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Lettere

Caro Gino,

 

Anche se non ti sono mai piaciuti i panegiristi, accetta un po’ di complimenti per questa volta. È trascorso un mese dalla tua partenza per «l’altro mondo» e chissà se è lecito chiederti «come va». Come va lassù, laggiù o ovunque si trovi il mondo eterno dei giusti. Il nostro mondo, nel frattempo, non s’è sistemato di una virgola; è rimasto povero, sghembo e rotondo. Insomma, come lo hai lasciato. Chissà se lassù-laggiù o ovunque sia quell’altro, vada un po’ meglio. Quaggiù d’ingiustizia ve n’è ancora «in doppia effe», come amavano dire i magistrati romani; non corriamo il pericolo di mandare a spasso giudici, giornalisti d’inchiesta, chirurghi di guerra, operatori sociali. La catastrofe ambientale procede a spron battuto, la Guinea è finita in mano ai militari golpisti, l’Afghanistan ai talebani, mentre in Occidente parliamo di una terza dose, le percentuali dei vaccinati in Africa non raggiungono le due cifre, alla frontiera americana si contano, proprio mentre ti scriviamo, altri 46 morti … Potremmo continuare, ma ci fermiamo qui. Altrimenti perché diciamo dei nostri morti «requiescant», «riposino» in pace, se poi andiamo ad importunarli con questi articoli? Anche se, siamo pronti a scommetterlo, a te questi urbani, quietisti auspici non piacevano e non piacciono per nulla. Chi può «riposare in pace» al pensiero che ogni pochi secondi un bambino muoia di fame, di sete, diventi cenere su una mina antiuomo, si ritrovi orfano o costretto a scappare? Tu non di certo, né da vivo, né da morto. Da vivo certo hai riposato, ma abbiamo i nostri bei dubbi che tu l’abbia mai fatto «in pace». Non hai riposato in pace a Stanford o a Pittsburgh o a Città del Capo. Non ti sei rinchiuso nelle torri d’avorio delle università o negli orti chiusi della cura su misura. Ti sei sempre fatto un baffo del prestigio e beffa dei salamelecchi borghesi, che consolano i più mediocri tra i vivi. Il tuo centralino squillava sempre da una tenda sanitaria, non certo da un ufficio di vetro, in Etiopia, Tailandia, Perù, Gibuti, Somalia, Bosnia, Sierra Leone. In Ruanda, in Cambogia, nel Panshir, dove sono nati i primi progetti di Emergency. Soltanto in Afghanistan hai operato migliaia di vittime di guerra e di mine antiuomo; hai aperto un centro di maternità, una rete di 44 posti di primo soccorso. In Sudan hai aperto il primo centro di Cardiochirurgia totalmente gratuito del continente africano. Si conta che le persone curate da Emergency siano state, sino ad oggi, undici milioni. Un’enormità. L’equivalente degli abitanti di Wuhan, l’ormai famigerata Wuhan. Mentre bruciavano le città più empie della terra, non ti sei mai chiesto, come Abramo, «quanti fossero i giusti», senza averli prima salvati. Avremmo ancora molte cose da dire e molti motivi di tributo, ma ci fermiamo qui: appartenevi a quella razza di persone (l’unica davvero superiore alle altre) cui non piace spifferare il bene compiuto o tirare in lungo discorsi brodosi. Ma quanto ne hai fatto, Gino, di bene? Quanto sacra hai reso questa vita, senza farne un gran parlare nei trattatelli di morale e di bioetica, custodendola, servendola, ricucendola nei corpi stracciati. E quanta poca «pace» ha avuto il tuo riposo in terra. Possiamo auspicartela ora, pro forma, questa «pace» tanto richiamata, ma ci pare di sentire il tuo improperio, il classico improperio milanese con cui, a volte, è sacrosanto sistemare l’umana imbecillità. Non andavi d’accordo coi governi italiani, li hai criticati praticamente tutti, a destra e a sinistra, per le loro scelte a sostegno della guerra, per la partecipazione ai conflitti recenti, per l’aumento continuo delle spese militari, per le politiche sull’immigrazione e i respingimenti. Per questo ti hanno chiamato «pacifista radicale», moralista, utopista. Invece no. Eri solo un uomo che vedeva la guerra in soggettiva, con gli occhi del chirurgo di guerra e più spesso quelli del ferito, della vittima, dell’orfano, della vedova di guerra. Perciò non poteva piacerti, mai.

 

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