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Lettere

In ricordo di Walter Peruzzi

L’«eretico» Walter Peruzzi

Avverto il medesimo senso di spaesamento, di smarrimento delle ore tremende della morte di Dino Frisullo. Con le morti di Walter,di Dino, di Vittorio Rieser, come di Francesco Giuntoli, infatti, vissuti nostri, umani, intellettuali, si affievoliscono, diradano. Percorsi comuni, di ricerca infinita, sempre radicali, dettati da un insieme di valori ma mai dogmatici, mi pare.Ho fatto parte del pacifismo di «Guerre e Pace», che Walter dirigeva, anzi coordinava, con scientificità e sobrietà. Non era un pacifismo banale, interclassista.Si discuteva e scriveva di strutture dell’imperialismo, di disarmo unilaterale, di traffico d’armi, di equilibri geopolitici. Ricordo gli incontri all’Abbazia Fiesolana con padre Balducci: «Non c’è pace senza giustizia». Il libro di Walter sulla Lega, poi, sulle sue radici naziste ci fu prezioso. E fu fondamentale «Il cattolicesimo reale». «Si è detto che per criticare la società basta descriverla; ciò vale anche per la religione cattolica – scrive Walter nella prefazione – si potrà certo osservare che il cattolicesimo non si riduce alla gerarchia.Ma nella società e nella storia,per i governati come per i popoli,il cattolicesimo continua ad essere quello predicato e rappresentato dal papa e dai vescovi. Ed è questo”cattolicesimo reale”, cioè la dottrina della Chiesa di Roma, l’oggetto del nostro discorso». Walter mi piace ricordarlo cosi: molto eretico e, insieme, molto partigiano.

Giovanni Russo Spena, Roma

Il sessantottino Walter

Walter Peruzzi. Una delle menti e delle penne più vivaci e intelligenti del 68. La rivista «Lavoro Politico», il marxismo leninismo maoista, la linea rossa, testi che noi ragazzi divoravamo come se fossero stati scritti da autorità rivoluzionarie (mentre in fondo Walter aveva solo pochi anni più di noi). Averlo conosciuto e sentito parlare a Venezia, nel settembre ’68 (insieme con la schiera quasi completa dei leader sessantotteschi più famosi). Poi l’eclisse, un movimento che archiviava rapidamente i suoi leader massimi – non tutti, a dire il vero – e lui però che continuava a tenere in piedi centri di documentazione, a fare inchiesta, ricerca, lavoro intellettuale, senza pretendere (almeno così mi pare) di essere guida politica di nulla. Così per tutti questi anni.

L’ho visto per l’ultima volta (dopo decenni) a Bari quando venne per la presentazione del suo libro «Svastica verde», di cui già il titolo contiene un spunto di forte suggestione. L’analisi della nuova destra razzista e xenofoba è un contributo essenziale che è stato lasciato alla giovane generazione da chi come lui poteva ancora usare, debitamente aggiornati, gli strumenti critici e analitici propri della sua/nostra formazione e di ben altro spessore rispetto alle desolanti pochezze che si leggono in giro.

Pasquale Martino, Bari