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Editoriale

Lo strappo della scuola

Sciopero generale. Se la piazza di S. Giovanni convocata dalla Cgil il 25 ottobre era stato il primo, vero strappo tra Renzi e una larga parte degli elettori del Pd rappresentata dal sindacato e dal largo mondo del precariato, le piazze piene contro la «buona scuola» rappresentano il secondo grande solco tra il governo e l’immensa fabbrica della scuola pubblica

Sarà perché ha la prof in casa (la moglie, tra i pochi insegnanti a non aver scioperato), o sarà perché aiuta la costruzione dell’immagine pubblica, sta di fatto che il segretario del Pd, ancora prima di diventare presidente del consiglio girava per leopolde e talk-show ripetendo che avrebbe risollevato le sorti del nostro malconcio paese proprio a cominciare dalla scuola.

scuola

Se ne andava a spasso per l’Italia promettendo che avrebbe dedicato un giorno alla settimana del suo tempo a visitare bimbi e maestri. E la televisione gli correva dietro per incorniciare il giovane premier accolto dalle scolaresche festanti con fiori, canzoncine, cori, battimani, sventolio di bandierine.

Poi di quelle visite si sono perse le tracce, i soffitti delle scuole hanno continuato a crollare sulla testa dei ragazzi mentre a palazzo Chigi si metteva a punto un disegno di legge per una nuova, l’ennesima, riforma della scuola.

Che piace moltissimo al governo e pochissimo a insegnanti e studenti. Che la giudicano una delle peggiori degli anni recenti, al punto da riempire le piazze delle nostre città con uno sciopero come non si vedeva dal 2008, dai tempi della coppia Gelmini-Berlusconi.

Le ragioni della protesta, pacifica, di massa, articolata, plurale saranno difficili da disinnescare. Siamo solo all’inizio della mobilitazione e a meno di considerare gli insegnanti, di tutte le sigle sindacali, degli inguaribili guastafeste che non vedono la manna di miliardi e la valanga di assunzioni in arrivo, bisognerà passare dalle promesse ai fatti. Qui non basta un voto di fiducia per neutralizzare la forza di motivazioni che sono materiali e culturali insieme.

È un fronte che salda il disagio sociale di una professione tra le più precarizzate alla contestazione di un modello aziendale dell’apprendimento.

Il rifiuto del simbolo di questa controriforma renziana è il preside trasformato in capo azienda, una sorta di dirigente di reparto che individua e seleziona il corpo insegnante più idoneo a formare i ragazzi secondo i bisogni del mercato. In perfetta coerenza con tutta la filosofia politica del renzismo.

Né può funzionare il gioco mediatico, reiterato in queste ore, del «con questa riforma cambieremo l’Italia», replica del «con questa legge elettorale cambieremo il paese», a sua volta ripetizione del «con il jobs act abbatteremo la disoccupazione».

Se la piazza di S. Giovanni convocata dalla Cgil il 25 ottobre era stato il primo, vero strappo tra Renzi e una larga parte degli elettori del Pd rappresentata dal sindacato e dal largo mondo del precariato, le piazze piene di ieri con tutti i lavoratori e gli studenti in campo contro la «buona scuola» del presidente del consiglio rappresentano il secondo grande solco tra il governo e l’immensa fabbrica della scuola pubblica.

