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Lettere

Il diritto allo studio non è “regionalizzabile”

I ritardi e le inadempienze che hanno caratterizzato la cosiddetta “seconda ondata” della pandemia non hanno alcuna giustificazione. Sanità, scuola e trasporti, dopo l’estate, presentavano le medesime criticità. Tra aprile e maggio erano state avanzate precise richieste: 15 alunni per classe, assunzioni e ampliamento degli organici, nuovi spazi, potenziamento dei trasporti, tamponi e tracciamento; governo ed enti locali, però, non hanno fatto quasi nulla in estate e neanche a novembre-dicembre!

Cronaca di una chiusura annunciata, si potrebbe dire. Scuole chiuse, dunque e non, come dimostrano le ricerche, perché le scuole siano i luoghi più insicuri, ma per la scelta politica di sacrificare per due anni scolastici il diritto all’istruzione. Sia durante il primo lockdown, quando le scuole furono le prime ad essere chiuse, ma all’inizio pub e ristoranti rimasero aperti, che oggi, con le vie dello shopping gremite e ancora una volta ragazzi e ragazze privati/e del diritto all’unica vera scuola, quella dal vivo, fatta di relazioni sociali e cognitive.

Soluzioni di una classe dirigente accomunata dalla convinzione che “con la cultura non si mangia”. A conferma di scelte miopi, contraddittorie e ciniche, infine, la decisione, immotivata rispetto al contenimento della pandemia, di chiudere solo la secondaria superiore di secondo grado. Inoltre, nella scuola come nella sanità, è evidente il fallimento della cosiddetta regionalizzazione, che ha prodotto un calendario scolastico incerto e differenziato. Particolarmente assurda è la situazione della Campania – in cui la scuola dell’infanzia e le prime due classi della primaria sono state aperte in tutto un mese, le altre classi 15 giorni – e della Puglia.

L’istruzione è diventata anche formalmente un servizio a domanda, lasciato alla libera decisione delle famiglie!  Nella nostra scala delle priorità, al contrario, le scuole andrebbero eventualmente chiuse per ultime. Le scuole devono essere aperte in sicurezza (sappiamo che è impossibile il rischio zero), almeno al 50% le superiori (come peraltro già previsto dal decreto legge 5/1/2021) e al 100% le altre, salvaguardando i lavoratori/trici fragili. Ma la lotta per la sicurezza si “combatte” nei luoghi di lavoro con le scuole aperte, altrimenti si abbia il coraggio di ammettere che, nell’attuale contesto, si può fare a meno del diritto all’istruzione, visto che non si può definire tale la didattica a distanza.

Differenziando gli orari scolastici, spostando alle 10,00 l’inizio delle altre attività e implementando i mezzi di trasporto si eviterebbe l’affollamento sui mezzi. Controllando sistematicamente personale e alunni si bloccherebbero in tempo i focolai. Dispositivi di sanificazione, mascherine ffp2 gratuite per il personale e chirurgiche per gli alunni renderebbero più “puliti” gli ambienti. Aeratori/sanificatori in ogni classe ridurrebbero ulteriormente le possibilità di trasmissione del virus. Il governo, gli enti locali e le scuole hanno le risorse per attuare tutti questi provvedimenti: mobilitiamoci perché vengano utilizzate subito e bene.

Chi chiude la scuola cancella il futuro!

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