La conclusione della tournée è stata il 22 febbraio. Giusto in tempo prima della chiusura dei teatri. Il 23 febbraio già erano sospese le rappresentazioni. Con un certo brivido ricordo che quel sabato, a brindare alla fine del tour, eravamo a Brescia. Al Pala Morato. Una struttura gigantesca, come gigantesca, a colpo d’occhio, era la massa di pubblico. Se lo avessi saputo, quell’ultima sera probabilmente avrei sostato meglio con gli occhi in platea. Avrei cercato gli sguardi per tenerli poi bene in mente. Mi sarei goduta di più quella presenza di un migliaio di corpi a pochi metri dal palcoscenico: li senti dalle quinte, un’onda di respiro compatto, come di un unico grosso animale, che attende. Ti lasci annusare, poi masticare, ti dai in pasto: un’irrinunciabile, mistica esperienza cannibale. E dà dipendenza.

Certo, questo mestiere ha abituato me e molti altri alla discontinuità, al calendario come groviera, ai buchi, alle attese, ai giorni e alle settimane da reinventare tra uno spettacolo e l’altro, spazio da convertire necessariamente a tempo di semina, per tenere gli occhi fissi verso altri raccolti, in un ciclo d’alternanza semina-raccolto imprevedibile. Come donna e lavoratrice, il senso di lotta per continuare a esistere e l’esercizio della precarietà mi hanno allenata più duramente all’immaginazione, a forme di pensiero laterale, a piani alternativi e strategie controcorrente. La fatica mi ha costretto poi a esercitare virtuosamente anche la presenza, cioè il godermi quello che faccio nell’affrancamento psicologico da causalismi e finalismi. Del resto, presente viene da pre-sentire, cioè avere già nell’animo gli indizi del futuro come semi, senza l’ossessione per ciò che verrà. Ecco che in anni di attività sul campo ho imparato a percepirmi come una coltivatrice che tiene fertile la sua terra. Quando tutto è fermo, scendo in profondità e pianto i miei semi. Così scavando, in realtà, verticalizzo, offro al cielo. Forse anche così ho vissuto serenamente la mia scelta di non avere figli.

Ma questo tempo è inedito, offre un’incognita aliena, un concetto più radicale e impegnativo di presente. Affossando la prossimità, bandendo la vicinanza, rivoluziona il lessico della mia coltivazione: praticamente è un tornado sui miei campi. Lì ci sono le storie e le persone da cui traggo ispirazione, che ascolto per farmi carne della loro voce o voce della loro carne. Le spedizioni nei villaggi, nelle periferie, le mani e i corpi di chi mi ha affidato sorrisi e racconti sono l’humus dei miei lavori musicali e di scrittura. Soprattutto le donne sono state negli anni al centro delle mie ricognizioni: senza che nemmeno me ne accorgessi, sono state loro a prendersi la mia voce.

Io che ho vissuto i miei primi passi nel mondo credendomi prima di tutto essere umano, negando da Elettra moderna le stesse componenti femminili come fondanti del mio sguardo sul mondo, in anni di lavoro artistico ho dovuto ricredermi. Il più grande regalo della vicinanza sul campo alle donne che mi hanno raccontato le loro storie è stato scoprire la mia stessa voce di donna. L’affinità al loro sentire mi ha rivelato la componente più originale del mio canto. Da lì ho voluto ricostruirla la mia storia di artista donna, approdare agli archetipi trascendendo gli stereotipi che ho comunque dovuto esplorare: l’africanità, l’identità meticcia, la maternità mancata, la sessualità, l’eros, la natura. Le scelte che ho compiuto sono figlie della mia natura. Le strategie, il modo di seminare e coltivare, il modo di raccogliere le storie stesse, con la complicità diversa dallo sguardo distaccato dell’antropologo; non scienza ma indagine e speleologia dei cuori, ricerca delle ragioni più intime, come una donna sa fare.

Non so come possano cambiare ora le modalità della mia coltivazione. Perché io ho da sempre avuto bisogno della geografia fisica, dei paesaggi che cambiano, degli occhi che si abituano a una luce diversa. Quando canti puoi perderti dentro a un odore, le corde vocali non sono l’unico organo con cui si costruisce la qualità di un suono, ci vuole il corpo tutto, l’esperienza. Non è come ti insegnano con la matematica: puoi sommare mele e pere insieme, luce e suono, tatto e olfatto, puoi fare addizioni e moltiplicazioni mescolando gli elementi, non ci sono regole, solo urgenze. Ma per tutto questo c’è bisogno di vicinanza, dell’osservazione dei linguaggi non verbali, dei gesti, della ricognizione di tutto il non detto.

Ricordo, in un villaggio di nome Rombo ai confini tra Kenya e Tanzania, registrammo per il mio terzo album le voci di giovanissime Masai. Il microfono appeso con il cavo a una trave traballante, dentro a una scuola di lamiera in mezzo alla savana. Non c’era verso di farle stare ferme, quando cantavano dovevano muoversi, saltare, compiere tutta la coreografia, la danza accompagnava la voce, indissolubilmente, come da tradizione. Era chiaro non potessi chiedere loro di ripetere troppe volte la registrazione, sarebbe stato faticoso con tutto quel caldo. Mi accontentai di un paio di take, c’era qualcosa di più importante della qualità del suono: io ero lì con loro, corpo e voce fusi, in condivisione. Nella canzone che ne ricavai ci finì la polvere che sollevavano con i salti, il sudore dei muscoli che si tendevano, l’odore di burro che grondava dalle capigliature e gli abbracci con cui le ringraziai.

Ora sono qui a chiedermi come potrò nutrire di vita il mio campo, come l’esperienza potrà sopravvivere senza la presenza. Con la sospensione della dimensione dell’incontro, in un colpo solo, al mio immaginario sono state sottratte la fonte e la finalità, cioè l’ispirazione e la rappresentazione, la savana e il palcoscenico.

Ormai da lunghi anni la cosiddetta «musica dei popoli», che qualcuno chiama «etnica» infilandola di fatto, inconsapevolmente o meno, in una nicchia, quella per intenderci che si nutre di geografia e di incontro, di antiche tradizioni e story telling, subiva le picconate da parte della cultura ufficiale: lo spazio e le orecchie per quella dimensione musicale stavano già sparendo davanti alla sua formula globalizzata e livellante. La musica stessa tout court si ritraeva dagli scaffali dei negozi, dalle mensole delle abitazioni, dagli stereo, dai supporti che non facevano nemmeno in tempo a diventare «tradizionali», per vivere la grande stagione rivoluzionaria della sua inconsistenza fisica, finendo dentro i nostri computer. Quindi la crisi della fisicità era già iniziata, noi che facevamo dischi ne siamo stati investiti in pieno e ora questa fase della distanza imposta radicalizzerebbe ulteriormente il ritrarsi dal mondo.

Le prime cose cui ho pensato: rinforzare le mie capacità di performance individuale, rendermi il più possibile agile e indipendente dai contesti più ampi, imparare linguaggi digitali, aprirmi alla tecnologia e alle piattaforme di condivisione per non rimanere indietro. Praticamente ho pensato a come sviluppare la presenza nella lontananza. In cosa di fatto questo si traduca ancora non si sa bene, si naviga a vista, con un senso naïf di spiritualità ritrovata, con la bussola dell’intuito e con lo stimolo pioneristico della scoperta. A proposito di semi e raccolto, questa volta devo provare a coltivare la fiducia in ciò che non conosco.