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Lettere

Mascherine in classe, quando è il Tar a fare la politica della scuola

Il TAR del Lazio si è pronunciato, nei giorni scorsi sul DPCM del Novembre 2020, dichiarando illegittimo l’obbligo di indossare mascherina a scuola per i bambini di età superiore ai 6 anni ed entrando a gamba tesa in una situazione già complessa, caratterizzata da un quadro di frammentazione e conflitto fra gli organi dello Stato e i settori della vita pubblica. Dentro questo scenario caratterizzato anche da una buona dose di dilettantismo con cui viene affrontata la pandemia, germinano paure sociali, sfiducia nelle istituzioni e “teorie del complotto”.

Con la sua pronuncia il Tribunale Amministrativo individua la discrepanza che esisterebbe fra il DPCM e le indicazioni del CTS che raccomandava di “calibrare” l’obbligo di mascherina, prestando attenzione a “fattori come la compliance del bambino” e prevedendo l’esonero anche in presenza di un generico “fastidio” riferito dallo scolaro e comunque “quando sia garantita la distanza di un metro fra i banchi”.

Sono molti i genitori e i gruppi di cittadini che hanno accolto con favore questo intervento, ingaggiando in rete aspre battaglie fra gruppi “pro” e “contro”, in linea con l’ormai consolidata attitudine allo scontro per bande piuttosto che al dibattito che, invece, potrebbe utilmente inserirsi dentro i “buchi” prodotti da una politica che non riesce a trovare il corretto equilibrio fra indicazioni del mondo scientifico, esigenze di tenuta del sistema e salvaguardia della salute pubblica.

Nella situazione in cui versa il Paese non si sentiva alcun bisogno di questo ingresso della giustizia amministrativa in quello che è ormai l’agone di un indiscriminato “tutti contro tutti”, dentro cui si muove una società disorientata e confusa, anche per le incursioni mediatiche di esperti in cerca di visibilità che dicono tutto e il contrario di tutto. È evidente, però, che il TAR si muova dentro un vuoto generato proprio dalle inefficienze di un sistema politico che non riesce a governare una situazione inedita e senza dati certi cui affidarsi.

Proprio l’incertezza dei dati a disposizione rappresenta un elemento centrale della questione, e chiunque conosca la letteratura scientifica si trova spiazzato di fronte a toni perentori e affermazioni lapidarie con le quali vengono spesso liquidate questioni di enorme complessità. Senza discutere la legittimità della sentenza, è proprio a partire dai suoi contenuti che emerge l’urgenza di una riflessione collettiva sul concetto di “evidenza scientifica”, più volte riportato nelle conclusioni dei giudici, in riferimento alle indicazioni dello European Centre for Disease Prevention and Control (ECDPC) che indica come “small” o “moderate” le evidenze a supporto dell’uso delle mascherine, facendo concludere che non ve ne sia bisogno. Una distorsione, questa, del concetto di “evidenza” che non è una “verità di fatto” ma una “convenzione”, ottenuta sulla base delle conoscenze disponibili e soprattutto della metodologia di ricerca utilizzata. Ciò vuol dire che la mancanza di “evidenze” a supporto di una pratica clinica o dell’utilizzo di un dispositivo, come in questo caso, è probabilmente il risultato della difficoltà a studiarne l’efficacia e non una scomunica.

Al di là delle mascherine, comunque, la ricerca fornisce in questo momento scarse e frammentarie “evidenze” in tutti i campi, dall’approccio terapeutico alla valutazione delle misure preventive come l’utilizzo delle vituperate mascherine. Colpisce, quindi, in tal senso, l’affidarsi a parametri in molti casi del tutto aleatori come la famosa “distanza di sicurezza”, che non si comprende perché dovrebbe attestarsi su 1 o 2 piuttosto che 3 metri. Allo stesso modo, per quanto riguarda il rapporto fra bambini e virus, argomento essenziale per affermare il basso rischio di contagio all’interno delle scuole, è vero che i dati indichino una minore suscettibilità dei nostri piccoli ma è anche vero che non ci sono elementi certi per escludere che quella scarsa incidenza di contagi potrebbe derivare della difficoltà a rintracciare e contare soggetti per lo più asintomatici che potrebbero passare “sotto silenzio”. Stesso discorso vale per i presunti effetti dannosi delle mascherine, riportati dallo stesso studio dello ECDPC in misura esigua, dall’insorgenza di disturbi ansiosi ad alcune reazioni cutanee oltre alle ovvie difficoltà respiratorie in soggetti con pregresse patologie. Nessuna apocalisse.

Sulla base di questi elementi frammentari, tuttavia, mentre la politica balbetta e i movimenti sociali sono storditi, la giustizia amministrativa propone una via giudiziaria all’uscita dalla crisi, scrivendo l’ennesimo capitolo della disgregazione progressiva del nostro tessuto sociale che SARS-CoV-2 ha colpito contribuendo ad acuire lacerazioni preesistenti. Come fra le corsie d’ospedale, il virus colpisce in maniera più violenta gli organismi già provati da altre patologie, in questo caso una società segnata da lacerazione del quadro istituzionale, conflitto fra poteri e dispersione di energie sociali che potrebbero, invece, cooperare alla fuoriuscita non dalla pandemia ma da un sistema al tramonto. Un problema che il vaccino, da solo, non può risolvere.

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