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Editoriale

Lungo la strada del 4 dicembre

È certo che il voto del 4 dicembre comprenda opposizioni ulteriori a quelle della legge Renzi-Boschi. Opposizioni che vanno dalla scellerata negazione del diritto del lavoro denominata Jobs Act all’esemplare modello di legge incostituzionale sulla Pubblica amministrazione. Dalla sguaiata contraddizione tra titolo e contenuto della legge della «buona scuola» alla fallimentare politica economica del governo i cui effetti deflattivi erano stati esattamente percepiti. Non è però tollerabile che l’insieme di tali misfatti venga usato per offuscare o eludere l’oggetto indiscutibile del voto ed il suo significato normativo. Offuscare o eludere che il corpo elettorale, fugando ogni disegno più o meno larvato della sua passivizzazione, abbia respinto la proposta di accettare la riduzione o la compressione del suo potere, sovrano ed esclusivo, di eleggere chi può modificare, incrementare, arricchire o deprimere la condizione umana in Italia.

Nascondere che il corpo elettorale, abbia, invece, rivendicato il suo intero ed incomprimibile diritto di farsi rappresentare laddove di tale condizione si tratta, si discute e si decide. Abbia posto così la questione della qualità dello strumento rappresentativo del quale disporre, della forza giuridica e politica del voto e quindi degli effetti, non manipolabili, non deviabili del suo esercizio. Effetti eguali, limitati solo dalla loro proiezione e conseguente recezione nella composizione numerica degli organi della rappresentanza.
Se negli altri Paesi dell’Europa la crisi della rappresentanza politica è derivata dall’omologazione alla destra della sinistra storicamente configuratasi e poi arresasi al capitalismo neoliberista, in Italia all’omologazione della sinistra alla destra compiutasi nel Pd, si è aggiunta la mistificazione della rappresentanza parlamentare determinata da un sistema elettorale che, di fatto, stravolge la forma di governo e la converte alle esigenze della governance neocapitalista.
Tornano, infatti, a riproporsi le pretese che da venti e più anni hanno corrotto la rappresentanza parlamentare, rendendola insincera, falsa, bacata, non credibile, indebita o strozzata. Indebita all’elettore «premiato», strozzata all’elettore «mutilato» o «derubato». Il totem della governabilità, della normalizzazione bipolare, bipartitica o quant’altro di distorcente si potesse propugnare, ha delegittimato l’istituzione fondante della democrazia moderna. La contorsione che tale totem ha imposto gonfiando i più, comprimendo o escludendo i meno, ha rotto il rapporto di consentaneità, di comprensione, di affidamento, tra rappresentati e rappresentanti, dissolvendo la fiducia nelle istituzioni parlamentari, nel carattere rappresentativo dello stato, della forma moderna di democrazia, della base della convivenza sociale. Si sono offerte così le condizioni che determinano la nascita del populismo che, in Italia, ha creato il movimento delle cinque stelle. E, con esso, l’ossimoro dell’auto-rappresentanza, nucleo emblematico di una ideologia che fatalmente degrada nell’individualismo solitario, antisociale e privatista.

È della rappresentanza e della sua configurazione legislativa che il referendum ha trattato. Confermando l’elettività diretta delle istituzioni rappresentative, ha riaffermato l’autenticità della democrazia repubblicana, l’intangibilità dell’estensione del campo di esercizio della sovranità popolare. È una conferma che rinnova ed esalta la forma di stato e quella di governo volute dal Costituente. Ribadisce l’una e l’altra escludendo quindi la legittimità di ogni compressione e riduzione dell’una, di ogni torsione e manipolazione dell’altra. Ripudia quindi i sistemi elettorali che escludono dalla rappresentanza le minoranze in ciascuna delle sedi in cui si articola il corpo elettorale. Diffida dai sistemi maggioritari, uninominali o plurinominali che siano e quelli premiali di minoranze reali o di maggioranze presunte o inesauste. È univoco il significato del voto del 4 dicembre. Impone la ricostruzione della rappresentanza politica, perché base della democrazia che identifica la Repubblica, condizione indefettibile per rinnovare la legittimazione delle istituzioni parlamentari. La impone prescrivendo l’adozione del sistema proporzionale di elezione. Perché proporzione è eguaglianza, è giustizia, è libertà di voto, è pari dignità sociale. È rispetto ed applicazione dei principi fondanti della Repubblica.

  • Albin Planinc

    scritto con il bisturi, articolo che “incide” con micrometrica precisione (termini pensati e calibrati con estrema ponderatezza). Lo ritengo un piccolo capolavoro. Ma piccolo solo per la sua brevità.