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Le bizze di Wall Street mostrano il bluff economico di Trump

USa 2020. le Borse cominciano a temere il coronavirus come fosse la Peste nera del 1346-1349

Bernie Sanders potrebbe aver trovato un alleato insperato nella sua corsa verso la presidenza: il Coronavirus. Sì, proprio la sindrome simil-influenzale che le Borse cominciano a temere come fosse la Peste nera del 1346-1349. Dopo anni di vacche grasse, gli operatori cominciano a pensare che sia meglio portare a casa i quattrini guadagnati, prima che la Cina si fermi, il turismo mondiale crolli e le restrizioni sanitarie strangolino la macchina produttiva in tutto il mondo industrializzato, non solo in Lombardia.

È il momento di chiedersi: che succederà nella campagna elettorale americana se Wall Street sprofonda? Ieri gli indici di Borsa americani hanno tentato un modesto recupero, finito però in un calo dello 0,5% al momento in cui scriviamo. Non c’è da farsi illusioni: il panico da Coronavirus è appena cominciato.

Nelle prossime settimane aumenterà ancora la volatilità dei prezzi delle azioni alla Borsa di New York, molto sopravvalutate dai tagli fiscali della Casa Bianca e dalle manipolazioni delle aziende. La domanda che tutti si fanno, ora, è se i tweet di Trump e il sostegno della Federal Reserve (la banca centrale) riusciranno a sostenere il Dow Jones e il Nasdaq fino al giorno delle elezioni, il 3 novembre.

FINO A IERI, ha scritto lo storico Mario Del Pero, Donald Trump era «indubbiamente favorito e le probabilità di una sua rielezione particolarmente alte». Questo per una serie di fattori che favoriscono i presidenti uscenti, in particolare se l’economia gode di buona salute. Storicamente, i presidenti in carica sono favoriti per ottenere un secondo mandato: unica eccezione dal 1900 ad oggi Jimmy Carter, nel 1980. Inoltre, i republicani sono aiutati dal sistema elettorale, che sovrarappresenta gli stati piccoli e poco popolati dove oggi sono più forti.

Nelle ultime sette elezioni i candidati repubblicani hanno avuto la maggioranza del voto popolare una sola volta, nel 2004, ma hanno conquistato la presidenza con meno voti in altre due occasioni. La mappa elettorale sembra inoltre avvantaggiare Trump nel piccolo numero di stati incerti, dove la sua popolarità è stata rafforzata dall’esito favorevole della procedura di impeachment che sembra avere galvanizzato i suoi sostenitori. Tutto questo, però, funzionava fino a che i dati della crescita rimanevano attorno al 2-3% annuo e la disoccupazione sotto il 4%.

Una crescita drogata dal deficit federale, ormai il doppio rispetto a quello di Obama, ma che comunque dava all’opinione pubblica l’illusione di un modesto miglioramento del benessere. Se Wall Street fa le bizze, invece, non solo la crisi borsistica può facilmente trasformarsi in crisi economica generalizzata, come avvenne nel 2008, ma le stesse pensioni di ogni lavoratore sono a rischio.

La Social Security è molto modesta, e certo insufficiente a garantire un tenore di vita dignitoso, quindi quasi tutti hanno un piano pensionistico individuale, il 401(k), costituito da un tesoretto investito in Borsa.

Quindi, se il portafoglio del signor Smith valeva 100 la settimana scorsa, questa settimana vale 90 e, nei prossimi mesi, potrebbe benissimo scendere a 70, diminuendo proporzionalmente l’importo della futura pensione.

NON STUPISCE CHE TRUMP stia twittando furiosamente contro le autorità sanitarie che diffondono le notizie sul Coronavirus, ma poco possono fare i suoi messaggi contro il movimento di milioni di investitori. Uno scenario di questo tipo ovviamente avvantaggia i democratici: negli ultimi trent’anni, gli unici presidenti democratici sono stati Clinton e Obama: il primo fu eletto nel 1992 grazie alla percezione che George Bush padre avesse portato il paese in recessione, anche se in realtà non era vero. Il secondo fu eletto nel 2008, nel mezzo di una crisi travolgente dell’economia che il candidato repubblicano John McCain non aveva la minima idea di come affrontare.
SOPRATTUTTO, UNA FASE negativa dell’economia che parta da un crack di borsa spiana la strada a Bernie Sanders, che in questo momento è già favorito dalla confusione e dalle divisioni tra gli altri aspiranti alla nomination rimasti in gara. L’ex vicepresidente Joe Biden può avere un buon risultato sabato in South Carolina ma ha già mostrato troppe debolezze per essere competitivo. Il giovane e ambizioso Pete Buttigieg ha una base di sostegno troppo ristretta. Infine, la vera speranza dell’establishment democratico per bloccare Sanders, il miliardario Michael Bloomberg, non sarà certo avvantaggiato da una crisi che nasca lì dove ha costruito la sua fortuna da 60 miliardi di dollari: Wall Street.


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