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Lettere

Per la scuola non bastano gli slogan

Ieri, come ogni giorno, ho aperto i giornali. Dentro al “Corriere”, a pag. 2, c’ho trovato la foto di mio figlio, 6 anni.
Domenica passavamo dal parco: una passeggiata all’aria aperta vista la giornata primaverile che c’era a Milano.
Quando, nonostante la mascherina, ha riconosciuto i suoi amici storici sull’albero gli è corso incontro, ignaro del fatto che fossero lì per un flashmob organizzato dal “movimento” #prioritàallascuola.
L’ho lasciato fare ma avevo il cuore pesante, come stamattina che piangeva perché non voleva andare a scuola.
Guardavo questi due papà, accompagnati da uno sparuto gruppo di mamme, tra cui amiche che stimo, che si prodigavano a leggere “Don Chisciotte” rivendicando un diritto nobile e giusto: quello allo studio in sicurezza dei loro ragazzi. I bambini, invece, avevano soltanto voglia di correre dietro ad un pallone.
Già a scuola, così com’è concepita e soprattutto in questa situazione di emergenza, passano tanto tempo seduti e fermi.
Da un lato, avrei voluto abbracciare quei genitori. Per l’impegno e la verve che ci mettono e ci stanno mettendo già da qualche mese. Non erano mai stati così attivi. Anzi. Spesso erano stati disposti a criticare l’insegnante di turno affermando che avrebbero fatto meglio di lui o immaginando di poterlo sostituire senza problemi.
Cominciano anche a capire i meccanismi farraginosi della burocrazia scolastica, le acrobazie di dirigenti, insegnanti e segreterie per trovare supplenti specializzati nonché l’importanza del personale Ata senza il quale alcune scuole di Milano torneranno a fare l’orario ridotto. Insomma, forse si stanno rendendo conto di ciò che da sempre i lavoratori della scuola lamentano: vecchi e storici problemi per cui la scuola non è affatto “un luogo sicuro”. E oltre alla mancanza di vigilanza per via di organici risicati, gli intonaci degli edifici, i cantieri nei cortili, le palestre con la pavimentazione ondeggiante o assente ne costituiscono un lampante esempio.
Una cosa mi ha insegnato questa stramba e pericolosa emergenza: vivere l’oggi. Il presente precario e incerto condiziona le vite di tutti e ha bisogno di soluzioni nuove anche per problemi vecchi. Oggi è molto diverso da ieri. Anche a scuola.
Così, se è vero che le sacrosante e storiche battaglie che adesso hanno abbracciato anche i genitori devono continuare, è altrettanto vero che affinché la “scuola diventi un luogo sicuro” di passi da fare ce ne sono tanti. E siamo nuovamente lontani dalla realtà contingente: siamo nel futuro. Dal quale, sicuramente, non bisogna farsi trovare impreparati.
Quello che voglio dire è che adesso, hic et nunc, l’emergenza è soprattutto sanitaria. E se è vero che tutto sembra priorità, scuola compresa, è altrettanto vero che l’incremento dei casi, ovunque, coincide con le riaperture. Anche quella della scuola. Di cui, peraltro, non abbiamo dati. E per cui, tra l’altro, abbiamo già soluzioni o alternative.
Ciò non toglie che dobbiamo trovarne di nuove, sempre più “giuste” e adatte alla situazione! Ultimamente, ad esempio, si è deciso di mantenere “in presenza” scuole dell’infanzia e primarie. Bene. Utilizzando gli spazi delle scuole secondarie in Dad, si potrebbero creare classi con un numero di alunni ridotto abolendo così le classi pollaio. Certo, bisognerebbe modificare il tempo scuola. Ridurlo un po’. Ma è un’idea. Da sperimentare oggi anche per eventuali future emergenze.
#Prioritàallascuola così come alcune rivendicazioni, giustissime e legittime in altri momenti, in un periodo assurdo e difficile come quello attuale perdono di valore quando non di credibilità. Mode del momento soprattutto se non supportate da dati. E da idee nuove. E diventano banali slogan di una battaglia a cui, sic et simpliciter, si sono aggregati pochissimi dirigenti scolastici, docenti, amministrativi della scuola, medici o pediatri.
Domenica erano una ventina, bambini compresi.
Per fortuna o purtroppo.