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Lettere

L’ultima guerra

Carissimi,

un’improvvisa esplosione della crisi climatica ha mostrato tutta la fatuità dell’attivismo diplomatico che nelle ultime settimane ci ha fatto assistere a molti incontri tra i Grandi della Terra. Da questi non è venuto niente di nuovo: da un lato i nostalgici del bipolarismo hanno riproposto il consueto schema del conflitto Russia-Occidente, dall’altro è stata invocata una nuova conflittualità trilaterale che, chissà perché, consacri come terzo  nemico la Cina. L’intervista con cui il segretario di Stato americano Blinken è venuto a spiegare agli italiani la politica di Biden è stata chiarissima: con la Cina si potrà anche discutere di diritti umani, ciò che conta è un rapporto conflittuale con essa.

Nel frattempo però sono saltati i termometri del clima. È giunta notizia che Lytton, cittadina a 200 km da Vancouver in Canada, è in fiamme, la temperatura è giunta a 49,5 gradi, a fronte di un livello medio nello stesso periodo dell’anno di 24 gradi. Cinquecento sono i morti solo per questo , mentre a Verkhoyansk, nella Russia artica, si sono  toccati, lo scorso 21 giugno, i 40 gradi.

Analisti e scienziati di tutti i tipi hanno tirato fuori studi, rilevazioni e statistiche da cui si ricava che stia accadendo qualcosa di mai visto prima, sta succedendo qualcosa che non solo sembrava improbabile, ma del tutto impossibile secondo la climatologia passata. La Nasa ha diffuso uno studio da cui emerge che l’atmosfera terrestre ha immagazzinato una quantità “senza precedenti” di calore, raddoppiata in quasi quindici anni, e un rapporto dell‘Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) dice che “il cambiamento climatico rimodellerà radicalmente la vita sulla Terra nei prossimi decenni, e questo accadrà anche se gli esseri umani riusciranno a domare le emissioni di gas serra”. Le proiezioni di metà secolo – anche in uno scenario ottimistico di 2 gradi centigradi di riscaldamento – segnalano come decine di milioni di persone in più rischiano di dover affrontare la fame cronica e altri 130 milioni potrebbero sperimentare la povertà estrema. Nel 2050 le città costiere in “prima linea” vedranno centinaia di milioni di persone a rischio di alluvioni.

La conclusione che da tutto ciò si può trarre è che quell’aumento controllato dell’inquinamento a cui era affidata la lotta al disastro ecologico incombente e su cui erano imbastite le strategie gradualiste come quelle adottate negli accordi di Parigi (che prevedevano perfino l’acquisto di quote di inquinamento aggiuntive da parte dei Paesi più ricchi) non è possibile, non è realistico, la battaglia è già stata perduta, ci sarebbe voluto un ribaltamento dei comportamenti collettivi, non una retorica riformista. I dolori sono oggi inevitabili.

Così all’improvviso ci siamo resi conto che dopo tutta una storia fatta di guerre, l’umanità si trova ora di fronte a due ultime guerre che appaiono senza uscita, e dobbiamo decidere che fare. La prima è la guerra atomica, di cui sappiamo già da tempo che non potrebbe essere vinta.  Per questo abbiamo solennemente stabilito e ripetuto fino al recente incontro dei Due Grandi, Biden e Putin a Ginevra, che non dovrà mai essere combattuta. E forse non lo sarà. La seconda guerra è quella climatica, e ora sappiamo che non potremo vincere neanche questa, che non la vincerà nessuno.  È già troppo tardi.

Il problema politico che però oggi si pone è che, al contrario di quanto si può dire della guerra atomica, questa seconda guerra che non può essere vinta, non può non essere combattuta. Se la guerra atomica possiamo decidere di non combatterla, della guerra ecologica non possiamo decidere altrettanto, anzi proprio perché sconfitti dobbiamo decidere di assumercela come priorità assoluta, e anzi dovremmo mettere nella seconda tutte le energie e le risorse che certamente investiremmo nella prima. Ciò che non possiamo fare è di dichiarare la resa prima della lotta.

Purtroppo però è proprio la risposta politica che manca. La scienza ci sarebbe, forse la cultura, perfino le religioni stanno cercando una risposta. Ma la politica mondiale, stregata dalle sovranità economiche, non ha la capacità di reagire.  L’orgia degli incontri diplomatici delle ultime settimane, tanto esibita quanto inconcludente, lo dimostra. Lo schema proposto è sempre lo stesso, la stolta riproposizione dell’identico: il mondo non è concepito come un sistema di soggetti in relazione tra loro di cui va organizzata al meglio la vita sulla terra, ma come una giungla appena un po’ civilizzata dopo l’invenzione hobbesiana dello Stato moderno, di cui va gestito il conflitto e nella quale va coltivata l’inimicizia. Come se Carl Schmitt ne fosse stato il vero oracolo, “il politico” ha il suo canone interpretativo nel Nemico: il “criterio” del politico, ciò che lo identifica e ne detta i comportamenti come suo principio causale, è la configurazione amico-nemico, l’inimicizia è la sua necessità funzionale.  A monte c’è una cultura, intronizzata dall’Occidente, ed è la cultura dialettica che sempre contempla due termini l’un contro l’altro armati,  e al punto finale c’è la guerra, fino a quella atomica, quella  che appunto  si è giunti a concludere di non doversi combattere .

Ma è questo uno schema di gioco ancora valido per un mondo che la guerra ecologica dovrebbe trovare solidale e unito, per una risposta estrema all’ultima sfida? La reazione dovrebbe essere tutt’altra, Sarebbe piuttosto giunto il momento di passare dalla dialettica all’armonia, da Hegel a Confucio, come ci invitano a fare proprio i cinesi, che celebrano i cent’anni dalla fondazione del loro partito comunista e nonostante il pensiero di Mao. Sarebbe questo il momento di passare dalla lotta per l’egemonia alla costruzione di un mondo inclusivo per tutti. È questo l’appello di papa Francesco e dei suoi fratelli di altre religioni che insieme  propongono un’immagine inedita di un Dio che tutti unisce in sé nell’amore. È  questo l’imperativo che sorge dalle guerre ultime che non possono essere vinte, ed è questa l’idea nuova, politica e giuridica, perseguita da noi, della costruzione di un solo popolo e la promozione di una sola Costituzione per tutta la Terra.

Con i più cordiali saluti

www.costituenteterra.it

P.S. Iscritti e simpatizzanti di “Costituente Terra” che ancora non hanno rinnovato la loro adesione per il 2021 ci hanno chiesto come farlo. Ricordiamo l’IBAN che è IT94X0100503206000000002788. Per la quota di iscrizione riportiamo quanto era indicato nel documento istitutivo “La storia continui”; “La quota annua di iscrizione a Costituente Terra e alla Scuola che la promuove, è libera, e sarà comunque gradita. Per i meno poveri, per quanti intendano contribuire a finanziare la Scuola, eventuali borse di studio e il processo costituente, la quota è stata fissata dal Comitato promotore nella misura significativa di 100 euro, con l’intenzione di sottolineare che la politica, sia a pensarla che a farla, è cosa tanto degna da meritare da chi vi si impegna che ne sostenga i costi, contro ogni tornaconto e corruzione, ciò che per molti del resto è giunto fino all’offerta della vita. Naturalmente però si è inteso che ognuno, a cominciare dai giovani, sia libero di pagare la quota che crede, minore o maggiore che sia, con modalità diverse, secondo le possibilità e le decisioni di ciascuno”.

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