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Lettere

La scuola non può essere la passerella dei politici

A scuola. al tempo del Covid@ LaPresse

 

È passato quasi un anno da quando il mondo dell’istruzione è stato investito dalla pandemia di Covid-19. Il 4 marzo 2020 gli istituti scolastici italiani hanno chiuso i battenti all’attività in presenza, anticipo di quel lockdown generalizzato che avrebbe interessato il Paese fino a maggio. Fin da subito i docenti hanno attivato classi virtuali e insegnamento a distanza, prodigandosi affinché i propri studenti non rimanessero totalmente abbandonati a se stessi, isolati gli uni dagli altri e privati tout court dell’esperienza scolastica. Ciò è stato fatto in un vuoto normativo, in assenza di una regolamentazione della cosiddetta Dad (didattica a distanza), per senso di responsabilità e con gran dispendio di energie e tempo da parte di tutti coloro che animano quotidianamente l’universo-scuola. Ci siamo detti e ci è stato ripetuto che la Dad era una didattica di emergenza, utile a non interrompere il dialogo educativo ma limitata all’impatto improvviso e in parte inaspettato che la pandemia aveva avuto sulle vite di tutti e tutte.

In quasi un anno abbiamo sperimentato uno strano esame di maturità, la Ddi (didattica digitale integrata), la presenza al 50% e poi al 25%, le verifiche condotte in situazioni inusitate, ecc. Tutti e tutte noi abbiamo accettato le mutevoli condizioni cui il nostro lavoro è stato sottoposto, consapevoli della necessità di continuare a svolgerlo nonostante tutto e in attesa di provvedimenti che permettessero di tornare a scuola in presenza e in sicurezza. Provvedimenti che, ovviamente, il governo del Paese avrebbe dovuto assumere, dopo mesi di lockdown e in vista della ripresa delle attività didattiche a settembre. Malgrado l’impegno e gli sforzi profusi, infatti, ci sono evidenti i limiti della didattica a distanza: connessioni instabili, dispositivi insufficienti, differenze socioculturali fra i nostri studenti con inevitabili ricadute sul piano del rendimento scolastico. Per non parlare degli aspetti epistemologici e metodologici legati a una didattica monca, priva del necessario scambio di contenuti e di esperienze che solo la presenza può garantire. Il tasso di dispersione scolastica è aumentato, le difficoltà per gli alunni con Bes, Dsa o disabilità – o semplicemente per quelli più bisognosi del supporto dei docenti – sono esponenzialmente cresciute. Per tutti e tutte è stata un’esperienza importante ma dimidiata, che ha inciso sulla qualità dei percorsi di apprendimento, crescita e sviluppo della personalità connaturati all’esperienza scolastica.

Quasi un anno è alle nostre spalle e poco è cambiato. Il 18 gennaio le scuole secondarie di secondo grado hanno riaperto: in quali condizioni? Non è stato varato un piano di assunzioni dei docenti degno di questo nome e, alle carenze strutturali, si sono sommati ritardi e mancanze: siamo in pochi per poter insegnare ai nostri studenti in presenza e in sicurezza. Le dotazioni di spazi degli istituti sono state, in alcuni e limitati casi, ampliate, ma in maniera del tutto parziale e insufficiente: non abbiamo aule in cui poter insegnare a tutti i nostri studenti in presenza e in sicurezza. La dotazione di mezzi di trasporto pubblico ha subito pochi e cosmetici ritocchi, insufficienti allo spostamento nel rispetto delle misure di distanziamento di migliaia di persone: i nostri studenti non sono in grado di raggiungere gli istituti in presenza e in sicurezza. Le Asl non sono state messe in condizione di effettuare il necessario tracciamento dei casi di Covid-19, mediante tamponi periodici a tutti coloro che attraversano quotidianamente gli edifici scolastici: non abbiamo la sicurezza di non ammalarci tornando in presenza, né di non essere veicolo di contagio.

Ci chiediamo a questo punto quali cambiamenti siano sopravvenuti a permettere la riapertura degli edifici scolastici. Poiché la situazione attuale e la prospettiva futura della situazione epidemiologica, a detta delle voci istituzionali, non sembra essere più rosea di quella che ha costretto ad adottare la Dad in tutte le scuole secondarie di secondo grado del Paese dal 3 novembre 2020, rientrare in presenza con le modalità predisposte appare del tutto irrazionale. Ci sorge un sospetto: che il ritorno in classe sia una bandierina che qualche esponente politico ha bisogno di issare, propaganda utile alla costruzione o al consolidamento di qualche carriera, senza una base concreta.

Intendiamoci: l’obiettivo è quello di tornare in presenza presto, subito anche. Ma siamo vicini e solidali con gli studenti, che in questi giorni hanno promosso azioni di protesta e che hanno indetto, da lunedì, uno sciopero con motivi chiari e condivisibili: il rientro non può avvenire a costo zero, la scuola non può essere la passerella per politici in cerca di affermazione personale, la nostra pelle e le nostre vite non sono sacrificabili per questioni di mera convenienza partitica. Il mantenimento della didattica mista al 50%, il doppio orario di ingresso (alle 8 e alle 10 ogni mattina), il prolungamento dell’orario scolastico fino alle 16, la reintroduzione del sabato sono condizioni inaccettabili, perché erodono tempo di vita, di studio e di lavoro a noi e agli studenti.

