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Lettere

Dissesti ambientali, agronomi cercasi

Nella sua edizione delle 19, il TG3 di domenica 14 c.m., mandando in onda un servizio dedicato alla scuola, dava la notizia che i laureati in Agraria sono fra le professionalità più richieste dal mondo del lavoro, di qui un grande boom delle iscrizioni agli Istituti Tecnici Agrari ed al successivo percorso universitario.

Sono un agronomo 55enne, con varie ed importanti esperienze nel settore del verde pubblico e, in linea generale, nella pianificazione territoriale. Svolgendo la libera professione, ho avuto modo di constatare che, almeno nel vesuviano (ma in Campania in generale e credo anche in tutto il Centro-Sud) di questa professionalità se ne fa ampiamente a meno.

Se guardo a quelli che furono i miei colleghi universitari noto che sono rarissimi quelli che esercitano la professione di agronomo, essendo quasi tutti occupati negli uffici della Regione o nella Scuola. Il Territorio, nelle sue accezioni istituzionale, politica ed economica, non ricorre alle nostre competenze, nonostante che sia lampante l’esigenza di porre un freno al dissesto idrogeologico e al degrado ambientale: perfino il Parco Nazionale del Vesuvio, di cui ho diretta conoscenza essendo stato un componente della Commissione Nulla Osta fino al primi anni del 2000, non aveva e credo che ancora non abbia la figura dell’agronomo, nell’organico del suo ufficio tecnico, così come essa manca negli analoghi uffici della stragrande maggioranza dei Comuni dove invece imperano architetti, ingegneri e geometri .

La dimensione media delle aziende agricole fa sì che non si ricorra quasi mai all’agronomo, tranne che in quelle del comparto florovivaistico e, quasi sempre, in occasione di interventi strutturali per i quali la «firma» del geometra, non possa sostituirsi a quella dell’agronomo.

Se a tutto questo si aggiunge l’estrema farraginosità del sistema burocratico, da affrontare nel supporto alle istanze dei privati finalizzate all’ottenimento non solo dei finanziamenti europei, ma anche di semplici autorizzazioni comunali, appare chiaro che si fa ben poco per avviare quella trasformazione in positivo di cui il territorio necessita e che si realizzerà solo a seguito di una più consapevole e «tecnica» gestione politica delle problematiche territoriali.

Accolgo quindi con grande entusiasmo la notizia trasmessa dal TG3, ma non vorrei che queste nuove leve finiscano come i tanti giovani agronomi, che bussano pieni di speranza alle porte dei noi più anziani, per fare un tirocinio dopo il quale dovranno obtorto collo orientarsi in altri e più generici settori, privando l’Italia di un apporto professionale di cui si ha un estremo ed urgente bisogno.

  • Domenico

    Al caro collega Agronomo, rispondo con rinnovato senso di speranza, ma contestuale spirito di rassegnazione, quasi ossimorici. Purtroppo, la nostra stupenda professione è sconosciuta alla stragrande maggioranza della popolazione, compresi dipendenti e dirigenti di enti locali ed istituzioni. La carenza strutturale degli agronomi in organico è frutto, anche e soprattutto, dell’incapacità di un consiglio nazionale, e di ordini provinciali e federazioni nazionali che hanno a cuore solo la spartizione degli incarichi professionali in seno al consiglio stesso ed alle mire politiche derivanti dal prestare “servizio” per la propria professione. Ho collaborato tre anni in uno studio tecnico di un collega locale, unico agronomo libero professionista presente nel mio comune (agro acerrano-nolano) sottoponendomi ad orari e carichi di lavoro abominevoli e vedendomi riconosciuto, senza alcun contratto regolare, un compenso economico di poco superiore ai 4000 € annui. Mi sono indignato ed ho mollato tutto, pur nutrendo una grande passione per questa professione. Non c’è concorso, ente, istituzione che tenga. La nostra professione è nell’oblio. Io laureato col massimo dei voti, dottorato, abilitato e con un esperienza professionale triennale alle spalle, mi accontento di un umile contratto da borsista di ricerca che l’università riesce ancora ad offrire. Tant’è: del doman non v’è certezza.