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Editoriale

Le epidemie della nostra epoca

Nemmeno i versi di Saffo, che pure soffrì per un esilio, sarebbero capaci di rappresentare Lesbo, la sua isola, trasformata in inferno. Con i nazifascisti di Alba dorata che attaccano i profughi arrivati come disperati in fuga dalla guerra, con la guardia costiera greca e la polizia che sparano sui migranti che osano attraversare la frontiera turca, con i bambini che o annegano in un tentativo di sbarco oppure, di fronte a tale «ospitalità» mediterranea, tentano pratiche autolesioniste, mentre il governo di destra della Grecia grida «all’invasione» e sospende la possibilità che chi arriva possa presentare domanda d’asilo.
Dicono che questi avvenimenti ci riguardano, ma forse c’è di più.

Perché neanche il visionario John Belushi, avrebbe mai immaginato che la sua implorazione di perdono nel film cult Blues Brothers, fatta per fermare le ire della donna – nel film l’attrice Carrie Fisher – che aveva abbandonato sull’altare, sarebbe diventata nel giro di pochi decenni una drammatica realtà collettiva… «Non ti ho tradito. Dico sul serio… Ero… rimasto senza benzina… C’è stato un… terremoto! Una tremenda inondazione! Le cavallette! Non è colpa mia…”.

Non è colpa mia, dunque, e senza benzina, terremoti, cavallette… aggiungeremmo nell’elenco le vere calamità, non bibliche, semplicemente contemporanee: la guerra – le tante nostre guerre mediorientali -, il riscaldamento climatico globale, la fine del modello energetico delle fonti esauribili.

Tutte questioni per le quali non basta, come sembra andare di moda – così ci ricordano, adesso, esimi commentatori del Corriere della Sera e di Repubblica, giornali che non hanno perso l’occasione di plaudire ad ogni conflitto annunciato in difesa degli interessi occidentali – dire che «ci riguardano», ma che sono proprio colpa nostra e per le quali siamo tutt’altro che innocenti.

Le guerre mediorientali in particolare stanno all’origine di questa catena di orrori. L’Occidente negli ultimi 30 anni le ha promosse e provocate, diversamente motivandole – dall’Afghanistan a improbabile vendetta dell’11 Settembre, alle armi di distruzione di massa che non c’erano nel 2003 in Iraq, dal sostegno riuscito alla rivolta contro Gheddafi e alla destabilizzazione riuscita della Libia, a quella ancora più sanguinosa e non riuscita in Siria.

Oppure dimenticandole, come la pur centrale questione palestinese. Significativamente durano tuttora. Come i nostri interessi strategici perché continui indisturbato il nostro modello di sviluppo sostanzialmente fondato sull’oro nero. Ed è proprio da lì, dal fallimento di quelle imprese belliche avviate per quei fallimentari obiettivi, che è arrivato un flusso ininterrotto, milioni e milioni, di profughi disperati.

Sia chiaro, non abbiamo delegato le guerre -, anzi le abbiamo spesso fatte con coalizioni politiche come gli Amici della Siria (Paesi europei, Stati uniti, Turchia, Arabia saudita ed Emirati) e direttamente sul campo o dall’alto dei cieli con «umanitari» bombardamenti aerei. Poi abbiamo fatto finta di non vedere il disastro umano provocato. Magari strumentalmente utilizzando il dittatore per l’occasione alleato, per abbattere il dittatore improvvisamente diventato nemico. Così, alla fine non abbiamo delegato ma abbiamo pagato perché qualcuno, nella fattispecie la Turchia di Erdogan, tenesse lontano i profughi dall’Europa e poi le milizie libiche, variamente vestite, perché detenessero nelle prigioni i profughi in fuga dalle miserie della ricchissima – solo per noi – Africa.

E ora il Sultano atlantico Erdogan, coinvolto da noi nella distruzione malriuscita in Siria e riposizionatosi in Libia, in difficoltà su tutti e due i fronti militari che con lui abbiamo aperto, alza la posta e scatena la disperazione dei profughi come arma. E noi stiamo a guardare. Altro che se ci riguarda. Cancellando come fa l’Europa il ruolo dei diritti umani, stiamo a guardare e siamo complici.

Nell’epoca del Coronavirus, solo la passione di Che Guevara oggi riuscirebbe ad attraversare – così fece lui a nuoto nella colonia dei lebbrosi in Perù, come racconta il film I diari della motocicletta ispirato ai suoi Diari di Viaggio – lo spazio che ci separa non solo dai contagiati dal Coronavirus, ma quel che è peggio dai lebbrosari e dalle epidemie della nostra epoca: la xenofobia populista, i confini arbitrari della nazione e della razza, l’odio suprematista razziale e il costante virus della guerra. Per il quale non c’è ancora, a quanto pare, Amuchina che tenga e per la quale non è igienico lavarsene le mani.

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