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L’epidemia non si vince in fondo al microscopio

Coronavirus. Il mestiere pericoloso del filosofo che invita a esplorare il mondo con il paradigma dello stato d’eccezione. La sadica parodia del Don Ferrante nei Promessi Sposi

Padre Cristoforo e Don Rodrigo nel Lazzaretto in una illustrazione dei Promessi sposi

Padre Cristoforo e Don Rodrigo nel Lazzaretto in una illustrazione dei Promessi sposi

Quello del filosofo nella città appestata è un mestiere pericoloso. Non per niente, le critiche all’articolo di Giorgio Agamben (il manifesto mercoledì scorso) sconfinano spesso nella critica di aver fatto uso di paradigmi, chiamando in causa la possibilità stessa di esplorare il mondo sulla scorta di modelli che consentano di coglierne le spinte inerziali, la tendenza e gli automatismi.

Si scrive paradigma, insomma, ma l’impressione è che si possa leggere «il modo in cui si produce e riproduce la vita immediata», vale a dire quel genere di problemi che hanno da sempre suscitato l’interesse e il talento del materialismo storico.

In questo senso la parodia più sadica del filosofo la troviamo nei soliti Promessi sposi, dove la peste non risparmia neppure Don Ferrante, il quale «fu uno de’ più risoluti a negarla». A negare la forma in cui veniva rappresentata e vissuta, che giudicava una «chimera», senza nulla togliere all’evidenza della malattia o della morte. Antraci, esantemi, bubboni e foruncoli – diceva – non sono affatto delle corbellerie ma «tutto sta a veder di dove vengano».

COME IL LEONE e la capra, appunto, che non diventano meno reali soltanto perché forniscono i materiali indispensabili all’assemblaggio mitologico della chimera. E fin qui un’intera commissione di epidemiologi, storici della medicina, scrittori ed etnografi non avrebbe avuto nulla da ridire, credo, ma gli applausi sarebbero durati poco, perché le riflessioni di Don Ferrante avrebbero poi preso una piega decisamente dogmatica. Tanto per cominciare il contagio non poteva corrispondere né a una sostanza materiale, né a una sostanza spirituale, né a un accidente, vale a dire che non poteva esistere, per cui il mistero dell’epidemia andava risolto al di là dei contatti tra gli individui, nel loro rapporto personale con le stelle. E fu «su questi bei fondamenti», conclude l’anonimo, che il filosofo non prese alcuna precauzione, si mise a letto e morì.

NON CI SONO DUBBI, allora, che definendo immotivate le misure di emergenza, Agamben possa essersi spinto nel campo delle frizioni tra i fondamenti e la vita immediata. Ma senza necessariamente implicare un’adesione al principio per cui sovrano è chi decide dello stato d’eccezione, mi pare incontestabile che le attuali misure di sicurezza non possano operare in deroga agli ultimi trent’anni di ossessioni securitarie, le stesse che oltretutto hanno continuamente invocato l’emergenza per rendere invisibile la svalutazione programmata di tutte le sicurezze sociali, compresa la sanità.

NON SI TRATTA di stabilire se i provvedimenti siano o meno scientifici, allora, ma di osservare il modo in cui entrano in relazione con una specifica tendenza storica, quali siano le forme in cui vengono percepiti e legittimati, come sono comunicati e poi fatti rispettare e cosa accade negli slittamenti ai quali sembrano sottoposti nel passaggio dall’annuncio all’attuazione.

MI RENDO CONTO dell’ambiguità del caso, così esposto all’accusa di sospettare ovunque una grande direzione d’orchestra, ma bisognerebbe sempre tenere a portata di mano la tesi di Henri Lefebvre in base alla quale non è mai un piano ben definito, ma piuttosto il suo contrario a caratterizzare le strategie di classe. Non un complotto, dunque, ma il contributo che anche le azioni più disparate e contrarie possono fornire al consolidamento del medesimo rapporto di forze. E in questa prospettiva è molto difficile negare che il virus, la quarantena e la chiusura degli istituti scolastici abbiano potuto assumere forme diverse in corrispondenza delle differenti condizioni di reddito, di genere o di razza. O sostenere che il salto di specie (il cosiddetto spillover) sia potuto avvenire all’esterno della stessa natura storica in cui si determinano la crisi ambientale e il cambiamento climatico.

Allo stesso modo, se davvero come sostiene Hannah Arendt lo stato totalitario si afferma quando «un vicino di casa diventa a poco a poco un nemico più insidioso degli agenti ufficiali», non mi pare saggio fare a meno di qualunque paradigma storico soltanto perché il coronavirus ha reso questa insidia più oggettiva e apparentemente neutrale. Non sarà infatti quello stesso paradigma a operare da tensore nel tentativo di comprendere l’originalità della nostra situazione e di arginarne gli effetti più automatici, coattivi e indisturbati?
Il virus ha la straordinaria capacità di contrabbandare tutti questi problemi allo stato di natura, come se anche le loro soluzioni potessero apparire in fondo ai microscopi. Non è così.

LA QUARANTENA avrà inevitabilmente a che fare con alcuni tratti paradigmatici della nostra epoca non tanto perché siano i secondi a generare la prima, ma per il banalissimo motivo che entrambi hanno a che fare con noi.

Insomma, alla filosofia non poteva che venir assegnato un avvocato d’ufficio: perché d’accordo a considerarlo sempre mutevole, non deterministico e poroso, ma qualche paradigma in grado di abbracciare e promuovere una visione d’insieme non sarà stato del tutto inutile tenerselo stretto, malgrado l’insofferenza del neoliberismo per qualsiasi genere di mediazione storica e concettuale.


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