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Editoriale

Le responsabilità della politica ridotta a malaffare

Di fronte ad una sentenza di primo grado severissima che conferma il grande lavoro della Procura di Roma, la mancata accettazione del reato di associazione di stampo mafioso ha creato un’ondata di entusiasmo tra i legali dei principali accusati e in alcuni giornali sostenitori della tesi minimalista: si tratta solo di quattro malfattori sempre esistiti nella storia della capitale e perciò «non c’è nulla di nuovo sotto il sole».

A questi imprudenti lettori di quel meraviglioso libro del Qoèlet, verrebbe da consigliare maggiore ponderazione poiché le condanne ci dicono che siamo di fronte a un intreccio tra quattro sistemi di potere: i decisori politici; gli esponenti delle aziende municipalizzate; le imprese legate a filo doppio con la politica; la malavita, nel caso in specie segnata da inscindibili legami con l’eversione nera.

I condannati nel segmento della politica sono eccellenti e bipartisan. Odevaine era il capo di gabinetto della giunta guidata da Veltroni. Il pilastro della legalità dell’amministrazione comunale (avevo accettato l’incarico di assessore all’urbanistica perché in quel ruolo c’era un magistrato d’eccellenza come Carla Raineri e dalle sue dimissioni quella fondamentale carica è ancora vacante!) era guidato da un uomo che si faceva finanziare dalle imprese che beneficiavano dei lauti appalti comunali. Gramazio era esponente di punta del mondo della destra romana. Coratti (Pd) era il presidente dell’assemblea capitolina, e cioè colui che poteva influire sull’ordine delle decisioni da assumere in assemblea elettiva. Una consorteria, altro che ladruncoli.

A capo della grande azienda per l’ambiente c’era Panzironi condannato a dieci anni. In quei casi l’affidamento degli appalti è ancor più discrezionale delle noiose lungaggini che deve seguire almeno formalmente le assemblee elettive. Alberto Benzoni che fu vicesindaco ai tempi di Luigi Petroselli propone da anni di istituire una struttura indipendente dalla politica che controlli procedure di nomina e atti degli aziende pubbliche locali. Meglio non ascoltarlo e continuare a riempire di fedelissimi che indebitano le aziende e peggiorano i servizi.

Con le imprese e le cooperative che sguazzano in questo porto delle nebbie tocchiamo il terzo lato del malaffare. Qui il discorso è ancora più complesso e possiamo solo accennarlo. È noto che l’ideologia neoliberista ha imposto l’esternalizzazione delle funzioni pubbliche e ciò ha causato la lievitazione dei costi e generato malaffare. Il malaffare possiamo colpirlo ridefinendo procedure di affidamento trasparenti ma se non ricostruiamo la struttura pubblica saremo destinati ad altri fallimenti. Dal verde pubblico ai sistemi di pulizia, dalla guardiania alla gestione dell’immigrazione tutto passa nelle mani di pseudo imprese che hanno l’unica qualità di essere legate alla politica.

Infine la malavita. Non sarà di stampo mafioso, ma anche a leggere le recenti riflessioni di Saviano vengono i brividi a pensare lo stato in cui è stata ridotta la capitale del paese. Non possiamo meravigliarci dunque se languono investimenti, se grandi imprese si localizzano al nord, se galleggiamo su un declino economico e culturale. Mala politica e malavita distruggono la città.

Dalla sentenza di primo grado del Tribunale di Roma emerge dunque una capitale asfissiata dalla mancanza di regole, dall’occupazione selvaggia dei ruoli chiave dell’amministrazione, della politica ridotta a cinica gestione affaristica. Una capitale in cui la stessa democrazia politica è a rischio. Basta ricordare il modo in cui un partito commissariato e senza trasparenza ha costretto alle dimissioni il sindaco Marino che nella lotta contro il monopolio dei Tredicine –un esponente della famiglia è stato condannato a tre anni- aveva fatto ad esempio uno straordinario episodio di legalità.

Ci saranno un paio di giorni in cui l’offensiva mediatica dei minimizzatori avrà la meglio data la differente forza mediatica. Poi ci sarà spazio per chi crede ancora nella politica come servizio civico di rimettere mano a regole, a proporre come ricostruire le strutture pubbliche comunali umiliate dall’occupazione di squallidi personaggi senza alcun senso dello Stato. Sta qui il grande sforzo che deve produrre la sinistra se vuole candidarsi a ricostruire la democrazia civica e le funzioni pubbliche.