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Editoriale

Le larghe intese dell’austerità

Congresso Pse. Come si può criticare le politiche di austerità e averne condiviso le scelte, come si può mettere in campo l’idea di un’altra Europa, per salvarla, è praticare una collaborazione duratura con i conservatori?

Il congresso del Partito del Socialismo Europeo in corso in questi giorni a Roma è qualcosa di importante, uno snodo che ci riguarda. Riguarda il discorso sull’Europa e riguarda quello sulla sinistra.

Intendo per discorso il senso di una missione e di una identità nuova e diversa di entrambe, pesantemente sottoposte come sono alla cruda verifica di una lunga crisi che sta sovvertendo l’intero Continente fino al rischio di condurlo a una possibile dissoluzione. Non sono parole esagerate, rispondono purtroppo a quel principio di realtà con cui siamo chiamati a guardare sempre le cose.

Perché quando disoccupazione, diseguaglianza e povertà esplodono come mai prima d’ora e azzerano diritti sociali e di libertà, prospettive di vite umane e persino la possibilità di affermare l’idea di futuro, si impone alla politica uno di quegli atti fondativi che non può non giungere sino alle radici di sé stessa. In causa è la prospettiva di un Continente e dei suoi popoli, siamo ormai giunti al dunque. In discussione, dentro il gorgo della crisi, siamo tutti.

E prima ancora delle singole «politiche» con cui praticare una reale alternativa abbiamo forte bisogno di un pensiero, di una ricerca che sia capace di tenere insieme esercizio critico di nuova cultura politica e pratiche conseguenti nell’azione quotidiana di governo dei nuovi processi. È questo che finora è mancato, la messa in campo di un nuovo e alternativo paradigma culturale e politico in grado di contrastare la crisi, la sua cultura ispiratrice di impianto neoliberista, le sue politiche di puro rigore e inconcludente austerità, il senso comune divenuto dominante di ineluttabilità di una strada che, nei fatti, ha avvitato la crisi dentro sé stessa, continuamente riproducendola. È mancato dentro l’intero orizzonte della sinistra, non soltanto in qualche sua parte. Ed è mancato in primo luogo alla sua più grande famiglia politica europea, quella del socialismo. Non serve ripetere l’antico rito dell’attribuzione o dell’ammissione della colpa, così frequente nella storia della sinistra e delle sue divisioni.

Serve parlar chiaro tra di noi, se vogliamo per vie diverse creare le condizioni di un incontro, necessario e urgente. La crisi avrebbe imposto, sin dall’inizio, una diversa strategia e azione della sinistra in Europa. Non avremmo avuto lo schianto della Grecia, metafora umiliante dell’intero Continente sul piano morale, oltre che sociale. Non avremmo avuto quelle devastanti politiche di austerità che, a ben vedere, si sono compiute in tal misura qui e solo qui. Non in America, dove la crisi è generata, né in altre aree del mondo dove il contagio l’ha esportata. Non c’era alcuna strada obbligata da percorrere, questo bisogna dirlo e saperlo se vogliamo ripartire nel modo giusto. C’è dunque uno specifico aspetto tutto europeo che sta all’origine dei problemi che abbiamo dinanzi ed esso riguarda la politica che si è praticata in questi anni. E che si persegue nel praticare, come nel caso della formazione del nuovo governo italiano che si pone in continuità con quella politica delle «larghe intese» iniziata con Mario Monti.

Il risultato di questa politica è talmente evidente nei suoi effetti che ci consegna, a ridosso di elezioni così importanti per il destino dell’intero Continente, un’Europa che sul piano sociale arretra sino al punto da mettere in pericolo il modello storico su cui si è costruita, e su quello democratico si dibatte tra tecnocrazie ossequiose alle sole logiche della finanza speculativa e populismi che soffiano nell’unica direzione che conoscono e praticano, quella dell’antieuropeismo nazionalistico e xenofobo.

Il punto allora è quello di mettere finalmente in campo un’alternativa politica attorno ai due pilastri su cui si regge l’impianto europeo comunitario: quello di una diversa politica economica e sociale che ponga immediatamente fine all’austerità e quello di una revisione in senso democratico e federativo dei Trattati per dare all’Europa una dimensione politica che sia capace di orientare e non di subire le politiche monetarie e della finanza. Questa alternativa si pone nel cuore del governo dei processi della crisi e riguarda l’intera sinistra continentale, apre la possibilità di una strada comune lasciandosi alle spalle i ritardi e i fallimenti, dentro la crisi, tanto della sua parte riformista quanto di quella radicale.

