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Lettere

Amnesty per la libertà di espressione in Turchia

L’arresto di 19 accademici, avvenuto il 15 gennaio, rappresenta secondo Amnesty International un nuovo assalto al già vacillante diritto alla libertà d’espressione in Turchia.

Gli arresti hanno riguardato accademici che avevano sottoscritto un appello per la pace e avevano criticato le operazioni militari in corso nel sud-est del paese. I firmatari hanno anche ricevuto minacce di morte sui social media e sono stati paragonati dal presidente Recep Tayip Erdogan a dei terroristi.

«Le operazioni militari in corso sotto il coprifuoco stanno provocando enorme sofferenza e diffuse violazioni dei diritti umani. Le autorità turche dovrebbero dare ascolto a coloro che ne parlano, anziché arrestarli» – ha dichiarato Andrew Gardner, ricercatore di Amnesty International sulla Turchia. «Gli arresti e le minacce nei confronti degli accademici sono un oltraggioso segnale del precario stato dei diritti umani in Turchia. Queste persone hanno diritto come chiunque altro a esercitare il loro diritto alla libertà d’espressione, senza essere etichettate come terroristi e minacciate col carcere – ha aggiunto Gardner – Questi arresti, insieme ai commenti del presidente Erdogan, lasciano intendere che la repressione in corso nelle zone curde del sud-est della Turchia si sta estendendo a chiunque osi criticare le attività del governo. Sollecitiamo le autorità turche a porre fine agli arresti degli accademici che esprimono le loro opinioni, annullare le inchieste nei loro confronti e garantire la loro incolumità. Il loro trattamento è una macchia sulla coscienza turca», ha concluso Gardner.

L’inchiesta in corso riguarda oltre 1.000 accademici, noti come «Accademici per la pace», che hanno firmato un appello intitolato «Non saremo parte di questo crimine», ossia dell’offensiva militare nel sud-est del paese.

Gli accademici sono indagati in base alla legge che vieta la «propaganda per organizzazioni terroristiche» e a quella che punisce la «denigrazione della nazione turca».

Nel suo discorso della settimana scorsa, il presidente Erdogan ha definito gli accademici come «le persone più oscure», aggiungendo che «essi commettono lo stesso reato di coloro che compiono massacri». In precedenza, il presidente aveva parlato dell’appello come di un «tradimento» e aveva equiparato gli accademici a una «quinta colonna» dei terroristi.

Da allora, diversi accademici hanno denunciato di aver subito minacce attraverso i social media, al telefono e in messaggi lasciati alle loro università. Il boss mafioso nazionalista Sedat Peker li ha minacciati con queste parole: «Faremo scorrere il vostro sangue» e «Faremo il bagno nel vostro sangue».

Dal dicembre 2015, diverse zone del sud-est della Turchia sono sottoposte a un coprifuoco di 24 ore al giorno, nel corso del quale l’esercito e la polizia portano avanti operazioni contro il Movimento della gioventù patriottica rivoluzionaria, l’ala giovanile del gruppo armato Partito dei lavoratori del Kurdistan.

Nelle zone interessate, che comprendono le città di Cizre e Sırnak, oltre al quartiere di Sur della città di Diyarbakir, vivono oltre 200.000 persone. Molti non sono in grado di procurarsi il cibo e di ricevere cure mediche e si segnalano marcate interruzioni della fornitura di corrente elettrica e di acqua. Da quando, nell’agosto 2015, è stato applicato per la prima volta il coprifuoco, sono stati uccisi oltre 150 abitanti e almeno 24 tra soldati e poliziotti.

Amnesty International Italia ha aderito alla manifestazione promossa dalla Federazione nazionale della stampa italiana a Roma, giovedì 21 gennaio alle 11, di fronte all’Ambasciata turca, in difesa della libertà d’espressione e d’informazione.