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Lettere

Per rientrare in classe c’è bisogno di una politica che pensa la scuola

Il presente documento esprime collettivamente le riflessioni di un cospicuo gruppo di docenti del Liceo Scientifico “A. Avogadro” di Roma in merito all’annunciato rientro in aula il 7 gennaio.

Innanzitutto facciamo riferimento al documento di sintesi redatto dalla Direzione Generale dell’USR Lazio in data 24.12.2020, nel quale si legge che “è apparso chiaro il grande sforzo anche finanziario sostenuto dall’Assessorato ai lavori pubblici della Regione Lazio finalizzato in generale al potenziamento della rete” per “consentire la ripresa, in sicurezza, delle attività didattiche in presenza”. Su quale base lo sforzo profuso dalle istituzioni locali sia apparso chiaro e grande ai dirigenti del nostro USR, non è dato sapere, dal momento che nessun documento è stato reso noto in merito a una aggiornata/modificata/potenziata articolazione del trasporto pubblico nel Lazio e/o nella città di Roma. Consultando i siti istituzionali di Regione, Comune e singole aziende/istituzioni interessate, non si trova traccia di un nuovo piano del trasporto pubblico locale, così come non vi sono certezze su avvenuti investimenti pubblici per l’incremento del parco-mezzi, anche sul versante della acquisizione in affitto e/o la concessione in subappalto alle aziende del trasporto privato, che pure hanno visto una massiccia battuta d’arresto nei loro flussi a causa del drastico calo del turismo e hanno decine di mezzi fermi da mesi.

Le uniche notizie in merito sono pochi, scarni articoli, molto vaghi in verità nell’esporre i termini della questione, che fanno solo riferimento a un presunto bando scaduto il 30 dicembre scorso, col quale ATAC punta al “sub affidamento di alcune linee periferiche per recuperare vetture proprie da sfruttare sui percorsi più frequentati dagli studenti”. Dunque, in ragione di quali riscontri oggettivi dovremmo credere a ciò che afferma il documento della Direzione Generale? Le risorse a quanto si sa sono state stanziate dal governo centrale: il DM 223/2020 ha assegnato a ogni regione (e provincia autonoma) dei fondi da dedicare al miglioramento del trasporto pubblico locale, nell’ambito di una “riorganizzazione urgente” per far fronte all’emergenza sanitaria. Riteniamo allora che sia lecito chiedere informazione e trasparenza alle istituzioni, in qualità di cittadine e cittadini prima ancora che docenti. E invece, alla data di stesura del presente documento, 3 gennaio 2021, un piano operativo per il trasporto pubblico ancora non c’è. Si leggono parole, dichiarazioni, proclami, titoli sui giornali. Ma un documento pubblico, ufficiale, con un impegno concreto, messo nero su bianco da istituzioni e aziende coinvolte, non è stato ancora diramato, come lamenta lo stesso presidente della ANP per il Lazio prof. Mario Rusconi, presente all’ultimo tavolo istituzionale per la discussione sul tema.

A ciò si somma quanto si legge sul sito del Ministero dell’Interno, dove campeggia l’annuncio che è “pronto il piano operativo” per il rientro a scuola nella città di Roma. Scorrendo l’articolo che segue il proclama, tuttavia, si capisce ben presto che in realtà non c’è nessun piano, o quantomeno l’articolo non lo dettaglia. A meno che non si voglia considerare “piano operativo per la mobilità” quello di scaricare sulle scuole l’onere di sostituirsi, con la solita buona volontà, abnegazione e spirito di sacrificio di cui tutte le istituzioni ora ci ringraziano (sic), a un non-piano fantasma. E così, oltre al danno la scuola subisce l’ennesima beffa, perché sul sito del Ministero dell’Interno si legge pure che il piano per la ripresa in sicurezza si basa sul “raccordo tra gli orari di inizio delle attività didattiche e quelli del trasporto pubblico”, con la ben nota proposta delle due fasce di entrata e la ridistribuzione della popolazione studentesca anche sul sabato. Ma è lecito, anche solo banalmente dal punto di vista semantico, parlare di “raccordo”? Il raccordo è un’intesa, una collaborazione, un venirsi incontro facendo un passo per ciascuno nella direzione della controparte. In questo caso appare evidente che il trasporto pubblico laziale/romano intende rimanere uguale a se stesso (carenze comprese), mentre a noi viene chiesto di stravolgere la nostra vita (professionale e privata), così come alle/agli studenti e alle loro famiglie.

