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Politica

L’Italia diventa arancione, vietati gli spostamenti

Il nuovo decreto. Conte annuncia: limitazioni estese a tutto il paese. Scuole chiuse almeno fino al 3 aprile. Lo stanziamento per fronteggiare la crisi economica dovrebbe superare i 10 miliardi

Roma, Colosseo

Roma, Colosseo

«Tempo non ce n’è. Le nostre abitudini devono cambiare ora. Sto per firmare un decreto che si riassume nella formula Io resto a casa». Conte annuncia così la scelta concordata stavolta con le Regioni: tutta l’Italia sarà «zona rossa», o meglio arancione perché il vincolo è meno rigido di quanto non fosse intorno a Lodi, fino al 3 aprile. Teoricamente. Non ci si potrà spostare se non per gravi motivi di lavoro o salute. Vietati gli assembramenti anche all’aperto.

L’AMPLIAMENTO delle limitazioni a tutto il Paese era stato invocato in giornata da tutti, prima da Matteo Renzi, da molti 5S, infine dal Pd con una secca nota diramata dopo un vertice al quale Nicola Zingaretti ha partecipato in videoconferenza, «Chiediamo di valutare misure drastiche che responsabilizzino al massimo ciascuno di noi». Sospese tutte le gare sportive, campionato di calcio incluso, fino al 3 aprile. Poi si vedrà se prorogare. Delle scuole il decreto non parla ma resteranno chiuse ben oltre il 15 marzo. Riapriranno nella migliore delle ipotesi il 3 aprile, più probabilmente il 15, contagio permettendo: altrimenti si passerà al 3 maggio.

Il governo cerca di fronteggiare anche la seconda emergenza, derivata da quella sanitaria: la crisi economica. Al vertice di ieri sera ha partecipato anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e la decisione presa sarebbe quella di portare a oltre 10 miliardi lo stanziamento per le strutture sanitarie e per il sostegno alle categorie colpite da un virus che sta rapidamente mettendo in ginocchio l’economia reale del Paese.

STAVOLTA A SOSTENERE le misure eccezionali c’è anche l’opposizione. Un post di Matteo Salvini su Facebook, uscito subito dopo il comunicato del Pd, chiedeva infatti le stesse cose, «Applicare le misure più restrittive a TUTTO il territorio nazionale», aggiungendo la «garanzia assoluta che nessuno perderà lavoro e risparmi grazie a coperture economiche eccezionali e certe, dall’Italia e dall’Europa». È la prima volta che maggioranza e opposizione sembrano davvero convergere in nome della priorità della lotta contro il virus. Oggi Conte, che ieri mattina si era sentito al telefono con il leader della Lega, incontrerà a palazzo Chigi i tre leader del centrodestra. Tutti avanzeranno la richiesta di alzare di molto il fondo per l’emergenza e dunque la richiesta di flessibilità. Giorgia Meloni parlava ieri di 30 miliardi. Salvini, al Senato, ne aveva ipotizzati addirittura 50. Non sono le cifre che ha in mente il ministro Gualtieri ma l’ulteriore aumento dei fondi stanziati potrebbe bastare, se accompagnato dall’impegno a nuovi interventi, a garantire il sì della destra, tutta o in parte, quando domani il Senato voterà la richiesta del governo di modificare i saldi di bilancio, innalzando il deficit di parecchi decimali rispetto al 2,2% previsto.

IL VOTO DELLA DESTRA potrebbe rivelarsi necessario. La modifica del bilancio richiede infatti la maggioranza assoluta e non è affatto detto che, tra malattie e assenze da paura del virus, ci siano i 161 voti necessari. La votazione procederà a scaglioni perché palazzo Madama, come la Camera, ha deciso ieri che in aula deve essere presente di volta in volta solo metà dell’assemblea, per rispettare la distanza d’obbligo. Ieri, nella conferenza dei capigruppo, la Lega aveva subordinato il suo voto a favore del nuovo bilancio all’approvazione di una sua risoluzione, che chiederà di aumentare di molto la richiesta di flessibilità. Le cose potrebbero cambiare nell’incontro di oggi o in alternativa la destra potrebbe scegliere una posizione articolata, in modo da far passare la richiesta del governo pur senza il sì della Lega.

SUL TAVOLO CI SARÀ anche il nome dell’eventuale «supercommissario» che di fatto, anche se tutti si affannano a negare, commissarierebbe anche il capo della Protezione civile Borelli. I nomi in ballo sono due, l’ex capo della Protezione civile berlusconiana Guido Bertolaso e l’ex capo della Polizia Gianni De Gennaro. La destra e Italia viva insistono per Bertolaso ma le resistenze nei confronti di un uomo chiave del potere berlusconiano, oltre tutto a suo tempo molto criticato dall’allora opposizione, sono comprensibili. Il problema dell’altro papabile, De Gennaro, è che affidare un simile ruolo a un poliziotto rischia di somigliare troppo a una delega alle forze dell’ordine. Dati i comprensibili dubbi alla fine potrebbe spuntare un terzo nome, politico e non tecnico. Il vero problema però è un altro. La Protezione civile di Bertolaso disponeva di poteri immensi. Richiamare Bertolaso o chi per lui ma senza poteri sarebbe l’ennesima scelta a metà.


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