Con una menzione particolare per i ragazzi disabili, che non hanno visto adeguare il servizio di trasporto a scuola alle mutate esigenze di servizio e per i quali è, ancora una volta, compromesso il diritto all’istruzione. Per non parlare dei collaboratori scolastici, i cui orari di lavoro sono ora spalmati su tutto il giorno per sei giorni a settimana. Il tutto grava ancora più pesantemente su un istituto come il nostro, che in quanto liceo artistico prevede già un consistente monte ore giornaliero viste le molte attività laboratoriali. Non tener conto delle specificità, non concedere una maggiore autonomia decisionale a chi conosce la propria scuola perché la vive ogni giorno, costituiscono altrettanti importanti limiti delle decisioni governative e delle ordinanze prefettizie.

Vogliamo accantonare l’esperienza della Dad, perché la giudichiamo inadeguata e insufficiente alle esigenze complessive dell’istruzione; ma, se possibile, la Ddi è addirittura peggiorativa, perché si sostanzia in una didattica mista che compendia i difetti di entrambe le modalità: quella in presenza e quella a distanza. Preparare una lezione a distanza comporta un’organizzazione e un lavoro diversi da quelli necessari per una in presenza; la didattica mista non è né carne né pesce e ci costringe ad acrobazie metodologiche irrispettose della nostra professione. Essa ci condanna inoltre a un’attenzione dimezzata e frammentaria agli alunni in presenza mentre cerchiamo di coinvolgere gli alunni a distanza, resi sordi e ciechi dalle oggettive difficoltà tecniche di partecipare al dialogo educativo. Per questo affermiamo con forza che pretendiamo di tornare in classe in presenza con la sicurezza e le modalità necessarie, che prevedono investimenti economici massicci: nei trasporti pubblici, nella sanità, negli organici di docenti e collaboratori scolastici.

Per quanto siamo consapevoli che le criticità nell’ambito scuola si protraggono da decenni a causa di politiche incompetenti e inefficaci, ciò non può essere una giustificazione per avallarne il prosieguo o, addirittura, il peggioramento. I responsabili sono noti: un’azione governativa inefficace e colpevole, un ceto politico arroccato a difesa della propria autoconservazione e sordo alle istanze che provengono dal corpo vivo della scuola, Usr che a ogni inizio di anno scolastico presiedono sorprendentemente alla formazione di classi-pollaio insostenibili in condizioni normali e a maggior ragione con una pandemia in corso.

Continuiamo ad auspicare un’azione sindacale degna di questo nome, che ci consenta di far sentire la nostra voce e di esprimere il nostro giusto malcontento nelle forme previste dallo Statuto dei lavoratori.

Esprimiamo vicinanza nei confronti dei nostri studenti, che per primi e con coraggio hanno posto il problema e stanno assumendosi la responsabilità delle loro azioni di protesta, con una dignità che è il contrario della condiscendenza. Che è ciò che quotidianamente dovrebbero apprendere sui banchi di una scuola troppo spesso impermeabile a ciò che si muove e agita al suo esterno.

Per tutti questi motivi, poiché le decisioni sembrano calate dall’alto senza tenere conto dell’importante conoscenza di chi vive e anima quotidianamente la didattica, abbiamo deciso di adottare forme di protesta che evidenzino il nostro malcontento e il nostro supporto alle esigenze di apprendimento degli studenti: ad esempio, alcuni di noi ricorreranno al dimezzamento delle ore di lezione in modalità sincrona, al fine di permettere agli alunni di consolidare gli apprendimenti in classe.

Crediamo infatti che rallentare i ritmi di insegnamento, in questa situazione, sia essenziale per non lasciare indietro nessuno dei nostri studenti.

Denunciamo inoltre la previsione dei recuperi derivanti dalla riduzione a 50 minuti delle ore di lezione: è infatti dubbio che, quando la riduzione sia decisa per cause di forza maggiore e non per motivi didattici, essa vada recuperata. Esistono una giurisprudenza e una serie di atti amministrativi che esprimono tutt’altro indirizzo. Non si tratta di sottrarre qualche misero scampolo di tempo ai nostri obblighi lavorativi, il che anzi costituisce per noi una rinuncia, che ci sottrae momenti di condivisione con i nostri studenti. Tuttavia, i docenti non sono “tappabuchi”, da utilizzare per coprire le falle create da altri e approfondite nel corso degli anni, fino a diventare voragini.

Crediamo che, se si intende rimettere in moto la macchina senza i necessari investimenti, tale operazione vada criticata in modo fermo, soprattutto quando diventa palese che l’educazione e l’arricchimento culturale non sono più l’obiettivo primario da perseguire. Ora o mai più. Per questo motivo utilizzeremo ogni spazio di attivazione utile all’espressione del nostro dissenso.

Dopo quasi un anno la scuola, l’istruzione di ragazzi e ragazze, avrebbe meritato di più e di meglio.

I docenti del liceo artistico Enzo Rossi di Roma ed Henri Matisse di Cave: Simona Rita Domenica Sanfilippo Alessio Venanzio Santini Annamaria Marini, Irene Airoldi Salvatore Corasaniti Massimo Tarantola Elena Andreozzi Juri Fischetti, Grazia Maria Grieco, Valeria Paris Romina Impera Elisa Briante Susanna Battisti Luigi Mammarella, Francesco Maria Fabrocile Giuseppina Manzo Roberta De Cristofaro, Lucia Brongo Maria Jacomini Claudia Bianchi Assunta Cestaro Gemma Buonanno, Flavia Garzia Lucia Coscione Santuzza Terlizzi Marina Gargiulo Claudia Laurà Alessandra Ceccarelli, Carmela Maria Provenzano Maria Di Benedetto Costanza Alfieri Annalisa Scanu Simonetta Potente Loretta Vertenzi Tiziana Amelotti Marco Benfenati Marco Paolo Buzzi Angela Martino Nancy Pirro Maurizio D’Ugo Grazia Di Micco Valentina Pugliese Bruna Innamorati, Ester Dragoni Gianluca Romanini

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