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Editoriale

L’imbuto campano

Aveva promesso una «nuova fase all’insegna della legalità» ed effettivamente prima della proclamazione è già passato in procura. Per denunciare Rosy Bindi, che lo ha inserito nell’elenco dei candidati non in regola con il codice dell’Antimafia. Una denuncia che non avrà esito: Bindi è una parlamentare che esercita il suo mandato, può essere criticata quanto si vuole (lo è stata) ma sul piano politico. È una legalità sbruffona quella di Vincenzo De Luca, non a caso chiamato sceriffo. Denuncia per fare ammuina, il problema con la legge è tutto suo. La legge Severino, in base alla quale non potrà adempiere al mandato per il quale il Pd lo ha candidato.

Lo aspetta la sospensione. I campani lo sapevano e l’hanno votato lo stesso. Hanno votato, molto, anche le liste degli invotabili (Renzi dixit), quelli che De Luca si è trovato accanto «a sua insaputa», ma senza le quali non avrebbe vinto. E chi vince ha sempre ragione, un concetto semplice che prima di essere renziano era stato berlusconiano. De Luca ha preso i voti, per l’esattezza, di meno di un milione di elettori campani su cinque milioni. Ha vinto sull’astensione, avendo cinque anni fa perso con il 22% dei voti in più. Ma De Luca non può avere ragione della legge, anche questa criticabilissima ma molto chiara. La sua condanna in primo grado (abuso d’ufficio, da sindaco) lo terrà lontano dall’ufficio di presidente. Quando le regole lo riguardano lo sceriffo si toglie la stella e diventa villano: «È un aborto giuridico».

Il presidente del Consiglio, che dovrà firmare il decreto di sospensione, proverà a scansare il problema dando tempo a De Luca per nominare un (o una) vice e occupare comunque la casella campana. Un trucco, nascosto da un fumo di messaggi allusivi. La Severino, dicono, «non sarà un problema». Ma De Luca non spiega come, malgrado in questa «nuova fase» prometta anche «trasparenza». Finirà che il governo, per far passare il tempo, si affiderà ai passaggi di carte che burocraticamente accerteranno l’incompatibilità già evidente. Rottamazione, legalità, trasparenza: il caso De Luca abbatte definitivamente anche l’ultimo mito renziano. La velocità.