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Liliane Giraudon e il lavoro della carne

INTERVISTA. La scrittura è un atto del sé collettivo. Nello sfruttamento dei corpi in cui viviamo le donne hanno lottato per affermare la libertà. A colloquio con la poeta marsigliese

In francese ci sono due modi per dire «carne». Uno «viande», per designare una porzione di sostanza animale e come diceva già l’abbé Gabriel Girard portare con sé la nozione di alimento. Mentre tutta «la viande» può essere mangiata, ci sono delle «chairs» che non si possono mangiare, come la carne umana. Di fatto, mentre i due termini possono essere entrambi utilizzati per indicare la carne animale, solo «chair» è impiegato per quella umana. Tutte queste definizioni e circoscrizioni dei lemmi che concernono la «carne» sono fissate e valide fintanto che non si entra nel campo metaforico della parola poetica.

L’ultima raccolta di poesie di Liliane Giraudon, poeta marsigliese nata nel 1946, reca nel titolo la parola «viande», preceduta da «le travail». Il lavoro della carne, che nel titolo vede l’articolo con la minuscola, è stato pubblicato nel 2019 da POL, coraggiosa casa editrice parigina, di cui è stata direttrice di collezione anche Marguerite Duras. Questo titolo suggerisce che nella raccolta si parlerà di qualcosa che, frutto dell’intero, è diventato parte; che si parlerà di tagli, di frammentazioni o che i componimenti stessi siano frutto di un lavoro di cesellatura o smembramento. Si parlerà di come i margini del sé si perdano in una realtà più ampia, in presenza di certe dimensioni spazio-temporali della scrittura.

L’opera di Giraudon, la cui forma resta volontariamente sperimentale, mette in luce la possibilità, e l’esigenza, di una compresenza di generi testuali. La poeta non è nuova a queste forme ibridate, i cui attraversamenti hanno accompagnato il suo usus scribendi fin dagli esordi negli anni Ottanta. Lo «scriverdisegnare» di Giraudon ha dato vita infatti a un’innumerevole serie di libri d’artista e a esposizioni. Fin dal 1977 inoltre, anno di fondazione della rivista «Action Poétique», la sua attività di scrittura ha influenzato ed è stata influenzata dalle riviste che ha fondato o con le quali ha collaborato. Si ricordino «Banana Split» (1980-1990), fondata con Jean-Jacques Viton, o «If» (1992 ad oggi); ma anche «Quatuor Manicle» (1982) un esperimento musicale a quattro voci, con Viton, Jill Bennet e Nanni Balestrini.

In dialogo continuo con la questione della scrittura come atto del sé e del collettivo, Liliane Giraudon negli anni ha cercato di indagare il rapporto tra il «parlare di sé» come esperienza del lirismo e il parlare d’autrui tramite le proprie parole. Non il parlare attraverso le maschere dell’Altra e dell’Altro ma parlare del sé e del suo rapporto al mondo tramite il popolamento che l’autre compie in noi, in un continuo lavoro di sovrapposizione che tanto somiglia all’operare alacre di «un taglio e cucito del sé». Un sé popolato, abitato come quello della giovane donna nella composizione a esergo della raccolta, ancora inedita in Italia:

Se credi alle storie popolari, l’essere privati delle mani è una

sventura che riguarda solo le eroine.

La sfortuna è uno spazio?

Quale vuoto occupa?

La ragazza disegna un cerchio intorno a lei con il gesso, ma suo padre le

taglia le mani.

Quale spazio occupa il cerchio delle mani?

Cosa succede ai polsi vuoti? […]

Liliane Giraudon, invitata alla Maison de la Poésie di Parigi, giovedì 6 febbraio ha accompagnato la lettura della sua raccolta, in dialogo con le letture attoriali di Nicolas Maury e Robert Cantarella.

La sua ultima opera si intitola le travail de la viande (il lavoro della carne). Perché ha scelto di utilizzare la parola «viande»? Perché non «chair»?