  • Riccardo

    Aggiungo una nota, nel punto in cui si cita il “jobs act”. Siccome è citato in un articolo che riguarda gli statali, i dipendenti dello stato, è bene ricordare che il jobs act (tutta la cagnara sull’art. 18, ricordate?) non si applica per il pubblico impiego.
    Nota che ritengo doverosa, per chiarezza.
    Troppe ambiguità sugli articoli (di tutti i giornali) che riguardano le riforme del lavoro: chi legge ha l’impressione che le riforme attuate del lavoro riguardino TUTTI i lavoratori, statali e privati. Così non è. E’ bene precisarlo, per la dovuta onestà.
    Sindacati & sinistra tendono a confondere le acque, su questo punto.
    Adesso forse è più chiaro perché conviene votare chi promette il reddito di cittadinanza ai poveri e disoccupati, piuttosto che la sinistra.
    Sono i sindacati e la sinistra che non hanno mai voluto il reddito di cittadinanza, attaccati a garanzie inesistenti (art. 18, prima della sua abolizione) del lavoro. Io sono stato licenziato da un’azienda privata anni fa (licenziamento collettivo) e di art. 18 i sindacati intervenuti nella trattativa non hanno neanche fatto menzione. Ci hanno detto che potevano licenziare e non potevamo farci niente. Ci hanno anche preso in giro, noi che prospettavamo dure iniziative di protesta, dichiarando che non le condividevano (“cosa volete, incatenarvi ai cancelli?”)… tutto questo da CGIL & CISL tutta merda che frega i lavoratori.
    Ricordatevi che i sindacati e la sinistra volevano lasciare l’art. 18 – che di fatto non aveva da tempo più applicazione, soprattutto nelle piccole e medie imprese, dove si licenziava tranquillamente – per non introdurre il reddito di cittadinanza. Siccome i lavoratori erano garantiti dall’art. 18, non c’era ragione di dare il reddito di cittadinanza, secondo loro.
    Buttiamo a mare la falsità dei sindacati di merda, votiamo chi dà il reddito di cittadinanza.

  • toyg

    Non ti preoccupare, che tramite blocco delle assunzioni, pensionamenti, attrito ed esuberi, il “pubblico impiego” come categoria è in via di estinzione. Il jobs act già oggi si applica a migliaia di lavoratori in strutture pubbliche, e tramite riorganizzazioni si troverà il modo di applicarlo anche a tutti gli altri (si chiude un servizio e lo si riapre appaltandolo ad una bella pseudo-cooperativa che riassume i vecchi dipendenti, metodo ben testato). Tra l’altro è un ottimo modo di risparmiare sulle pensioni, per cui figurati, c’è la fila di “manager del pubblico” (o boiardi, come si diceva ai bei tempi) che passa il tempo a cercare di fottere i lavoratori.

    E comunque stare a fare i distinguo è guerra tra poveri.

  • Riccardo

    Non parlavo di lavoratori in strutture pubbliche (ci sono cooperative e privati che lavorano per strutture pubbliche e i loro dipendenti non sono statali, ma lavoratori di cooperative e privati).
    Qui si parla di statali, cioè lavoratori che vincono un concorso e hanno il contratto con lo stato. E’ incredibile come ci siano giovani che neanche sanno cosa sia un posto statale.. in treno una giovane mi parlava di amiche che conosceva, che lavoravano per cooperative che lavoravano per lo stato, e credeva fossero quelli, gli statali… poveri noi.
    Un docente di liceo vincitore di concorso pubblico statale con cattedra è un lavoratore statale e non lo licenzia nessuno. Non sa neanche cosa sia il jobs act. Posto di lavoro sicuro, come tutti gli statali.
    Distinguere non è fare guerra fra poveri. Perché non fare la distinzione comoda a qualcuno, sindacati in primis.
    Forse che i lavoratori non sono tutti uguali? O gli statali devono continuare ad essere lavoratori privilegiati?

  • toyg

    Certo che prendi proprio dei begli esempi, visto che anche i docenti sono sotto blocco quasi perenne da anni… vedi tutto il discorso sui precari che è alla base delle proteste di uh, ieri, descritto sul manifesto di uh, oggi.

    Appunto, i giovani gli statali non li conoscono e non li conosceranno, perché sono una categoria in via di estinzione. Però, come i rom per Salvini, sono sempre degli ottimi bersagli per chi aizza la guerra tra poveri. Il problema, per una sinistra vera, non è togliere privilegi agli statali, ma estendere il massimo delle protezioni a tutti i lavoratori. I chimici ad esempio smettono di lavorare alle 2 del venerdì, ma il problema non è togliergli quel “privilegio”, piuttosto chiedersi perché non estenderlo anche ad altri.

  • Riccardo

    E chi ha mai detto di non estendere i diritti degli statali anche agli altri? Quando si parla di statali, solo luoghi comuni…. si pensa che le critiche siano rivolte solo a togliere loro i diritti… si mette in evidenza la sproporzione tra i privati e gli statali – che esistono. Ma se uno nega perfino che esistano i lavoratori statali, meglio finire qui la discussione.