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Editoriale

Le vele gonfie dei nazionalismi in Europa

Brexit. Se davvero si vuole fare qualcosa per l’Europa sottraendo terreno alle destre bisogna fare marcia indietro sulle riforme come la loi travail in Francia che ha scatenato contro i socialisti un movimento imponente

Ben pochi credevano davvero che sarebbe finita così. Ma, del resto, gli usuali strumenti analitici appaiono irrimediabilmente fuori uso. Le borse e i loro esperti operatori sobbalzano impotenti come il più sprovveduto degli apprendisti stregoni. Tutto torna ad accadere “per la prima volta” e perfino la pedanteria procedurale dell’immane corpus legislativo europeo già si annuncia un indistricabile labirinto, se non un’arena all’interno della quale forze politiche ed economiche si affronteranno a colpi di ricatti, di minacce, astuzie e raggiri. Il fendente politico è stato sferrato e la governance economico-finanziaria già è al lavoro per limitarne i danni e ottimizzarne i profitti.

Un patetico Nigel Farage, leader dell’ultranazionalista Ukip, proclama il trionfo del Leave contro multinazionali e poteri globali. Se non facesse impressione sentire questo torvo figuro proclamare «il giorno dell’indipendenza» britannica, ci sarebbe da farsi una sonora risata. Eppure la favola che uscendo dall’Europa si diano le condizioni per un ripristino della sovranità popolare, nello stato in cui versa, ovunque, la rappresentanza politica, continua a vantare un certo seguito.

Il Regno Unito (mai disunito come dopo questo referendum) godeva in Europa di tutti i privilegi possibili. Al riparo dagli obblighi di Schengen, fuori dall’eurozona, rimborsato di buona parte delle sue “spese europee”, esentato dal garantire integralmente il welfare ai cittadini comunitari ha scelto comunque di abbandonare questa comoda posizione, nonostante le fosche previsioni piovute durante la campagna elettorale.

Nessun solido argomento razionale poteva essere schierato a favore del Leave, eppure la sia pur risicata maggioranza dei cittadini britannici ha scelto di voltare le spalle all’Europa.
La riuscita Brexit è in un certo senso il contrario della mancata Grexit. La Gran Bretagna lascia l’Europa, dopo esserne stata blandita e favorita. La Grecia decide di rimanervi nonostante le sanguinose imposizioni subite e dopo una strenua battaglia maggioritaria (e tuttavia perdente) contro le ricette economiche della Troika. Si è trattato solo di autolesionismo o di paura? Forse Tsipras poteva rischiare di più nel suo braccio di ferro con Bruxelles (e forse ora può e deve aprirsi una nuova stagione), ma in qualche modo ci fu la consapevolezza che isolazionismo e autarchia avrebbero potuto condurre a forme inquietanti di nazionalismo e che Atene, pur piegata, aveva comunque messo in scena una diversa possibilità in e per l’Europa, lasciato intravedere una breccia. Ma è proprio lì, in quello scontro di un anno fa, che la governance europea e le miserevoli socialdemocrazie che ne assecondavano scodinzolanti le scelte, cominciavano a mettere in circolo i germi che lavorano alla disgregazione dell’Unione.

Gli inglesi, torniamo a chiamarli così come la geografia del voto li ha circoscritti, decidono di abbandonare l’Unione con le peggiori ragioni possibili, ancor peggiori degli stessi concreti effetti del Brexit: un tronfio e arrogante orgoglio nazionale, un improbabile “Noi” nel paese più classista d’Europa. Thatcher non si faceva certo mettere i piedi in testa dall’Europa, ma non esitava a metterli lei in testa alla working class britannica. Non a caso sono le destre olandesi, danesi, finlandesi fino al Front national di Marine Le Pen, nonché l’insignificante Matteo Salvini ad applaudire queste ragioni e a minacciare un’alluvione di referendum.

Sono soprattutto i poveri dei paesi ricchi ad essere sedotti da queste sirene, convinti che siano i membri meno affluenti dell’Unione a sottrarre loro il bengodi che il patrio Pil dovrebbe garantire. Se non altro i greci avevano capito che erano gli armatori e un’oligarchia corrotta a divorare il grosso della torta. Con la complicità, finché è stato possibile, di Berlino e di Bruxelles.

Ora, i vertici europei fanno un po’ la voce grossa, ma in sostanza adottano una linea assai prudente. Continueremo ad andare avanti in 27, assicura il presidente della Commissione Junker. Ma andare avanti come se niente fosse, con l’aria che tira, è una scelta autolesionista se non suicida. È ormai chiaro a tutti che sono proprio la rigidità dottrinaria della governance europea e gli interessi finanziari che la ispirano a gonfiare le vele dei nazionalismi manifesti come, per altro verso, di quelli incistati nel governo dell’Unione. Che quest’ultimo debba essere sottoposto a una pressione popolare di segno contrario a quella che ha condotto Londra fuori dall’Unione, mi sembra a questo punto, assolutamente evidente. Se davvero Hollande volesse fare qualcosa per l’Europa sottraendo terreno al Front National, per fare un solo esempio, dovrebbe fare marcia indietro su quella loi travail che gli ha scatenato contro un imponente movimento e larga parte dei francesi.

