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Editoriale

L’invenzione della famiglia

Dici famiglia e sembra tutto chiaro, e non solo ai pasdaran del family day che si ritrovano oggi a Roma. Padre, madre, figli. Un nucleo che condivide la stessa abitazione, di solito senza convivere con altre persone. E sembra chiaro che a questo pensa la Chiesa, quando parla di famiglia e di natura. Questa specie di indistinto senso comune è la zona grigia in cui tutto si confonde, e in cui sguazzano “Sentinelle”, ultrà leghisti e fondamentalisti vari. Perfino chi critica non avere in mente altro che la coppietta felice.
È questo, il modello naturale a cui si fa riferimento? È la famiglia mononucleare l’esempio?
Famiglia è una parola di origine latina, e, dicono i vocabolari, indicava l’insieme dei servi che abitavano in una casa, e non alludeva a nessun legame di parentela. Anche matrimonio ha cambiato significato nel corso del tempo, spiega Emile Benveniste (Il vocabolario delle istituzioni indo europee, Einaudi). Nelle lingue indoeuropee non esiste un’unica parola che indichi quello oggi si intende per matrimonio, ma esistono parole diverse, per gli uomini e le donne. In particolare matrimonium significava esclusivamente il diventare sposa della donna, c’è voluto del tempo perché nelle lingue romanze assumesse il significato di «unione legale tra uomo e donna».
La ricerca delle etimologie, delle fonti, è molto utile quando una parola, un concetto, una formazione sociale sono sottoposte a tensione sociale, sono al centro di un conflitto. Come è oggi per famiglia e matrimonio. Uno scontro che non ha nulla a che fare con la natura, che viene impugnata come una clava, come se anche della natura ci fosse un’unica idea.

Come se non fosse necessario chiedersi a quale natura si fa riferimento quando la si invoca come fonte di una norma sociale – e legale – da imporre a tutti. Si intende l’istinto che spinge all’accoppiamento, per usare un linguaggio ottocentesco? O gli ormoni, per attestarsi sul biologismo diffuso dei nostri tempi? E se per stabilire di quale natura stiamo parlando occorre accordarsi, trovare un linguaggio comune, questo non comporta che ci riferiamo in ogni caso a qualcosa che gli umani significano? Che è l’interpretazione umana a dare senso a quei fatti, a collocarli in un ordine?
C’è una vignetta divertente, che circola nel web. «Ogni volta che si dice ’natura’, un antropologo muore». Certo, gli antropologi non sono popolari come gli archeologi (dopo l’effetto Indiana Jones), ma si dovrebbe insegnare nelle scuole che la famiglia non si è sempre chiamata così, e soprattutto ha cambiato forma innumerevoli volte nel corso del tempo. E che in particolare la famiglia mononucleare è una forma molto recente, legata all’industrializzazione e connessa urbanizzazione. Una della forme meno equilibrate, visto l’isolamento in cui lascia i suoi membri, tagliati fuori anche dai più stretti legami parentali. E per questo fonte di ansia e di angoscia, accanto ai motivi molto materiali, di sopravvivenza.
Si vive peggio da soli, e per questo si creano oggi nuove famiglie, nuove convivenze – in grandi case per esempio – per mettere in comune vite, servizi, accudimenti, cure. Del resto questo è stato anche uno degli argomenti del Sinodo 2015 dedicato alla famiglia, nel corso del quale si è preso atto che oggi nel mondo famiglia e matrimonio hanno forme diverse. E che le difficoltà vengono soprattutto dalle faticose condizioni di vita, dalla mancanza di lavoro, dalla necessità di migrare.
Per questo è curioso che il cardinale Bagnasco abbia detto qualche giorno fa: «La famiglia è un fatto antropologico, non ideologico» per affermare il diritto dei bambini ad avere un padre e una madre. Cosa significa antropologico, in questo contesto?
Del resto, non occorre essere essere esegeti particolarmente rifiniti per comprendere che Gesù nei Vangeli butta all’aria i ruoli definiti, anche quelli parentali. La sua chiamata divide, se necessario: «Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre» (Matteo 10, 34) e tutto quello che segue. Viene insegnato che non deve essere preso alla lettera, che il testo ha una valore simbolico. Eppure il messaggio è chiaro, esprime una critica netta, per i legami troppo stretti, che guardano solo se stessi.
Del resto, la famiglia del tempo di Gesù, farebbe inorridire ora, certo assomiglierebbe ben di più alle tribù islamiche che minaccerebbero oggi l’Occidente cristiano che alle belle coppie che celebrano il matrimonio con sfarzo e wedding planner.
E le coppie omosessuali? In che senso ciò che spinge a unirsi persone dello stesso sesso è fuori dalla natura? È nell’antropologia, cioè nelle relazioni tra gli umani, la possibilità di dare senso. Il priore di Bose Enzo Bianchi anche di recente ha ricordato che degli omosessuali Gesù non dice nulla: «L’onestà» ha detto «quindi, ci obbliga ad ammettere l’enigma, a lasciare il quesito senza una risposta. Su questo, io vorrei una Chiesa che, non potendo pronunciarsi, preferisca tacere».

  • Giovanni Nasi

    questo articolo denota quanto meno delle idee piuttosto confuse in materia di etimologia.

    Il resto invece e’ fuffa.

  • Giacomo Casarino

    Evidentemente, quanto alla ricerca e al pensiero antropologico, al futuro cardinale Bagnasco né in seminario né presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Genova da lui frequentata hanno insegnato qualcosa di significativo circa la storia della famiglia: non gli hanno parlato di Lewis Henri Morgan (1818-81) né, tanto meno, dell’Engels de “L’origine della famiglia della proprietà privata e dello Stato”. Lasciamo perdere i successivi approfondimenti.

  • Eugenio Antonielli

    Come tutti i grandi linguisti, Émile Benveniste possiede in misura eminente il senso della realtà: il fatto linguistico gli interessa in quanto parte di questa realtà, per ricostruirla nel suo divenire. Questo interesse vitale lo ha portato a contatto con le discipline piú vive nel campo delle scienze umane, dalla logica formale alla psicoanalisi all’antropologia. Sfruttando a fini teorici la sua vastissima erudizione e la pratica nel campo della grammatica storico-comparata, lo studioso ha accostato ai suoi lavori piú strettamente filologici una serie di interventi di carattere piú generale, inserendosi con grande autorità nella discussione teorica che tocca tutti gli aspetti del problema lingua.

    In questo Vocabolario (1969), Benveniste è arrivato a precisare il significato primario dei termini studiati, per scrostarne lo spessore d’uso e per riportare alla luce insiemi lessicali coerenti, articolati intorno a una nozione centrale che permette di avvicinarsi al «senso». «In questa ricerca delle origini – scrive Mariantonia Liborio nella nota che accompagna la presente edizione – si fanno spesso scoperte di grande interesse, non solo linguistico. Concetti individuali per eccellenza, come l’identificazione di sé o il concetto di libertà, si rivelano per esempio singolarmente dipendenti dalla sfera sociale. L’analisi di Benveniste, che spesso rovescia posizioni acquisite, mette in luce con una certa insistenza il fatto che “è la società, sono le istituzioni sociali che forniscono i concetti in apparenza piú personali”».

    Bisognerebbe leggerli certi libri, prima di discuterne le “valenze” e liquidarle con una frasetta…o no?