Il senso della candidatura di Alexis Tsipras si colloca esattamente qui. Essa assume indubbiamente un valore simbolico, quello del bisogno di rinascita e di cambiamento di un popolo che la miseria delle classi dirigenti europee ha spinto sino al collasso sociale e umano. È lo stesso bisogno che riguarda le popolazioni dell’Europa mediterranea messa ai margini dalla recessione prodotta dall’austerità, come riguarda noi e settori sempre più vasti di quelle società del centro Europa dove l’impoverimento presenta il conto. Ma è una candidatura che ha in sé, e pienamente, il senso del governo di un’altra Europa. Superamento del fiscal compact, piano europeo per il lavoro, riduzione delle spese militari, new deal incentrato su investimenti pubblici, trasformazione ecologica della produzione. La sfida di una nuova Europa sta qui, nei contenuti di un’alternativa insieme per il governo e per il cambiamento, fuori da ogni recinto, lontano da ogni ritorno all’idea di stato-nazione.

Questa alternativa interessa la famiglia del socialismo europeo, lo riguarda? E come, dove, si può costruire un terreno comune di risposta alternativa alla crisi e di idea nuova dell’Europa? Se sto alle posizioni che esprime Martin Schultz, allo stesso «Manifesto per il cambiamento» che il Pse presenta in questo suo congresso, dovrei dire di sì. Ci trovo un rigore analitico, una passione europeista, la proposta di un’agenda per cambiare strada che rende possibile un confronto reale, di merito, e la costruzione di una prospettiva dell’intera sinistra europea.

Se poi confronto questo approccio con le coordinate ideali e culturali che ci consegna Matteo Renzi laddove rigetta la dicotomia destra-sinistra a partire dal disconoscimento del principio di eguaglianza sociale, e lo fa proprio nel momento di portare il Partito Democratico dentro la famiglia del socialismo europeo, allora vedo quanto possa essere serio e insieme complicato il tentativo di Schultz di cambiare la linea attuale del Pse. Ecco allora il nodo irrisolto, il punto di contraddizione reale, tutto politico, del Pse così come esso si pone oggi a ridosso delle elezioni e della nuova fase che si aprirà per l’intera Europa. Come si può criticare le politiche di austerità e averne condiviso le scelte, come si può mettere in campo l’idea di un’altra Europa, per salvarla, è praticare una collaborazione duratura con i conservatori?

La svolta da imprimere all’Europa è dunque tutta politica e la candidatura di Tsipras apre proprio su questo terreno una strada nuova, utile all’intero campo della sinistra. Essa si fa carico di un cambiamento per il governo e chiama il Pse a un confronto stringente, per una sfida comune.

*segretario di Sinistra ecologia e libertà

  • aramix

    Molto credibile ! Scritto da uno che ” resta a disposizione” dei Riva (Gli inquinatori di taranto) ,mi rirferisco alla telefonata che tutti abbiamo sentito……..

  • mariof

    Il ginepraio in cui si trova l’eurozona discende dalla visione competitiva e non collaborativa dei Paesi che ne fanno parte. La Germania, partendo dalla sua posizione economicamente dominante, ha per prima effettuato un taglio dei suoi salari, dall’introduzione dell’euro, di circa il 7% sfruttando, i minijob e i lavoratori dell’ex DDR e costringendo in tal modo i partner sulla stessa strada, lei però partiva da salari più alti e i suoi sindacati hanno valutato che ciò conveniva al loro lavoratori. In pratica rinuncia a parte del monte salari in cambio dell’egemonia commerciale nei confronti degli altri Paesi, e dei relativi lavoratori. In assenza degli aggiustamenti valutari, che avrebbero vanificato questa aggressiva competitività, la conseguenza è stata il taglio dei salari in tutta l’eurozona con depressione dei consumi, del PIL, degli introiti fiscali , ecc.. Tutto ciò con la fattiva collaborazione, quando non iniziativa, dell’SPD. Chiedere ora maggiore integrazione significa pensare all’eurozona come un organismo (non chiamiamolo stato per ora) unitario che preveda trasferimenti dalle zone ricche alle povere, come avviene normalmente all’interno degli stati per prevenirne la disgregazione o il dominio di una parte. Questo non è un onere inconsueto e non può essere considerato carità, è la conditio sine qua non per pensare un territorio come nazione.
    E’ l’eurozona una nazione?
    Riusciremo a convincere gli eurozonici di essere un popolo? Mi pare (sempre più) difficile, visto che ai bavaresi pesano i trasferimenti destinati al berlinesi, estendere una solidarietà mal sopportata ai greci, ai portoghesi o ai sardi.
    Il problema dell’Europa è tutto qui: al suo interno un organismo permeato di egoismo nazionalista (eurozona) sta distruggendo la solidarietà faticosamente costruita nel dopoguerra.
    Sarebbe ora di smettere di sognare e renderci conto della dura realtà.