Per il mio ultimo libro avevo trovato un altro titolo “la scomparsa degli uccelli”, ma sentivo che era provvisorio, che non mi andava bene, sebbene la reale scomparsa degli uccelli fosse per me (di origine contadina) quasi un trauma. Una mattina, in una macelleria, ho visto un manifesto “il lavoro della carne”, rivolto agli apprendisti macellai. Ho subito capito che era il titolo del mio libro. Mi è stato dato, miracolosamente. Mi stava aspettando. Esso riguardava il mondo del lavoro, riconnettendosi con quello della lingua, del linguaggio e del corpo vivente. Umano, animale. Il suo trattamento, le sue funzioni. In francese la parola “langue” che designa la lingua è la stessa che designa l’organo che è nella nostra bocca; è usata per baciare, gustare. Ricordo un piccolo ristorante a Marsiglia non lontano dal porto, dove alle quattro del mattino si poteva gustare «lingua di manzo con salsa piccante». È questa materialità che il mio titolo vorrebbe portare. Questo impulso vivace e vitale che si oppone a una forza di polizia dei corpi, a una combustione del mondo dove in forme apertamente brutali o in modo più tenue persiste la tirannia. Perché non «chair»? Ma perché nel mondo è chiaro che molte donne sono trattate come bistecche … possiamo anche dirlo così.

Già nei suoi primi libri degli anni Ottanta si leggeva la volontà di mescolare i generi, ben oltre i parametri della letteratura tradizionale e delle sue categorie. Le sette forme testuali di cui è composta la sua ultima opera sembrano convivere in forma ibridata e impropria: la poesia, il collage, la corrispondenza ma anche il racconto. Si tratta ancora di una scelta che nasce come una rivendicazione politica e insieme di poetica?

Ho iniziato pubblicando libri di poesie. Ma c’erano già, intervallati, pezzi di prosa presi da “quaderni”. Mi rendo conto, più di quarant’anni dopo, che stavo già giocando sull’omofonia che c’è in francese tra «cahier-quaderno» e «caillé-cagliato», che si dice per sangue e anche latte. Una sorta di tentativo di condensazione di stati del corpo, esperienze vissute per mezzo dell’alfabeto, del suono e del senso. Tutto questo in un corpo privato, ovviamente, ma che opera anche a cancellarsi per raggiungere un abbraccio più ampio, più impersonale. Poi con la poesia mi sono fermata, limitandomi a scrivere racconti. Piccoli blocchi di prosa. Libri dopo libri. Ho avuto la fortuna di avere un grande editore, Paul Otchakovsky Laurens (P.O.L). Allo stesso tempo mi sono occupata di riviste poetiche, un’esperienza molto importante. Ma internamente stavo vivendo una specie di crisi. In pratica, nell’accesso alla Poesia, c’era qualcosa che non mi andava. Per me la poesia non era inammissibile, era insostenibile. Posture, ideologia… Ho provato miscele adultere, ho cercato di trovare una via d’uscita da questa pratica “riservata”, da cui le donne sono state per molto tempo escluse… Mi ci sono voluti anni e l’attraversamento di due tumori al seno per tornare.

Nella sua opera emerge il tema della disparità di classe: ci sono dominanti e dominati. Quali sono i limiti, i vincoli o anche i vantaggi che si incontrano quando si sceglie di scrivere di uno spazio sociale che si ha attraversato o di cui si fa parte?

Oggi parlare di classi e di lotta sembra maleducato quanto ruttare in pubblico. E invece basterebbe semplicemente scendere in strada, aprire gli occhi e vedere come circolano i corpi e il trattamento che se ne fa per rendersi conto che la ripartizione dominanti/dominati è al suo culmine. Lo troviamo a tutti i livelli e il mondo della letteratura, che non è esente dalle regole economiche del mondo del lavoro, non potrebbe sfuggirne. Nello spazio poetico è più complesso, vi regnano tuttavia molti «supervisori» e una sorta di competizione mimetica sembra essere l’humus della vita sociale. Bisogna apparire, comunicare, occupare il palcoscenico. Il problema sorge quindi in relazione al potere delle istituzioni. Come perseverare nel desiderio del contropotere aderendo a istanze culturali legate al potere? La posta in gioco è alta …

