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Editoriale

Ma la guerra fredda Usa-Erdogan resta

Turchia. L’avvicinamento alla Russia e all’Iran, nel mirino costante di Washington, ha allontanato Ankara dalla Nato, per entrare a tutti gli effetti in una nuova ed opposta coalizione regionale. Lo dimostrano la guerra siriana e il tentativo americano di creare una Nato araba a guida israeliana

Che cosa può cambiare nella Turchia «strategica» dopo la vittoria a Istanbul del sindaco dell’opposizione Imamoglu? La guerra fredda in corso tra Usa e Turchia, oltre alle tensioni l’Iran, è il vero fattore esplosivo della regione.

Come si potrebbe schierare la Turchia in caso di guerra a Teheran? Già nel 1991 con Turgut Ozal e nel 2003 con Erdogan rifiutò il passaggio delle truppe Usa dirette in Iraq e rimane in Turchia una delle basi americane più importanti (Incirlik).

I rapporti tra Erdogan e Washington sono gelidi da quando la Turchia, membro storico della Nato, ha deciso di acquistare i missili S-400 russi. Gli Usa hanno bloccato la consegna dei caccia F-35 e Trump ha tolto le esportazioni di Ankara in Usa dalla lista preferenziale che consente a una novantina di paesi di vendere in America senza imposizione di dazi. Un’evidente ritorsione per gli accordi con Putin, non solo sui missili ma anche sul Turkish Stream (il gasdotto dalla Russia che aggira l’Ucraina) e le centrali nucleari.

In realtà è accaduto che con Erdogan la Turchia ha cambiato campo. Gli Usa e l’Europa in questi anni non hanno mai saputo davvero cosa fare con Erdogan, tranne da parte dell’Unione firmare un accordo miliardario per tenersi 3 milioni di profughi siriani. L’imbarazzo è stato palpabile durante il colpo di stato fallito del 15 luglio 2016 quando i militari Usa abbandonarono la base di Incirlik, rimasta senza luce per alcuni giorni. Proprio mentre esponenti del governo accusavano gli Usa di avere sostenuto il golpe e i seguaci di Fethullah Gulen, in esilio negli Stati uniti dal’99.

Alla fine della seconda guerra mondiale, nella quale era rimasta neutrale, Ankara si era schierata con gli Stati Uniti nella competizione della Guerra Fredda. I turchi, infatti, vennero aiutati dagli americani nel campo economico e della difesa.

Questo era il dispositivo della «Dottrina Truman», il presidente che in un discorso del 1947 teorizzò la necessità di assistere Grecia e Turchia per impedire che, tramite infiltrazioni comuniste, diventassero Paesi filo-sovietici.

Nel 1952 il Paese entrò poi a pieno titolo nell’Alleanza Atlantica creata dagli Usa in opposizione alla minaccia di invasione dell’Urss. Successivamente gli Stati Uniti schierarono le testate nucleari in Turchia, considerata l’avamposto di un eventuale attacco a Mosca. Dagli anni Settanta, inoltre, la Turchia si è impegnata a condividere i principi fondativi dell’Unione Europea e dal 2003 ha avviato le riforme per chiedere l’adesione. Da quegli anni i negoziati hanno subìto diversi rinvii a causa delle resistenze di alcuni Stati come la Germania e la Francia.

In realtà la Turchia è stata ipocritamente tenuta nella d’aspetto dell’Unione ben sapendo che né Berlino né Parigi avrebbero mai accettato il suo ingresso in Europa. Dal tentato golpe in avanti la Turchia ha dimostrato un evidente allontanamento dal mondo occidentale, costruendo invece proficue relazioni con la Russia e l’Iran. La Russia ha bisogno di un importante alleato come la Turchia per poter avere facile accesso al Mediterraneo, sia in termini commerciali che militari. Inoltre il triangolo Mosca-Turchia-Iran è indispensabile per tentare una soluzione della questione siriana, in particolare a Idlib e provincia dove oltre ai gruppi jihadisti pullulano i ribelli filo-turchi.

L’avvicinamento alla Russia e all’Iran, nel mirino costante di Washington, ha allontanato Ankara dalla Nato, per entrare a tutti gli effetti in una nuova ed opposta coalizione regionale. Lo dimostrano la guerra siriana e il tentativo americano di creare una Nato araba a guida israeliana. In un primo momento la Turchia spingeva per la destituzione di Assad poi, di fatto, ha cambiato posizione trovandosi a sostenerlo e a combattere la stessa guerra di Russia ed Iran. Per salvare i confini e contenere l’irredentismo curdo, anche Erdogan ha dovuto mettersi d’accordo con i «miscredenti» scendendo a patti con Putin e l’Iran sciita. Costringendo poi Trump a non ritirare i soldati dalla Siria che fanno da «cuscinetto» con i curdi protagonisti della lotta anti-Califfato. Certo la vittoria di Imamoglu fornisce una spinta all’opposizione, rivitalizza l’area kemalista e filo-occidentale, può allentare le tensioni con Washington ma la guerra fredda Erdogan-Usa sembra destinata a continuare.