  • Francesco Spanò

    Articolo incoerente. Il problema è che l’articolo fa una assunzione nascosta e non dimostrata: L’Unione europea è un bene da preservare a tutti i costi. Alla fine però la contorsione fa venir fuori le contraddizioni:la descrizione delle lacrime e sangue che i greci stanno versando che è di fatto un argomento contro la UE, chi si `´mangiato la grecia lo ha fatto “con la complicità di Berlino e Brussels” (toh la UE!) e ” la rigidità dottrinaria della governance europea e gli interessi finanziari” sono un problema (sono il fondamento della UE):insomma facciamo la pace con la realtà e rendiamoci conto che questa costruzione sta causando danni proprio ai diritti fondamentali e arricchendo le oligarchie, il famoso 1%. Chi si ispira al comunismo dovrebbe avere qualche problema a starci dentro no?

  • Alfredo

    Il grande problema è che le politiche liberiste europee hanno fatto crescere il malcontento e il rancore in quelle fasce di popolazione più a rischio alimentando di conseguenza
    pericolosi nazionalismi…infatti a festeggiare maggiormente sono i Farage Le Pen e i Salvini!

  • Giacomo Casarino

    Sono d’accordo con Francesco Spanò: articolo confuso, incoerente. E aggiungo: ciò che colpisce in questi giorni sono le reazioni dei media, almeno di quelli italiani. Convinti del fatto che i mercati siano infallibili e perciò pre-veggenti, il deus ex machina provvidenzialmente regolatore (al meglio) dell’andamento del mondo, sono costernati dal fatto che le loro profezie non si siano, come invece spesso avviene, auto-realizzate. Perciò si buttano con una veemenza catastrofista sulle conseguenze disastrose che l’evento, in base al loro”pensiero unico”, dovrebbe produrre, anzi certamente produrrà. Dimenticandosi che la sterlina era a tutt’oggi sopravvalutata.
    Il “prima” se lo lasciano alle spalle, nessuna rimarchevole analisi del voto che non sia frutto del loro disprezzo di classe per le vecchie generazioni che avrebbero votato SI’ all’uscita in quanto meno istruite rispetto alle giovani generazioni acculturate.
    Nessuna analisi sociale in senso stretto: il neoliberismo della UE, la sua macelleria sociale, che sarà mai? La globalizzazione e la sua crisi, che saranno mai?
    Le periferie suburbane, le campagne, i territori sperduti che hanno votato per la Brexit sono ignoranti, anche perché i loro referenti politici, i laburisti, non li hanno addomesticati a dovere,
    UN LABURISTA CHE ERA PER IL REMAIN HA SPIEGATO COSI’ LA VITTORIA DEL BREXIT: AD UN PRIMO MINISTRO SPALLEGGIATO DALLA FINANZA, DALLE MULTINAZIONALI E DA OBAMA CHE SOSTENEVA IL TTIP, LA CLASSE OPERAIA BRITANNICA HA RISPOSTO CON IL PIÙ GRANDE “FANCULO” DELLA STORIA BRITANNICA…” (Fonte Contropiano via Giorgio Cremaschi).

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  • Francesco Spanò

    sottoscrivo anche le virgole.

  • Locemarx

    Invece l’articolo è perfetto. Siete voi che vi illudate che tornando alla “nazione” il popolo starebbe meglio, che non ci sarebbe macelleria sociale, o che vi sia maggiore spazio per un movimento operaio. La realtà è che l’egemonia culturale, in caso di smembramento dell’UE, sarebbe dei vari movimenti nazionalisti e fascisti, che non per caso festeggiano la Brexit. Sarebbe un emergere di fascismi in tutta Europa. L’europa è uno schifo, ma bisogna lottare dall’interno, cercare di unire le varie forze comuniste e non che vogliono cambiarla in modo progressista.

  • Stefano

    L’articolo è perfetto. L’ articolo è confuso. L’ Inghilterra è fuori, ma non è mai stata dentro. Gli stati non contano più, ma l’ Europa non conterà mai. La Grecia, poi, sembrava alla testa della riscossa dei popoli, adesso è scomparsa nel caos di un post-Tzipras per opera di Tsipras stesso. Il capitale macina tutto quello che gli passa sotto e lo risputa digerito e puzzolente. La macchina delle chiacchiere è sempre in moto. I tempi sono maturi, non si sa bene per cosa: la vita è fatta di discorsi che non hanno più molto a che fare con essa. e via discorrendo…

  • ales

    Condivido e non capisco chi gioisce per questo risultato che avrà l’effetto di alimentare i movimenti fascisti e sciovinisti. Cosa ci sarebbe di progressivo nella disgregazione europea?