La sua scrittura dimora nella casa delle letterature combattenti. Il suo impegno si rivela sia nelle sue dichiarazioni sia nella sua opera, andando ben oltre la distinzione tra scrittura e vita. Mi permetto di farle una domanda a riguardo riferendomi a un’altra scrittrice. Nella sua saga Elena Ferrante parla di uno stato dell’essere che chiama «smarginatura»; esso si rivela quando un’improvvisa rivelazione del mondo, che circonda una personaggia, si insinua. Con la scrittura cosa succede ai margini del sé?

In passato avevo (probabilmente un po’ leggermente) dichiarato che il mio lavoro era tra «la letteratura impegnata» e «la letteratura da spazzatura», perché gran parte del nostro lavoro è stato cancellato; i nostri piccoli libri «non commerciali» finiscono al macero o alla discarica. Scrivere in sé è una specie di lotta. Basta leggere un po’ Mallarmé o Gertrude Stein per capirlo. L’arte è come la boxe. Faticosa. Cadiamo ci alziamo. Con la lingua di tutte e tutti, di coloro che non parlano, questa memoria silenziosa di tutte le esperienze vissute. Ci immergiamo là dentro e questo stanca. Spesso conduciamo una doppia vita, abbiamo un lavoro «alimentare» e la scrittura diventa un lavoro in nero o non retribuito. È forse in questo tipo di esistenza che potremmo rivisitare il concetto di “smarginatura” di cui parlava Ferrante. Questa sensazione di essere ai margini (del mondo reale, fuori) e di lavorare ai margini di tutti i libri scritti in una lingua condivisa. Questo insieme/diviso a volte penoso e dal quale vorremmo separarci per respirare meglio, per sfuggire a una pressione interiore. I margini del sé diventano porosi e estranei. Siamo sommersi nel mondo e siamo assenti.

Nel 1994 insieme a Henri Deluy pubblicaste un’antologia poetica in cui comparivano i testi di 29 donne a partire dagli anni Sessanta. In concomitanza, lei ha denunciato che alcune poete declinarono dopo aver subito diverse forme diverse di pressione, tra le quali quella secondo cui «la lingua non è sessuata». Crede che oggi, a più di vent’anni di distanza, una pressione di questa natura sarebbe ancora possibile?

La poesia francese è misogina. Storicamente è ovvio, come le arti in generale e la musica. In questo senso essa segue ciò che accade alle donne, la loro assegnazione a determinati ruoli. Questa antologia suscitò scalpore nel club dei poeti e sulle «ragazze» fu esercitata una pressione affinché non partecipassero; altre hanno trovato l’impresa inutile e sbagliata. Mi piace che tu scelga di parlarne perché mi sembra che questo «gesto», che non ho fatto da sola ma con Henri Deluy, non sia completamente cancellato. Non molto tempo fa mi sono ritrovata in un’intervista con il direttore di una rivista francese che ha detto: «Oggi nella mia rivista ci sono molte donne, soprattutto donne molto giovani». Ed era vero ma io non potevo evitare di pensare: «Sì, ma sei tu, un uomo di 74 anni, a esserne il direttore!». Abbiamo cambiato secolo, le sfide evolvono, le violenze si spostato, il problema dell’identità sessuale, della differenza si pone diversamente. Quelli che chiamiamo “corpi mancanti”, senza voce, continuano a creare un buco, un’assenza. Quello che Achille Mbembe chiama “brutalismo” sta prendendo piede in tutto il mondo. Oggi la scrittura non si separa da questo stato di cose, perché le scrittrici e gli scrittori, come tutti gli esseri viventi, abitano il mondo, condividono questa casa. Invisibilmente è a questa memoria che lavoriamo. O in ogni caso dovremmo provare a farlo.


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