire, per suscitare un moto di simpatia anche da parte di quelli che sono stati educati ad un rispetto sacrale nei confronti della democrazia.

Il gioco per ora funziona benissimo, anche perché tutta la macchina dei media è schierata come un sol uomo dietro questa prospettiva (e anche questo sarebbe da interpretare meglio e da capire).
Del resto, non è la prima volta, in Italia e altrove, che un’investitura di tipo autoritario s’impone registrando un consenso plebiscitario di massa. Quando lui ipotizza e propugna, al posto di un onesto, magari mediocre, partito di centro-sinistra, che rappresenta una parte per armonizzarla con il tutto (ovvero, per armonizzarla con il tutto, restando però a rappresentare quella parte), il cosiddetto Partito della Nazione, a nessuno viene in mente che un obiettivo e una definizione di tale natura avrebbero potuto confarsi anche al Partito Nazionale Fascista o al Partito (appunto) Nazionalsocialista. Certo, non è la stessa cosa, ma ogni qualvolta si evoca la Nazione (con la maiuscola, per giunta), sarebbe d’obbligo che i precedenti vengano alla mente.

Ma veniamo alla pratica spicciola, quella che fa vedere meglio le cose come sono: l’obiettivo principale, comunque chiarissimo, consiste nell’assoggettare al nuovo meccanismo di potere quanto, politicamente e strutturalmente, gli può risultare incongruo o resistente. Per cui facile previsione: il pubblico, anzi il Pubblico, nella sua accezione più vasta, e cioè burocrazia, magistratura, scuola, università, sanità, beni culturali, sovrintendenze, ecc. ecc., e cioè quanto è stato costruito nel corso di decenni per avere una sua propria autonomia nel concerto generale degli organi dello Stato, verrà sottoposto ad un attacco senza esclusione di colpi. Non a caso, anche in questo caso, organi di stampa e media sono impegnati in una vibrante campagna di moralizzazione per cogliere e sanzionare le colpe dei “sistemati”: guadagnano troppo, lavorano poco, sono lenti, rallentano, si oppongono al “fare”, ecc. Il fatto che in molti casi, ovviamente, questo sia anche vero non toglie rilevanza la fatto che l’obiettivo della campagna non sia far funzionare meglio il sistema, ma assoggettarlo del tutto al comando del Sovrano.

Ho seguito con grande attenzione, – ma forse un po’ troppo da lontano, le vicende della lista Tsipras, la cui affermazione, pur con molti limiti, dimostra che un punto di partenza ancora esiste. Ho polemizzato con Barbara Spinelli prima del voto, perché essa, in un’intervista al manifesto (14 maggio) additava nei grillini il punto di riferimento fondamentale post votum della nuova esperienza («ci sono molte posizioni di Grillo completamente condivisibili e fra l’altro simili se non identiche alle nostre»). La posizione, profondamente erronea, è stata portata avanti fino a un momento prima che il Movimento 5 Stelle siglasse l’accordo con gli xenofobi e parafascisti di Nigel Farage. La scelta della Spinelli di andare a Bruxelles in barba alle dichiarazioni precedenti, chiude un po’ malinconicamente la questione, e ne riapre una grande come una casa. Ora, infatti, sappiamo con assoluta chiarezza che Grillo e il grillismo sono avversari nostri non meno, e forse più, di Matteo Renzi (il che non esclude, che fra i grillini ce ne siano molti per bene e con cui si può combinare qualcosa insieme). E allora?
In Italia, altra grande anomalia nazionale, – non esiste, e dopo la definitiva (ripeto: definitiva) uscita di scena in questo senso del Pd non esiste più, una decente formazione di centro-sinistra, – magari la più moderata che si possa immaginare, la meno virulenta, ben radicata formazione di estrema sinistra. Non esiste neanche, – si potrebbe dire così, – una seria, decente, responsabile formazione di sinistra. Per questo berlusconismo, grillismo e ora renzismo hanno dilagato e dilagano.

Hic Rhodus, hic salta. Ossia: se non si prova ad affrontare questo problema, meglio dedicarsi alle parole crociate. Quando la definisco, provvisoriamente, una seria, decente, ben radicata formazione di sinistra, non intendo la spontanea convergenza di una serie di formazioni spontanee, come in fondo è stata, – e per la parte migliore che ha rappresentato e rappresenta, – la lista Tsipras. Sono l’unico appena professore, certo, di sicuro non professorone, che ha avuto contatti diretti con la realtà vivente dei Comitati (gli altri, sovente, ne hanno parlato per sentito dire). Sono stato coordinatore per molti anni della “Rete dei Comitati per la difesa del territorio”. Insieme con altre preziose esperienze, ne ho ricavato questo convincimento: nessuna realtà politica nuova potrà fare a meno della linfa vitale che i Comitati sprigionano; ma nessun insieme di Comitati, – una Rete, ad esempio, – potrà mai da sè, e spontaneamente, mettere in piedi una realtà politica generale. Questo soggetto politico una volta si chiamava partito. Possiamo cambiargli nome. Ma la sostanza è quella.

Detto così, può sembrare un appello a fare ricorso non alla cabala ma alla Lampada di Aladino. Faccio una proposta. Da dove si comincia per cominciare la costruzione di una realtà politica nuova? Dall’alto, dal basso, dall’esistente o dal futuribile, dagli spezzoni residui del grande disastro o da quelli, più immaginati che reali, della rete in via di costruzione? Io comincerei dal programma. Dieci, dodici punti che spieghino perché si sta insieme, e si sta insieme qui e non altrove. Aspettare che la riforma renziana della politica, dello stato e dell’economia vada avanti è profondamente autolesionistico. Chi non ci sta, lo dica ed esca allo scoperto. E lavori perché le idee, se non le membra, tutte le membra, emergano finalmente dal guazzabuglio universale. Non so se la proposta abbia un senso. Ma so che è così che si fa se si vuole che ne abbia uno. In fondo, all’inizio, non si tratta che di fare una cosa semplicissima e alla portata di tutti: pensare.