  • Giacomo Casarino

    Perché gli inglesi avrebbero dovuto votare diversamente? Non è forse la UE con i vari Stati “respingenti” o che creano muri ad aver istillato, suggerito la contrapposizione tra i migranti e i nativi?Ciascuno raccoglie quello che ha seminato.
    Il popolo britannico risulta emarginato, privato di una sinistra, diciamo così, critica, almeno a partire dal famigerato Blair in poi; da poco – e contrastata – è nata l’avanzata ma contraddittoria figura di Corbin. Quando si crea un vuoto è fatale che la destra lo occupi.
    E poi per eterogenesi dei fini può essere che la Brexit sia solo l’episodio scatenante e finale di quella dissoluzione di un super parastato (la UE) già in atto: insostenibile l’euro per tante economie nazionali, cioè per le classi più povere!
    La ricostruzione ab imis di un’Europa necessita, se vuol -. e deve – essere tale, di una fase destruens (rottura dei vari trattati intergovernativi), che nell’immediato fa pagare dei prezzi, che non può essere “rose e fiori”.
    Alla fin fine è la politica – una politica lungimirante e non episodica – che deve prevalere (sulle oligarchie, sulle lobbies, sulle multinazionali che sostengono il TTIP).

  • Giacomo Casarino

    Ma nelle carte “costituenti” di questa Europa il neoliberismo è assunto come principio assoluto, regolatore, e la condotta – e gli strumenti istituzionali che la UE si è data – sono stati pervicacemente ribaditi e praticati in più occasioni. il patto di ferro tra l principali famiglie europee che regge la governance – popolari, socialisti e liberali -, non vede alcuna incrinatura, anzi i socialisti (Schullz, Gabriel) sono i più ferrei sostenitori. delle politiche austeritarie. L’accanimento nei confronti dalla Grecia (il costo economico era SOLO di 7 miliardi di euro!) non vi dice nulla circa l’IRRIFORMABILITA’ di questa UE? Se la destra vuol tornare alla “nazione”, la sinistra anti-UE pensa ad altra aggregazione, non coatta, come l’Unione Europea – da perseguire fuori dall’egemonia tedesca e dal pensiero ordoliberista e monetarista, aggregazione magari nell”ambito dell’Europa mediterranea. Anche in Gran Bretagna questa sinistra antagonista esiste, va dato atto al Manifesto di essere stato l’unico giornale che ne ha dato notizia. Ma non ha detto, così mi pare, che solo il 36 per cento dei giovani ha partecipato al voto, di contro all’83 degli “anziani”, accodandosi così alla sciagurata campagna dei “giovani vittime dell’ottusità delle vecchie generazioni”. C’è molto da distruggere per poter ricostruire in una visione federalistica, solidale e internazionalista (socialista). Il resto è fuffa.

  • Locemarx

    Quello che non capite è che la distruzione dell’UE ci condurrà al fascismo. Siete come quei socialisti del ’29 che si gloriavano della crisi economica e dello sfaldamento del capitalismo, che nelle loro previsioni avrebbero portato alla diffusione del socialismo. Invece ci condusse al nazismo e alla II guerra mondiale.

  • Giacomo Casarino

    È VERO CHE CONTRO LA UNIONE EUROPEA CI SONO ANCHE FORZE FASCISTE, MA È ALTRETTANTO VERO CHE IL POTERE UE MINACCIA E NEGA LA DEMOCRAZIA. Siamo tra due fuochi e non ci è concesso di scegliere il male minore, che semplicemente non esiste. Dobbiamo come sinistra – non parlo di quella liberale, filoTroika – contendere ì’egemonia della destra nazionalista e xenofoba su quella parte di popolo che blairismo e renzismo hanno reso orfana della politica e di una visione alternativa: compito difficilissimo, ma non c’è altra strada. Le lotte in Francia (ma anche in Belgio) contro la Loi Travail non possono essere l’inizio di questa scommessa?

  • ales

    Invocando la rottura e la fuoriuscita dalla UE, non credo che la maggior parte delle persone sia così “raffinata” da saper distinguere le ragioni di destra da quelle di sinistra. L’effetto sarà quello di alimentare gli egoismi e gli odi nazionali, etnici, e gonfiare di voti i serbatoi dei partiti e dei movimenti xenofobi, nazionalisti, ecc. Dopo aver distrutto, sarà molto più difficile ricostruire su basi più progressive. L’Europa secondo me è riformabile, ma la sinistra deve tornare ad essere egemone. Questa la mia modesta opinione.