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Non assegnato

Lo strano caso delle banche pubbliche tedesche

L’attuale fase di stagnazione in particolare in Europa è confermata dal prolungato rallentamento della sua locomotiva, la Germania. Per un soffio sfiora la recessione tecnica (+0,1% l’aumento del Pil nel terzo trimestre dell’anno), mentre conferma quella per la sua produzione industriale che, fiore all’occhiello del suo sistema orientato all’export, ha il segno negativo da ben cinque trimestri consecutivi. Questa parabola ha delle ripercussioni negative sul sistema bancario, il quale a sua volta teme per una prossima crisi finanziaria. A questo proposito vanno evidenziate le modalità con cui sembrerebbe ormai avviato il salvataggio della Norddeutsche Landesbank con la benedizione dell’Unione europea. Una decisione che conferma il classico modo di dire dei «due pesi e due misure».

La NordLb è una banca la cui maggioranza è in mano pubblica, precisamente dei Lander della Bassa Sassonia e Sassonia-Anhalt, per un valore superiore al 65%. Il resto è principalmente suddiviso tra altre casse di risparmio locali. Un modello piuttosto diffuso in Germania, dove i piccoli istituti, differentemente dalle grandi banche a rischio per aver investito massicciamente in finanza allegra, pagano la crisi nell’economia reale prima e la mancata ripartenza dopo.

Nel caso specifico va in cortocircuito la dimensione dell’economia e della finanza, a partire dagli eccessi affermatisi nel settore dello shipping. Come da anni spiega Sergio Bologna le navi da prodotti industriali si sono trasformate in prodotti finanziari, dove una folle rincorsa al gigantismo navale, favorito da finanziamenti crescenti e slegati dalle reali potenzialità del settore, ha condotto a un eccesso di capacità di stiva, finendo per far crollare il valore dei noli delle navi stesse e mandando in apnea l’intero sistema. Ora una delle principali banche tedesche protagonista di questi eccessi sarà salvata con soldi pubblici.

L’Europa sembrava ormai orientata a contrastare i salvataggi pubblici di banche private, tanto che aveva equiparato il Fondo interbancario italiano a un soggetto pubblico in quanto coordinato dalla Banca d’Italia e come tale lo aveva considerato impossibilitato a intervenire a favore di istituti privati. Si sosteneva che paesi come la Germania avessero utilizzato risorse pubbliche per salvare i propri istituti quando ancora era consentito, mentre successivamente le nuove regole per contrastare i cosiddetti azzardi morali impedivano di proseguire su questa strada. Era, dunque, arrivato il tempo del mercato e del coinvolgimento dei privati nei salvataggi, l’alternativa era la chiusura. L’Italia era arrivata troppo tardi a scoprire che le sue banche erano incapaci di sopravvivere con le proprie gambe.

Ora, nonostante il cambio di filosofia a livello continentale, in Germania si torna all’intervento pubblico, con il solo vincolo che le caratteristiche del salvataggio siano conformi a quelle di mercato, cioè come fossero realizzate da soggetti privati. Se lo stile è privato allora può essere il pubblico a intervenire. Una formula curiosa che appare perlomeno discrezionale, dove non c’è alcun privato che interviene e le risorse trovate saranno pubbliche. Inoltre, nessuna garanzia annunciata può dimostrare anticipatamente che l’intervento pubblico in stile privato successivamente produrrà profitti per le amministrazioni coinvolte.

Finora tali attivi sono stati parzialmente realizzati a posteriori negli Usa a fronte di imponenti investimenti federali, ma non in Germania, dove il sistema bancario ha ricevuto un importante sostegno pubblico che non ha generato significativi ritorni economici diretti per lo Stato. Insomma, come solleva Marco Onado, c’è un problema di «coerenza intertemporale delle decisioni in materia di crisi bancarie europee».

Nonostante apparenze e formalità, siamo lontani da un’Unione fondata sulle regole, per ora sembra piuttosto una giungla dove i più forti restano in vantaggio.

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