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Lettere

Lettera da una moglie qualsiasi

Di norma non sono una fanatica della »penna pubblica» (lettere a giornali, politici e altro), non so mai bene quale debba essere il giusto punto di vista: cittadina, lavoratrice, moglie di un tassista milanese?! La verità è che mi fanno un po’ paura queste etichette, questa forzatura dei ruoli, soprattutto oggi che ci vogliono ingabbiare in categorie che vorrebbero in perenne conflitto tra loro.

Ci vogliono chiudere in un mondo che non ci può piacere: negozi aperti 24 ore? Ma gestiti da chi? Potrò avere anche il pane la domenica? Bene? Ma bene per chi? non per il fornaio temo. Poi leggo quello che scrivete e penso che allora non siamo solo io e mio marito a chiederci ma cosa sta succedendo?

Quindi grazie, per farci sapere che un’alternativa di pensiero è possibile.

Peccato spesso si scontri contro la chiusura delle persone stesse: perché ci stanno insegnando a diffidare. Il tuo vicino è il tuo nemico.

Leggo in giro che ho sposato un «privilegiato» (che guida 10 ore, si prende il peggio che la vita di strada offre e non ha nemmeno un bagno per fare pipì). Ma se sposto lo sguardo la musica non cambia, è un «privilegiato» l’insegnante, è un «privilegiato» chi lavora nella pubblica amministrazione e via così..

Ma noi ci vogliamo ancora credere, io e il mio marito tassista che ogni giorno mi ricorda il valore di essere una persona onesta intellettualmente. Per questo ho deciso di stare al suo fianco nella battaglia per la difesa di un servizio pubblico come il suo (e come al solito la domanda è, fanno regole buone per chi? dicono che fanno innovazione? Ma i benefici per chi sono? non per i cittadini, tanto per cambiare).

E anche lui è al mio fianco. Perché il fronte oggi non può che essere comune, e allora che bello vedere un gruppo di tassisti in piazza, a difesa dell’art. del 18 (loro che non lo hanno). Essere insieme, in risposta a chi ci vorrebbe nemici gli uni contro gli altri.

Oggi, che sembra quasi che avere un diritto sia un privilegio. E allora speriamo di essere in tanti ad aver voglia di non ragionare più come tanti «io» differenti.

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