Come al solito, in Italia chiunque può dettare l’agenda alla scuola, adesso anche l’ATAC: il documento operativo della Prefettura circolato nei giorni scorsi dice esplicitamente che le misure adottate sono state “chieste” dalle aziende del trasporto pubblico locale, che altrimenti non avrebbero garantito la sicurezza del servizio. Questo sarebbe un “raccordo”? Un lavorare in sinergia? Suona decisamente più come un’imposizione. Nulla di nuovo sotto il sole, tuttavia. Questo atteggiamento, infatti, tradisce il solito problema di scarsa considerazione di cui l’istruzione gode presso le istituzioni di questo Paese, per cui la scuola è praticamente sempre sacrificabile per qualche preteso bene superiore. Adesso questo bene superiore è assumere la responsabilità di sopperire all’ennesima falla sistemica, ovvero la mancata volontà politica di fare investimenti seri e proporzionati alla gravità del problema che dobbiamo fronteggiare, per mettere tutte/i noi nella condizione di lavorare non solo in sicurezza, ma anche nel modo didatticamente migliore possibile. Perché se da una parte c’è la questione sanitaria, dall’altra, dimenticata da sempre dalla politica, c’è la questione didattica. Sappiamo già che la didattica mista presenza-distanza non è il modo migliore possibile di insegnare, ma ce la siamo e ce la saremmo fatta andar bene nuovamente per quello spirito di servizio di cui sopra, che mai crediamo sia venuto meno da parte nostra in questi lunghi mesi di pandemia. A una metodologia didattica già non ottimale, però, non si può anche sommare il totale stravolgimento dei ritmi quotidiani dei nostri alunni e delle nostre alunne, per cui l’uscita da scuola alle 16 (o ben oltre, a seconda dei diversi indirizzi di studio) renderebbe di fatto impossibile profondere alcuno sforzo ulteriore rispetto a quanto già fatto a scuola. Arrivare a casa in alcuni casi alle 17 (o più tardi), renderebbe di fatto impossibile, per una questione di stanchezza fisica e mentale, eseguire i compiti, momento formativo necessario e imprescindibile per il consolidamento di quanto fatto a scuola, nonché studiare per fissare, rielaborare e far proprio quanto appreso nelle ore precedenti di spiegazione. Insomma, l’intero impianto di una didattica autenticamente efficace verrebbe meno. Ma che volete che sia? Il nostro compito è salvare il Paese dai contagi, scaglionandoci ordinatamente in fila indiana divisi in due turni.

Riteniamo come di essere sempre stati disponibili in questo ultimo anno a farci carico della grande responsabilità di dover conciliare il diritto allo studio dei nostri alunni e alunne con la salvaguardia della salute pubblica; abbiamo fatto, al meglio delle nostre possibilità, tutto ciò che abbiamo potuto per mandare avanti la scuola e dare un senso alla didattica, e ancor prima che ad essa, alla relazione umana, che dell’apprendimento è parte sostanziale e imprescindibile. Ma arriva un momento in cui pensiamo sia doveroso dire basta. Basta a richieste che non tengono nella benché minima considerazione le esigenze e la dignità di una intera categoria professionale nonché di milioni di giovani donne e uomini che sono la nostra utenza, ma sono anche, prima di tutto, persone con diritti e bisogni; basta a istanze che mostrano tutta l’indifferenza della politica e della classe dirigente di questo Paese nei confronti della scuola, al netto della propaganda elettorale e dei proclami acchiappa-applausi che si sentono nei salotti televisivi, a cui però seguono sempre, inesorabilmente, solo tagli e riduzioni; basta all’idea che alla scuola si possa chiedere di tutto, perché la scuola risponde sempre, perché i/le docenti non si tirano mai indietro e perché, ci si perdoni il materialismo, le richieste fatte alla scuola e ai docenti sono sempre a costo zero (o qualcuno ha proposto un adeguamento salariale nel caso le giornate di servizio dei docenti si allungassero massicciamente per la inevitabile presenza di buchi nell’orario? Non ci risulta…). Crediamo che le nostre alunne e i nostri alunni abbiano

il sacrosanto diritto di tornare a scuola in presenza ed è questo che ci auguriamo per noi stessi e per loro, ma non in questo modo, non senza un piano efficace di potenziamento del trasporto pubblico che garantisca la loro e la nostra sicurezza, non senza un piano operativo dei tracciamenti su base settimanale per riuscire a monitorare e se necessario contenere efficacemente la diffusione dei contagi, non senza i necessari interventi di adeguamento delle strutture scolastiche (in termini strutturali e di arredi, alcune scuole stanno ancora aspettando i banchi mono-posto…).

Solo quando ci saranno le pre-condizioni create dalla politica, una politica che abbia veramente a cuore la scuola e non solo a parole per farsi pubblicità, solo allora si potrà tornare in classe. E siamo sicuri che noi docenti saremo pronte/i a fare la nostra parte. Come sempre.

Franco A. Allega, Caterina Astorino, Andrea Avellino, Daniela Belli Tuzi, Francesca Bernardo, Antonella Bondì, Roberta Bramante, Paola Bulzomì, Cristiana Camozzi, Maria Campanella, Francesca Campisi, Alessandro Capata, Rita Capraro, Domenico Carlucci, Cristina Chiera, Emanuela Cozzi, Paola Cristofori, Rosaria R. Cugliari, Giovanna D’Agostino, Anna De Cesare, Stefania Frontera, Luisa Fusillo, Nicoletta Galdiero, Maria F. Giambi, Rita Iacomino, Rosanna Iannarilli, Giulio Iraci, Anna Latessa, Paola Lembo, Daniela Leuzzi, Vita Lopalco, Nicoletta Marati, Agnese Martini, Giuliana Massotti, Lorenzo Mazza, Gabriele Miniagio, Silvia Moro, Barbara Neri, Gabriele Paolucci, Maristella Petralla, Alessia Rapone, Chiara Rengo, Graziella Ruscitto, Teresa Sabbatini, Adele Salvati, Monica Sticca, Monica Tartaglione, Vittorio Vernole

 

Enrico Ferraro del Liceo Classico Dante Alighieri di Roma