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Editoriale

Le promesse e la democrazia

Il Governo infonde ogni giorno messaggi positivi per scacciare i gufi dalla notte buia della crisi. 800 mila nuovi occupati in tre anni, 18 miliardi di investimenti, 80 euro per i dipendenti e le neo mamme, sono i numeri vincenti che l’esecutivo ha estratto per permettere ai fortunati di vincere alla ruota della fortuna.

Del resto una ragione ci sarà pure se nonostante l’aumento dei disoccupati, della povertà, della descolarizzazione e delle tasse, una parte importante degli italiani confida nel Presidente del Consiglio. Trattare la questione con un atteggiamento spocchioso e superficiale è costato un ventennio di Berlusconismo. L’esempio più eclatante è la vicenda Fiat. Lo scontro tra la Fiom e il management aziendale non è mai stato la sfida tra Marchionne e Landini, ma una idea programmatica di come sarebbe cambiata la fabbrica, il lavoro, l’impresa, il sindacato, la società.

Quella idea di cambiamento dell’ad, che in pochi compresero, cambiava verso all’Italia per portarla negli Usa. Il diritto di decidere è solo nelle sue mani, i lavoratori, i cittadini sono irrilevanti rispetto all’assemblea degli azionisti. In pochi giorni ho partecipato alle assemblee di Termini Imerese e Irisbus, dove la Fiat nello stesso giorno della quotazione a New York, in Italia ha aperto la procedura di mobilità per i dipendenti dei due stabilimenti, per essere poi a Livorno per la vertenza Trw, altri 500 lavoratori che rischiano il licenziamento in un’area industriale dove l’Eni si disimpegna.

Poi c’è Terni con l’Ast, l’Ilva a Taranto, il Sulcis, solo per citare le aziende metalmeccaniche più note che non hanno certezza occupazionale. Il Primo ministro ha scelto da quale parte stare. Il programma di Governo ha accettato tutte le richieste avanzate dagli industriali, nonostante i disinvestimenti dall’Italia.

Un esempio è l’Irap: tutte le aziende avranno gli sgravi anche quando dovessero decidere di licenziare. Il Governo ha messo in atto un impianto ideologico nell’affrontare la crisi superato in tutti i Paesi a capitalismo avanzato.

Così, mentre in Germania e negli Usa sono stati istituiti minimi salariali fissati per legge, e aumentati durante la crisi, in Italia si cancellano i minimi contrattuali attraverso le deroghe ai contratti nazionali. Germania e Usa investono risorse pubbliche e private in ricerca e innovazione e programmano le politiche industriali.

Il permanere della crisi e delle politiche di austerità generano conflitto. E il conflitto potrà assumere direzioni diverse, da un lato processi di ulteriore corporativizzazione e individualizzazione oppure nuove forme di mutualismo, solidarietà, democrazia. Il ruolo del sindacato è fondamentale: accompagnare il processo o promuoverne uno nuovo. Il 25 ottobre con la manifestazione nazionale la Cgil compie un passo. Ma non può essere una tantum.

Si può vincere o perdere ma le persone, chi lavora, chi è giovane, inoccupato, al nero, chi è discriminato, devono sapere che si vince o si perde insieme.

Vincere vuol dire conquistare l’Europa ai principi costituzionali riconoscendo le innovazioni portate dai movimenti di cittadinanza e dei diritti civili.

Chi lavora ha bisogno di una Europa con pari diritti e dignità tra i cittadini, ha bisogno di cancellare la competizione utile a svendere il lavoro e l’ambiente dinnanzi alle corporation, ha bisogno di democrazia.

Il 25 ottobre non si scende solo in strada ma la si intraprende per percorrerla fino in fondo.