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Editoriale

Le grandi sfide della sinistra

il manifesto. Globalizzazione, mutilazione dello stato nazionale, crisi del modello capitalista, emergenza climatica, nuove tecnologie. La sinistra di fronte alla sfida dei cambiamenti

The man in the blue hat, 1937

«Non è che l’inizio di una strada comune», così il titolo dell’articolo con il quale Norma Rangeri presenta il fascicolo che raccoglie gli interventi sul tema «C’è vita a sinistra», il dibattito svoltosi sul manifesto.

Dico subito che questa «strada comune» è tutta da costruire. Il dibattito che si è sviluppato, con il positivo intervento conclusivo di Luciana Castellina, deve essere la base di assemblee per sviluppare la discussione e rafforzare la presenza del giornale in quest’Italia piuttosto malmessa.

Questo giornale ha iniziato la sua vita il 28 aprile del 1971 (quattro anni prima di Repubblica) e da allora molto è cambiato. In peggio. La prima pagina di quel 28 aprile titolava: «Dai 200 mila della Fiat riparte oggi la lotta operaia» e c’era anche la corrispondenza di K.S. Karol «Dalla prima base rossa di Mao».

Da allora molti i cambiamenti: la Fiat è emigrata, i 200 mila sono ormai solo un ricordo e la Cina è diventata la seconda potenza mondiale dopo gli Usa. Cambiamenti epocali dei quali il manifesto deve tener conto per non diventare inutile o subire una crisi come l’attuale sinistra: l’avvertimento che ci viene da un paese come la Francia, che è stata alla base della democrazia mondiale, è tremendo.

Provo a ricordare i grandi cambiamenti che ci stanno davanti:

  1. La globalizzazione riduce fortemente il potere degli stati nazionali e internazionalizza la concorrenza tra lavoratori dipendenti. I poteri del nostro stato sono poi ridotti dall’attuale Unione europea: non abbiamo più il governo della moneta e delle transazioni internazionali: non c’è uno stato federale europeo e il vecchio stato nazionale e’ mutilato e a soffrirne di più sono i lavoratori e i giovani. Di fronte a questo sindacati e forze dell’attuale sinistra segnano il passo.
  2. C’è la crisi del modello capitalistico e dei suoi meccanismi: le fondamentali società per azioni che si fondavano sulla netta distinzione tra proprietà e gestione sono oggi nella confusione della governance e anche le banche non stanno bene. Con l’ubriacatura della speculazione finanziaria, cioè con la pratica di fare denaro con il denaro, evitando il passaggio della produzione, si va verso lo straordinario arricchimento di pochi con il danno di moltissimi, soprattutto dei lavoratori dipendenti e dei giovani.
  3. C’è il crescente inquinamento che produce danni umani enormi e tende a bloccare o frenare gli attuali processi produttivi in tutto il mondo.
  4. Il progresso tecnico e le nuove tecnologie della comunicazione riducono pesantemente il potere della classe operaia, che è stato ai suoi massimi negli anni successivi alla seconda guerra mondiale, che per l’Italia furono gli anni del “miracolo economico”. E’ un dato di fatto che comporta una seria riflessione.
  5. Adesso è arrivato il terrorismo, che è espressione della crisi mondiale (economica, sociale e culturale e anche e soprattutto geopolitica per le gravi colpe dell’Occidente nel mondo medio-orientale) che minaccia la vita delle persone più tranquille, riduce la socialità della vita umana e procura una minaccia, forse più pericolosa dello stesso terrorismo, cioè (come conferma Hollande in Francia) la normalizzazione dello stato di guerra con tutte le limitazioni delle libertà individuali e sociali che, come abbiamo imparato, lo stato di guerra comporta. Su questo punto della guerra debbo riconoscere che il pericoloso Renzi si dimostra più ragionevole di tanti.

In questa situazione, con tanti pericoli, ma anche opportunità di lotta con risultati positivi, il nostro storico giornale deve impegnarsi e crescere.

Innanzitutto sul piano culturale, di individuazione dei punti di crisi dell’attuale stato delle cose e quindi della possibilità di cambiamenti in meglio. Mi viene qui da ripetere un vecchio luogo comune: senza diagnosi non si cura una malattia.

Dobbiamo impegnarci e impegnare in una seria analisi dei guai della nostra attuale società e, quindi, individuare i problemi sui quali suscitare un vasto impegno sociale. Non penso necessariamente a un partito, ma a un serio movimento di opinione, che il giornale dovrebbe suscitare e alimentare.

A mio parere è illusorio rimettere in moto vecchi partiti, soprattutto con la pratica degli emendamenti, che oggi sembra interessare tanti bravi compagni.

E non penso nemmeno a un giornale partito o a un nuovo partito. Si tratta di pensare alla nascita di una coalizione sociale e culturale (come ha predicato e tenta di praticare Maurizio Landini) che discuta al suo interno, polemizzi anche, ma nella comune ricerca di come uscire da questa crisi ed evitare che si trasformi in una decadenza storica (come teme qualcuno che ci ricorda la fine dell’Impero romano quando c’erano le grandi migrazioni e anche qualche apostolo veniva a Roma).

Oggi dobbiamo lavorare a individuare obiettivi che appaiano realizzabili cioè capaci di generare speranze e fiducia e suscitino idee e movimenti.

A questo, con pazienza, ma anche intelligenza e tenacia dobbiamo lavorare.

valentino parlato il manifesto

  • O. Raspanti

    Ovviamente fa sempre piacere rileggere Valentino.
    Condivido il suo intervento e ringrazio il manifesto per il ruolo che svolge, ormai da lunghissimo tempo, per rendere possibile un’unità a sinistra, unità che a quanto pare non interessa né i dirigenti né i militanti (siano essi di partito, di movimento o di associazione) e per certi versi nemmeno gli elettori.
    L’unica cosa che mi lascia perplesso è l’idea di una coalizione invece di un partito. Come fase diciamo preparatoria o costituente, è un’ipotesi interessante, ma il fine è e dev’essere, per quanto mi riguarda, la creazione di una struttura permanente presente sul territorio e in grado di mobilizzarsi, cioè un partito.