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Alias Domenica

Le installazioni dell’ingegnere

Alexander Calder alla Tate Modern di Londra. Sculture in fil di ferro sospese, stimolate da correnti o motori elettrici: i «mobiles» (e «le costellazioni»), un dialogo moderno su estetica e spazio

Alexander Calder, «Antennae with Red and Blue Dots», 1953

Alexander Calder, «Antennae with Red and Blue Dots», 1953

La scultura è un’arte che riempie lo spazio, siamo abituati a pensare: arte plastica e tridimensionale per eccellenza, lavora con la materia e occupa un posto. Appena entrati alla mostra Alexander Calder Performing Sculpture (Tate Modern, fino al 3 aprile; catalogo con saggi di Achim Borchardt-Hume e altri, pp. 240, 200 illustrazioni, £ 24.99 in paperback, £ 35 in hardback), scopriamo tuttavia che le cose possono essere meno prevedibili: la scultura può lasciarlo vuoto, lo spazio, infatti. Le sculture di Calder (1898-1976) sono in fil di ferro (o rame), sicché disegnano i contorni di un vuoto anziché definire una massa...

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