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Editoriale

Le «vite degli altri» siamo noi

Letta e Obama al recente summit del G20 di San Pietroburgo

Quando negli Usa è scoppiato lo scandalo Datagate, fortunatamente sollevato dalla coraggiosa scelta dell’ex collaboratore della Nsa Edward Snowden, Barack Obama ha pensato bene di rispondere all’opinione pubblica statunitense, per tacitare critiche e timori, con queste allarmanti parole: le iniziative di intercettazione autorizzate riguardavano solo «i cittadini non americani». Quale migliore teorizzazione da Grande fratello, da tracotanza del potere statunitense di questa «rassicurante» dichiarazione per tutti i «non americani» del mondo?
Siamo tornati, dopo l’89, alle «vite degli altri», l’azzeccato titolo del film – premio Oscar nel 2006 – sullo spionaggio diffuso, sulle persone e sulle istituzioni culturali, in auge nell’ex Ddr, la Germania dell’Est. Il fatto è che, finita la guerra fredda con la vittoria dell’Occidente per implosione del socialismo reale, sulle macerie del Muro di Berlino l’unica potenza allora rimasta, gli Stati uniti d’America, ha scoperto che per la conservazione, economica, politica e militare della leadership mondiale era necessario trovare, inventare nel caso, un nuovo nemico.
Prima i tanti «stati canaglia» che via via si affrancavano dalle nuove sudditanze e arretratezze; poi la trasformazione di alleanza militari, come la Nato, in nuovi consessi che hanno soppiantato le Nazioni unite; poi ancora con imprese belliche al fianco di soggetti e gruppi terroristici anche jihadisti che in seguito, in proprio, hanno rivolto le armi e il terrore contro gli stessi Stati uniti, come insegna la vicenda terribile dell’11 Settembre 2001; ancora contro gli ex amici diventati obiettivi di guerre falsamente motivate come quella contro l’Iraq e allestendone di simili contro recenti amicizie come per la Libia; per arrivare infine a spiare i Paesi emergenti e gli stessi alleati fedeli, quelli europei in particolare, potenzialmente nemici soprattutto sul terreno industriale e della nuova tecnologia; obiettivo ultimo, l’irragiungibile quanto temibile escalation della crescita mondiale in ogni settore della Cina.
Non sarà che la guerra permanente e globale sta ricadendo addosso all’Occidente che l’ha promossa negli ultimi venti anni? Perché tutto ma proprio tutto viene giustificato dalla Casa bianca, dopo il Patriot Act che ha cambiato la giurisdizione americana, in nome della lotta al terrorismo. Ma la Merkerl spiata sul suo cellulare, telefonava ad Al Qaeda? E l’Italia e la Francia tramano forse con al Zawairi?
Come risponde l’Europa a questa doppiezza strategica statunitense? O in sordina, come sta facendo il governo di larghe intese italiano; oppure nello stesso modo, perché tutti spiano tutti, per conto Usa o per conto proprio, alla disperata ricerca dei nuovissimi nemici, vicini e lontani. E tutti si accusano, in un osceno teatrino da orecchie da mercanti. Nel disprezzo dei cittadini. Perché ad essere spiati non sono solo i leader internazionali ma milioni di persone, senza più vite individuali, privacy, umanità da preservare, beni affettivi indivisibili.
Per fortuna c’è chi dice no. E, grazie al ruolo di Wikileaks, la frattura di credibilità ha intaccato lo stesso sistema di spionaggio degli Stati uniti con tante defezioni – quelle che preoccupano Gianni Riotta che farebbe bene ad usare il suo «giornalismo» in altro modo. E c’è anche un movimento che su questo scende in piazza, per ora solo negli Stati uniti. È sempre Occupy Wall Street che manda a dire adesso che l’1% che detiene la ricchezza del pianeta, spia il 99% delle vite altrui del mondo intero

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