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Editoriale

L’Italia innocente

Non è gentile chiedere l’età a una donna e i supremi giudici della Cassazione non hanno potuto dimostrare che l’ottantenne presidente del consiglio sapesse che la ragazza scappata da una casa famiglia aveva appena diciassette anni quando si fermava la notte nel villa di Arcore. Un vero gentiluomo.

Per gli ermellini del Palazzaccio non deve essere stato facile nemmeno arrivare a una sentenza di assoluzione che infatti li ha impegnati per nove ore prima di giungere alla conclusione della beata ignoranza dell’ex cavaliere. Non solo. Hanno anche giudicato che la telefonata notturna del capo del governo italiano, impegnato in un vertice a Parigi, per chiedere di liberare la nipote di Mubarak fermata in questura, non era un atto di concussione del funzionario di polizia. Bisognava essere degli antiberlusconiani accecati dall’odio per non capire che se il politico più potente del paese si interessava alla ragazza certamente si trattava di un nobile sentimento di paterna preoccupazione per la sorte dell’illustre nipote. Infatti Ruby uscì dalla questura per ritrovarsi a casa di una prostituta dopo essere passata per le cure di una delle frequentatrici delle cene eleganti, Nicole Minetti, già promossa a consigliere regionale per evidenti meriti acquisiti sul campo.

Eppure per non fare la figura di un Ghedini qualsiasi, perfino l’avvocato Franco Coppi deve ammetterlo davanti ai cronisti: «Berlusconi non me ne voglia ma non posso calarmi il velo davanti agli occhi». Il luminare del foro milanese lo dice a proposito delle serate con le prostitute che l’allora presidente del consiglio spacciava per convivi musicali. Un giro vorticoso di donne a pagamento nella casa del capo del governo. Un «fatto prostitutivo», confermato da giudici e avvocati.

Tuttavia, come dicono gli addetti ai lavori, non si sono ravvisate «le fattispecie di reato» e tanto basta alla grande famiglia berlusconiana per far festa. Se ieri avete acceso la televisione avete visto piccole folle armate di bandiere davanti l’abitazione romana di Berlusconi. Avete ascoltato l’attuale ministro dell’interno di Renzi, confessare la propria felicità per aver sempre creduto nell’innocenza del suo leader, e con lui tutti i berlusconiani che ieri, invece di minacciare i giudici del tribunale di Milano con manifestazioni fuori e dentro il palazzo di giustizia, si sono limitati a chiedere il risarcimento per il loro amato capo.

E pazienza se resta sempre un condannato in via definitiva per frode fiscale, se deve affrontare a Napoli un processo per compravendita di parlamentari, se deve stare attento al processo di Bari sui traffici di prostitute dell’amico Tarantini, se deve tremare per il cosiddetto Ruby-ter sulla corruzione di atti giudiziari (le olgettine pagate per tacere). Piccole, fastidiose fissazioni della magistratura che non impediranno a un politico in declino di sentirsi di nuovo a cavallo, pronto a rimboccarsi le maniche per darci «un’Italia migliore».

Quell’Italia che lo ha votato per vent’anni, che oggi non lo vota più anche perché una parte di quell’elettorato avverte una profonda sintonia con il giovane leader di palazzo Chigi che sembra volerne replicare successi e consensi.

Verranno giorni migliori ma la morale della favola di questa assoluzione del condannato eccellente l’abbiamo imparata da uno dei grandi maestri della letteratura americana che ci aveva avvertito per tempo: «Non c’è motivo per cui il bene non possa trionfare sul male, se solo gli angeli si dessero un’organizzazione ispirata a quella della mafia».