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Editoriale

Le piazze della libertà

Un’Italia democratica, emozionata, festosa che va in piazza per rivendicare uguaglianza e libertà, di questi tempi è una notizia. Le nuove famiglie gay – e non solo – che si sono incontrate in cento città italiane, non vogliono più sentirsi fantasmi sociali, ma essere riconosciute alla luce del sole.

Le donne e gli uomini che ormai da oltre dieci anni – era il 2002 quando si discuteva della legge per i Pacs – combattono e si organizzano per non subire l’umiliazione di vivere come persone di serie B, hanno trovato la forza per mettere in piazza l’orgoglio e la dignità della loro esperienza matrimoniale e familiare.

Decine di migliaia di persone sono uscite dai condomini, dalle scuole, dagli uffici alzando il velo del silenzio e ben decise a difendere il diritto di tanti – adulti e bambini, genitori e figli – di vivere in un paese che finalmente, attraverso una legge, regoli e tuteli anche le loro scelte di vita, sociale e affettiva.

Per tutte queste persone non c’è luce, non c’è futuro sotto le plumbee prediche dei Ruini e dei Bagnasco, sotto le insegne sfigurate delle regioni amministrate dai leghisti e dai berlusconiani che si preparano all’appuntamento della corazzata del family day.

Verso questa realtà che fa parte a pieno titolo del nostro vivere quotidiano, non c’è ascolto politico, perché i partiti e il parlamento sanno offrire soprattutto una fedele, sincera rappresentazione della loro storica inadeguatezza.

Lo dimostra l’imbarazzante, odioso ritardo con cui si arriva (forse) a una moderata svolta legislativa, ancora impantanata in strumentali distinguo tra la coppia gay e la coppia eterosessuale, tra figli e figliastri. Senza sottovalutare la subalternità che, ancora oggi, la classe politica mostra verso i comandamenti più conservatori della chiesa cattolica.

È una subalternità usata come uno scudo, un paravento, un alibi dietro il quale occultare un’idea di matrimonio e di famiglia governata da gerarchie e ruoli, frutto di una retriva difesa di antiche strutture di privilegio (patrimoniale e di genere).

Sembra un déjà vu, visto e vissuto ai tempi delle battaglie per il divorzio e per l’aborto, quando la Dc considerava scandalosa la donna divorziata e il Pci riteneva impreparato il popolo dei lavoratori a quella sfida laica e di civiltà. Perché anche allora, con il divorzio e con l’aborto, si metteva in crisi l’ipocrisia del matrimonio eterno e si disvelava l’orrore degli aborti clandestini: si negava il valore di una maternità scelta e consapevole.

Si votò e fu chiaro invece cosa voleva il nostro paese.

Non è cambiato molto l’atteggiamento di una parte della politica e della chiesa.

Siamo, nel 2016, ai raduni dei family day, e ancora alle prese con un partito come il Pd, lontano dal riconoscersi in una cultura laica perché sempre diviso tra guelfi e ghibellini, e condizionato dalle opposizioni cattoliche interne e da infaticabili estensori di emendamenti che negano il riconoscimento pieno del matrimonio omosessuale.

Per fortuna è cambiato il mondo che viviamo ogni giorno.

In Italia e all’estero, dove si sono mobilitati paesi (come l’Irlanda), dove la forza della religione cattolica sembrava aver interdetto l’emancipazione e i diritti che, invece, si sono pienamente affermati. Tuttavia, nonostante i ritardi, i freni, e gli ultras cattolici, avremo probabilmente una legge. Quale? Lo sapremo quando la proposta Cirinnà andrà al voto del parlamento, e vedremo se il governo Renzi-Alfano, nonostante tutto, riuscirà laddove hanno fallito i precedenti governi del centrosinistra.

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