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Cultura

L’epopea di strada di Crash Kid, tra gli anni Settanta e New York

Street culture. Attraverso la figura di Massimo Colonna, nel volume "Crash Kid. A Hip Hop Legacy", a cura di Napal e Matundu (Drago Publisher) emerge la storia dell’Hip-Hop romano e italiano degli scorsi decenni

Murales dedicato a Crash Kid

Murales dedicato a Crash Kid

Crash Kid. A Hip Hop Legacy, a cura di Napal e Matundu (Drago Publisher, pp. 329, euro 70) è un libro fondamentale per chi vuole documentarsi sull’Hip-Hop romano e italiano nei decenni a cavallo degli anni ’80 e ’90. Attraverso la figura di Massimo Colonna e le testimonianze di chi è vissuto al suo fianco, si apre una finestra sui protagonisti di una composita cultura di strada.

IMPERNIATO su un’infrastruttura fatta di proteiformi e discordanti mappature biografiche, l’Hip-Hop sin dalle origini nordamericane si formalizza in un complesso sistema di legami sociali ed etnici da cui deriva una duplice realtà.

Da un lato, l’Hip-Hop si canonizza come una reazione emancipatoria all’anonimizzazione che la modernità, a partire dagli anni Settanta, riserva a gruppi di giovani neri subalterni degli slums statunitensi: una risposta che questi ultimi socializzano in una co-articolazione di elementi, quali l’Mcing, il Djing, il Breaking, il Writing e che si istituzionalizza nella «Zulu Nation» e nei testi «solidaristici» degli Africa Bambaataa. Dall’altro lato, l’Hip-Hop è lo strumento attraverso cui far affiorare con forza il Knowledge – il quinto pilastro di questa cultura -, ovvero l’«auto-consapevolezza»: la ricerca di un posizionamento politico volto a indebolire i rapporti di forza dominanti, con il rap dei Public Emeny, su tutti, il primo a farsi portavoce delle nuove istanze di liberazione degli afroamericani.

Africa Bambaataa

La scena italiana si consolida negli anni del riflusso dei movimenti di fine anni ’70. Le aggregazioni di strada, insofferenti al carattere prioritariamente politico delle manifestazioni, attivano degli innovativi meccanismi di significazione e manipolatori flussi comunicativi, connessi agli alfabeti comportamentali d’oltreoceano e intrecciati a specifici processi di autodeterminazione.

Massimo Colonna aka Crash Kid è un b-boy cresciuto nel quartiere Portuense che produce, con un passo di Break Dance o una bomboletta spray, un legame inclusivo tra differenti blocchi sociali di giovani inclini alle nuove pratiche culturali dell’Hip-Hop. La figura di Crash Kid, e quella della sua generazione, sono legati ad un tessuto urbano in cui i presìdi simbolici sotto forma di tag e throw up naturalizzano i processi di affermazione collettiva espunti dai momenti esclusivamente consumistici, in luogo di una messa a profitto della socialità vissuta tra le periferie della città o negli interstizi delle stazioni ferroviarie.

ESTETICHE casual con tute acetate, name belt customizzate, scarpe adidas, snikears e t-shirt che abbondano su esili corpi adolescenziali, si sfidano a colpi di tricks roteando su pavimenti di linoleum o di marmo, nella Galleria Colonna a Roma o nelle piazze di altre città e locali notturni d’Italia come Ancona, Torino, Milano, Firenze, Brindisi.

In questi ambienti i performers, in compagnia dei loro Ghetto bluster, si esibiscono in sfide informali che hanno il retrogusto degli happenings olandesi per numero di spettatori, o in competizioni ufficiali come quella svoltasi nel 1995 ad Hannover, quando proprio Crash Kid, con la crew The Family e Kid Head, si conclama vincitore della Battle of the Year, la più importante gara di Break Dance al mondo.

Questa longeva street culture, nelle varietà performative che ci ha mostrato nei suoi oltre quarant’anni di vita, tanto in Italia quanto altrove resta la fotografia di quella ambivalenza conflittuale originaria: c’è chi con l’Hip-Hop produce tensione a partire delle zone di frontiera e politicizza la rabbia sociale, e chi invece attraverso i suoi tecnicismi è orientato a enfatizzare la proliferazione segnica e comunicazionale del linguaggio, quale condizione imprescindibile per oggettivare la propria individualità nello spazio-tempo delle società post-moderne. Proprio come fatto da Massimo aka Crash Kid Colonna.

SCHEDA

Crash Kid Graffiti Archive, curato da Marcello Napal e Domenico Ryo (Whole Train Press, 19,90 euro, pp. 208) è un progetto editoriale collaterale a «Crash-kid-a-hip-hop-legacy», che vuole presentare una selezione delle migliori immagini inedite dell’archivio fotografico di Massimo Colonna, focalizzando la sua attenzione esclusivamente sui graffiti.

Una meticolosa scelta di foto restaurate che spaziano dal 1985 al 1997 in città come New York, Parigi, Roma, Monaco, Basilea e molte altre esponendo lavori di maestri del writing come Bando, Mode 2, Dare,Can 2, Loomit, Lokiss, Darco, Skki, Swet, Crash Kid, Napal, Stand, Pane, Rusty, Zero T, Dayaki, Eron e molti altri.

Progetto nato dall’amicizia e volontà di Napal e Ryo, il libro è una lineare ricostruzione storica di un percorso di vita globale, altrimenti andato perduto, che arricchisce agli appassionati di writing di un imprescindibile contributo sugli albori del movimento. Si storicizzano, in quella che è una scrupolosa trasposizione su carta di opere murarie, frame e immagini, ma anche pensieri, sentimenti ed emozioni di una cultura internazionale non svilita dalla fagocitazione virtuale dei modelli relazionali. Infatti, l’hip hop che gli autori ci presentano predilige la socialità vissuta in uno spazio antecedente a quello cibernetico, il quale lascia il passo ad un principio soggettivo di affermazione – e con esso anche l’identità sociale e territoriale – istituiti con spray e vernice. Il nome dell’artista o della crew sono impressi su un muro o sui vagoni di un treno, portando dietro tutta una critica al monopolio dell’immagine nelle metropoli; ma il writing qui concepito, si guarda bene dall’esporre il concetto di musealizzazione della città, che oggi divide i suoi esperti tra chi è favorevole e chi no. Il libro oltre ad avere lo scopo di preservare questo prezioso materiale fotografico è stato pensato per diffondere l’utilizzo di maschere di protezione delle vie respiratorie tra la comunità del writing, promuovendo la pratica di dipingere in maniera sicura a tutela della salute stessa dei writer.

Un’altra nobile causa è perorata dagli autori e dall’editore. I proventi del libro saranno devoluti all’Ail, Associazione italiana contro le leucemie-linfomi e mieloma, che sostiene la ricerca e fa assistenza diretta ai pazienti oncologici. Un libro che unisce l’arte all’impegno concreto. Un «must» per ogni appassionato vero di writing e della cultura della fratellanza che l’hip-hop da sempre promuove.

Link editore https://www.wholetrain.eu/it/wholetrain-press/crash-kid-graffiti-archive/