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Lettere

LeRoi Jones e/o Amiri Baraka?

Solo un rilievo sulle pagine, peraltro così ricche, che il manifesto ha dedicato alla scomparsa di LeRoi Jones/Amiri Baraka.
Si tratta ovviamente della stessa persona ma non è proprio chiaro se il necrologio fosse riferito al nome primitivo o al successivo pseudonimo, perché il primo è ascrivibile allo scrittore antagonista che abbiamo amato in Poesia degli ultimi americani di Fernanda Pivano e nel poema vero e proprio che si intitola Blues People, mentre l’altro appartiene a un convertito progressivamente chiuso in un nazionalismo gretto, islamista e di colore.
Ricordare e specialmente avvalorare Amiri Baraka come se fosse ancora LeRoi Jones o una sua “naturale” prosecuzione a me sembra discutibile tanto quanto confondere radicalismo critico e clausura identitaria.
E’ un caso che la bandella cronologica, sul giornale, si fermasse in sostanza al 1967? Non è stato LeRoi Jones a firmare il testo di Someboy Blew Up America che infatti, nonostante Amiri Baraka pretendesse il contrario, è pieno di immondizia antisemita.
Massimo Raffaeli

Caro Massimo, grazie per la lettera. Sinceramente risulta impossibile separare due carriere, due «nomi» (LeRoi Jones/Amiri Baraka) che esistono incardinati culturalmente e politicamente uno dentro l’altro. Due facce dello stesso personaggio, due momenti politici e autobiografici vissuti – soprattutto il secondo il cambiamento di nome e l’adesione al radicalismo afroamericano – con forti tensioni interne, esistenziali e politiche.
La linea di displuvio tra LeRoi Jones e Amiri Baraka, è l’omicidio di Malcolm X e la decisione di combattere «con ogni mezzo necessario» (nel caso del poeta nero, le parole, gli scritti, i dibattiti, l’attivismo culturale) la struttura di potere bianca che Jones percepisce ora come invasiva, mortale e che – come Baraka – si appresta a destrutturare. Non a caso intraprende percorsi personali drammatici: lascia la moglie bianca, azzera il passato borghese universitario da cui proviene e si prepara – in pieno africanismo – a cambiare nome e a sposare (1967) con una cerimonia matrimoniale yoruba, Sylvia Robinson, da allora Amina. Da quel momento dedica se stesso ad un attivismo che ricondurrà i due a Newark, dove era nato, e a trasformare la propria casa, The Spirit House, in un centro culturale aperto a tutti. A tutti, sottolineiamo. Sono queste due persone diverse? O piuttosto la logica prosecuzione di un attivismo iniziato già nel libro – a nome LeRoi Jones – «Il popolo del blues» (riposizionare un suono, un popolo rispetto alla percezione bianca dominante)? E’ un «nazionalista gretto» il Baraka antisionista, non antisemita, come lui stesso ebbe subito a precisare, che nella poesia «Somebody Blew up America» esprime personali perplessità sugli attacchi dell’11 settembre? E’ un «nazionalista gretto» il poeta che fino all’ultimo ha continuato a girare il mondo e raccontare l’altra America nera, non quella di Obama e Michelle, con accompagnamento musicale?
E’ così diverso da LeRoi Jones, il Baraka che lo scorso aprile ha partecipato – con il chitarrista Vernon Reid, Last Poets, Rakim, Regina Carter e tanti altri – al grande tributo al poeta nero Sekou Sundiata, i cui argomenti preferiti erano i suoni e i mondi degli schiavi neri (gli stessi di Jones/Baraka), Jimi Hendrix e Mandela?

Francesco Adinolfi