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Lettere

Lettere su Giulio Regeni

Grati al manifesto

Da Vittorio Arrigoni, che con quotidiana continuità dava concretezza alla solidarietà al popolo palestinese contro l’occupazione israeliana a Giulio Regeni che con le sue inchieste ci ha fatto capire che i movimenti dell’opposizione sindacale, con gli strumenti dell’autorganizzazione, non possono essere ridotti al silenzio dalla dittatura di Al-Sisi. Due contributi essenziali che coniugano, alla perfezione, azione diretta ed analisi dei movimenti reali. Un grazie per quanto hanno fatto, e perché no? un grazie al collettivo del manifesto per aver avuto tra le proprie file persone come loro!
Edoardo Todaro Firenze

Torture e affari

Credo che una lettera aperta di giornalisti e intellettuali al nostro governo – promossa dal Manifesto – affinché usi tutti i mezzi a sua disposizione compreso il peso degli scambi economici in corso e del prossimo venturo accordo Eni per avere una inchiesta seria sulle responsabilità dell’omicidio del nostro connazionale sia indispensabile. Lettera nella quale si metta in chiaro che un paese che si voglia decente non può allegramente fare affari con un governo che ammette e avalla l”uso di torture sparizioni e assassinii di presunti e/o reali oppositori politici.
Stefania Sinigaglia

Grave ferita all’informazione

Mobilitarsi è una continua necessità dei nostri giorni, e anche questa vicenda non ci dice altro. La scomparsa attuata con ferocia e premeditata, di una fonte autonoma come lo era Giulio Regeni, apre una ferita nella libertà d’informazione in genere.
Sopprimere chi può raccontare la realtà, rappresenta la fine di un processo, iniziato con la sottrazione della libertà per un’intera società, per terminare nell’imposizione del silenzio. Una catena che va spezzata, perché rappresenta l’unica possibilità che abbiamo di conoscere. Non è il primo e non sarà l’ultimo caso, ma la passione senza nessuna protezione di un giovane ricercatore, porta ad immedesimarsi in lui.
Nino Borrelli Salerno

I mandanti sono tra «noi»

Non si tratta di un accostamento improbabile sul piano della statura teorica e politica, ma l’uccisione del giovane ricercatore ha il sapore della stizzita e feroce vendetta molto simile a quella operata contro Rosa Luxemburg del 15 gennaio 1919. Allora si trattò di militarizzare il proletariato per la ricostruzione postbellica, oggi lo si vuole annientare per superare la crisi. Non ci interessa neppure lontanamente immaginare che i carnefici di Regeni avessero la consapevolezza storica del loro gesto criminale.
Ci interessa invece sottolineare due aspetti del problema: a) la vittima si interessava di problemi operai, cioè della lotta di classe di un proletariato straordinariamente oppresso e sfruttato; b) la mano omicida sarà stata pure di sgherri senza scrupoli, ma i loro mandanti risiedono anche – se non soprattutto – qui da noi, oltre che in Egitto, e si chiamano capitalisti e multinazionali che in quel paese hanno investito e tengono in vita un governo militare. Non siamo ipocriti: la nostra democrazia sta alla loro dittatura come il nostro benessere sta al loro malessere, al malessere operaio e proletario determinato dalle nostre industrie spostate colà per il costo più basso della manodopera. Siamo ad un ulteriore giro di torchio del modo di produzione capitalistico che, sempre più in crisi – in modo particolare in Occidente – , reagisce in modo criminale.
Michele Castaldo Roma

Grazie Giulio

Grazie Giulio per averci insegnato che la libertà di pensiero e di opinione è qualcosa di irrinunciabile. Ci lasci questo testamento e un dolore lancinante nel nostro cuore. Grazie ancora grande Giulio.
Boris Simone

L’omaggio al dittatore

Al-Sisi promette la verità. Matteo Renzi garantisce. Povero Giulio Regeni, meritava un epitaffio migliore. L’Egitto inventerà un colpevole plausibile, e la verità non si saprà mai. Al Sisi è un bieco dittatore, che ha imparato da Videla la politica dei desaparecidos, il presidente del Consiglio italiano è il suo sponsor. Renzi è volato al Cairo a omaggiare al-Sisi nell’agosto del 2014, primo tra i politici occidentali, appena due mesi dopo il golpe.
Ha ricevuto il dittatore a Roma nel novembre successivo, regalandogli la prima visita in Europa e sancendone la legittimazione internazionale.
Ha perfino partecipato lo scorso marzo alla carnevalata di Sharm el Sheik sullo sviluppo dell’economia egiziana incontrando per la terza volta al-Sisi.
Renzi sarà pronto a fingere di credere a qualunque bugia. Già ora finge di non sapere che al-Sisi è il burattinaio che muove a Tobruk il generale Khalifa Haftar, l’uomo che vuole affossare in Libia la diplomazia italiana e che finirà per consegnare la Cirenaica al famelico al-Sisi. Povero Giulio. Non possiamo però parlare di scempio di cadavere perché questo è stato già attuato dagli scherani del regime.
Giorgio Rinaldi giornalista