  • Max lo scettico

    Concordo con quanto scritto da Asor Rosa: Renzi, Grillo e Berlusconi sono tre espressioni diverse (tre conati) dell’anti-democrazia.
    Ciò detto, la palude parlamentare (che costituisce una parte importante degli eletti) si è dimostrata negli ultimi decenni profondamente antidemocratica.
    Come uscirne ?

  • http://controcorrenzi.altervista.org/blog ControcorRenzi Blog

    Caro Asos, essere antigrillini non vuol dire forzatamente essere dalla parte del giusto. Preoccupiamoci piuttosto di evitare un altro ventennio berlusco-renziano, sennò finisce che mentre perdiamo tempo a discutere se grillo ha scoreggiato o meno, quelli sono già scappati con la refurtiva

  • Riccardo

    Le osservazioni iniziali sono anche condivisibili. Si apprezza lo sforzo di Asor Rosa di fare un discorso “ordinato” a sinistra.
    Veniamo alle proposte/soluzioni di Asor Rosa:
    1) Il partito, come organo imprescindibile di un’organizzazione politica. Pensiero filosofico, ideale, partito, prassi. Il PCI.
    E adesso, su quali ideali ricominciare? Con quale pensiero? Con Marx? Adesso che abbiamo visto che, come contestazione filosofica al capitalismo, non va più bene?
    Ottimo quindi l’invito finale di Asor Rosa: occorre pensare.
    2) Nella conclusione, Asor Rosa parte affermando che inizierebbe dal programma (dei punti di programma, come il M5S e la Lista
    Tsipras). Poi, si risponde che non ha senso. Intellettualmente onesto, lui che ha vissuto tempi di grandi ideali, si rende conto che il programma veniva da là. Dagli ideali. Dall’idealismo.
    Qui casca l’asino.
    Ora, siamo in tempi di morte degli ideali.
    E Asor Rosa è completamente spiazzato – lui che vive, come tutti noi di sinistra, il crollo di questo grande sistema di pensiero, a cui siamo tutti ancora aggrappati.
    Sa che “è così che si fa” se si vuole dare un senso (partito, punti di programma – e pensa al PCI).
    E nello stesso tempo, sa anche che non ha più senso.

  • Nicola Mason

    L’articolo è molto interessante e in larga parte condivisibile, ma avrei la curiosità di confrontarmi con l’autore sull’affermazione secondo cui non esiste un partito di Sinistra in Italia, neanche moderato.
    Sebbene con i suoi difetti (e nessun partito è perfetto), SEL esiste ancora, e penso si possa serenamente posizionare politicamente a Sinistra. Mi chiedo il motivo di questa amnesia…

  • Nik

    E’ condivisibile l’analisi sull’inesistenza di una sinistra di prospettiva e non minoritaria ,e sulla realtà di tre raggruppamenti di tipo personalistico e autoritario che dominano la realtà politica italiana. Sul che fare per costruire una sinistra nuova non solo Asor Rosa è vago. Ma è reticente! Ci sono alcuni suoi colleghi o ex colleghi, e non solo, che da alcuni anni sono impegnati per cercare di costruire un soggetto politico nuovo di sinistra: Marco Revelli, Luciano Gallino, Paul Ginsborg per citarne alcuni che sono stati protagonisti dell’esperienza della lista Sipras, a livello nazionale e locale, dando un contributo non irrilevantza al risultato insieme a SEL e Rifondazione, non solo come figure rappresentative e simboliche, ma a livello locale (per esempio in Sardegna), con appassionati militanti raccoglitori di firme e organizzatori di iniziative. Asor Rosa ignora colpevolmente ( se è critico può dirlo) il tentativo che con ALBA ( Alleanza per il Lavoro Beni Comuni Ambiente) fa da alcuni anni per far nascere un soggetto politico nuovo di sinistra in Italia, non ignorato per esempio da Rodota’ e altri intellettuali noti e meno noti e da diverse centinaia di attivisti che dalla Sardegna alla Toscana al Piemonte alla Campania da alcuni anni resistono e sono attivi. Asor Rosa lo sa, non può non saperlo: ma ignora il tentativo! E la cosa triste è che sul CHE FARE è molto meno brillante, anzi inesistente, che sulla puntuale analisi del degrado e della pericolosa involuzione della politica in Italia.

  • francescocalbi

    la sinistra è vincente da sempre nella storia con i partigiani e l’armata rossa ha vinto sul nazifascismo e sullo zarismo ha vinto sull’impero in cina e sui vari dittatori nel mondo compresa la vittoria con mandela. dopo di chè si è trattato di combattere i rigurgiti che ancora tentano di dominare e sono sempre violenti armati e sanguinari. c’è stata la vittoria della sinistra nella conquista dei diritti in europa e america. il pd viene comunque da lì anche se c’è chi non vuole accettarlo e vede tutti uguali e vede solo berluska ovunque. dopo 70 anni c’è un governo tendente a sinistra non ancora di sinistra perchè democraticamente si conquista una virgola ogni dieci anni. il governo di sinistra bersani-vendola è stato sventato dai fascisti grilli di pseudo-sinistra. la differenza tra questo governo e i precedenti è abissale, soltanto essere così rappresentati è una meraviglia in confronto agli infami criminali precedenti