closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Cultura

Le avventure di George Smiley (e degli altri) al cinema

La scrittura diventa film. Un rapporto con il grande schermo lungo decenni segnato da delusioni e euforie

Claire Bloom e Richard Burton in «La spia che venne dal freddo» di Martin Ritt, 1964

Claire Bloom e Richard Burton in «La spia che venne dal freddo» di Martin Ritt, 1964

John le Carré non amava i romanzi di Ian Fleming che dal 1953 proponevano James Bond come patinato agente segreto, elegante sciupafemmine costantemente sopra le righe, destinato a sconquassi su grande schermo. Per questo già dal 1961, con il suo primo romanzo Chiamata per il morto, punta su George Smiley, una spia protagonista molto più vicina alla realpolitik della guerra fredda. Laddove James si comporta da eroico ammazzasette, George è invece uno che lavora prevalentemente in ufficio, ha una vita piuttosto squallida, senza momenti di entusiasmo, è sposato a una donna che lo tradisce più profondamente di qualsiasi spia e...

Per continuare a leggere,
crea un account gratuito

Registrati

Hai già un account? Accedi