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Europa

Londra blinda i marmi del Partenone

Arte contesa. Negli accordi Ue, si parla di opere sottratte illecitamente in più paesi e di una loro possibile restituzione: ma gli inglesi non riconsegneranno alla Grecia le sue sculture e sostengono la legalità del possesso

Il frontone orientale del Partenone conservato al British Museum di Londra

Il frontone orientale del Partenone conservato al British Museum di Londra

Dai negoziati tra l’Unione Europea e la Gran Bretagna per gli accordi commerciali post Brexit, spunta a sorpresa una nota relativa al ritorno o alla restituzione di oggetti culturali rimossi illegalmente nei loro paesi di origine. La notizia si è rapidamente diffusa sui media che parlano senza mezzi termini di una clausola sui marmi Elgin, le celebri sculture del Partenone – datate al V secolo a.C. e attualmente conservate al British Museum – che la Grecia reclama asserendone il furto

DURANTE L’OCCUPAZIONE ottomana della Grecia, infatti, Lord Thomas Bruce, VII conte di Elgin – ambasciatore del Regno Unito presso la Sublime Porta dal 1799 al 1803 – fu autorizzato a effettuare calchi e disegni dei monumenti dell’Acropoli di Atene. Ma Elgin si spinse oltre e, dopo aver rimosso gran parte della decorazione del Tempio di Athena, trasferì le opere di Fidia in Inghilterra. Il documento che attesterebbe il permesso ad asportare le sculture è andato perduto.

DEL TESTO RESTA però un’ambigua traduzione in lingua italiana, eseguita dal reverendo Philip Hunt, la quale ha a sua volta generato la versione inglese in base alla quale nel 1816 venne avvalorata la legittimità dell’impresa di Elgin. Il 1816 è anche l’anno in cui un centinaio di frammenti tra metope e elementi dei frontoni del Partenone furono acquisiti dal British Museum.

La battaglia per la restituzione dei marmi – nata all’indomani dell’indipendenza della Grecia (1832) e animatasi negli anni Ottanta del secolo scorso grazie alle appassionate arringhe di Melina Mercouri, ministra greca della cultura alla caduta della dittatura dei Colonnelli, ha dunque una lunga e travagliata storia. Una fonte interna all’Unione Europea è intervenuta tuttavia due giorni fa per sottolineare che la clausola degli accordi in discussione a Bruxelles non faccia esplicito riferimento alle sculture del Partenone ma punti, più in generale, a regolamentare il traffico di opere d’arte di cui Londra rappresenta un importante mercato (anche clandestino).

Al contempo, un funzionario afferente all’Ue ha dichiarato che è stata proprio la Grecia – sostenuta da Italia, Spagna e Cipro – a chiedere l’inserimento di tale postilla. D’altra parte, a fine gennaio la ministra greca della cultura Lina Mendoni aveva manifestato l’intenzione di rilanciare la campagna per il ritorno di un simbolo fondamentale dell’identità greca, invitando gli altri paesi europei a supportarla. Mendoni è infatti persuasa che l’allontanamento della Gran Bretagna dalla «famiglia» europea e le imminenti commemorazioni per i duecento anni dall’inizio della «rivoluzione» greca, siano le premesse ideali per il rimpatrio definitivo dei marmi.

UN PORTAVOCE del British Museum ha fatto però sapere che il museo è impegnato a combattere il traffico illecito di antichità e sta collaborando con le autorità per identificare e restituire manufatti introdotti illegalmente nel Paese. Quanto alle sculture del Partenone, la prestigiosa istituzione britannica non cambia posizione, ribadendo che furono acquistate legalmente e che costituiscono – al di là dei confini culturali – un patrimonio dell’umanità visibile ogni anno a circa sei milioni di visitatori.

Malgrado la rinuncia del governo Tsipras, nel dicembre 2015, a proseguire l’iter giuridico per la restituzione dei marmi e nonostante l’apertura di un dialogo con gli inglesi auspicata nel 2016 da Dusan Sidjanski – politologo dell’Università di Ginevra e fondatore del comitato svizzero per il ritorno dei marmi del Partenone in Grecia – la strada della diplomazia, l’unica ad oggi perseguibile, appare non meno ardua di quella legale.


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