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Editoriale

L’autogol di una crisi di governo

Politica. In questo folle giro di giostra, c’è una forza politica più fuori controllo e preoccupante, ed è il M5Stelle attraversato da una fronda interna implacabile

Il premier Conte e il ministro degli Esteri Di Maio

Il premier Conte e il ministro degli Esteri Di Maio

Stiamo affrontando una pandemia terribile, ogni giorno contiamo centinaia di morti, milioni di persone sono in gravi difficoltà economiche, stanno per arrivare i miliardi del piano europeo, e, in questa situazione, si parla di crisi di governo. Se ci mettiamo nei panni di un comune cittadino, l’impazzimento della giostra politica rasenta la follia.

Ma il buon senso, lo dicono l’esperienza e la storia del nostro Paese, non sempre cammina di pari passo con la politica. Soprattutto di quella che ha in mano le sorti nazionali e quindi maggiori responsabilità per quello che potrebbe accadere. Perché il paradosso è che le spinte più forti anti-governative non vengono dalle opposizioni – che legittimamente, ma anche stancamente, chiedono a Conte di dimettersi.

L’attacco viene dalle forze interne alla maggioranza. In primo luogo a causa delle fortissime fibrillazioni grilline, e a seguire, delle smanie di visibilità della pattuglia renziana. Con un Pd incapace di essere davvero elemento trainante ed equilibrato, con esponenti (a cominciare dai capigruppo di deputati e senatori), che invece di calmare le acque tirano la corda per arrivare allo scontro finale. Senza che Liberi e Uguali possa esercitare una funzione di equilibrio non avendo la forza dei numeri dalla sua parte.

Equilibrio e saggezza del resto non sono parole che albergano a Palazzo Chigi e dintorni dove, anziché lavorare e impegnarsi per il bene comune – visto che l’Italia, e non solo a causa della pandemia, rischia di affondare – sembrano prevalere i personalismi, i pregiudizi, gli ideologismi.

Tuttavia in questo folle giro di giostra, c’è una forza politica più fuori controllo e preoccupante, ed è il M5Stelle attraversato da una fronda interna implacabile. E a dirlo sono proprio i ministri pentastellati che in queste ore tentano di far rientrare nei ranghi i dissidenti, insistendo sul tasto del «voto di fiducia» di mercoledì a Conte – sarà un referendum sulla persona visto che non si vota per dare via libera al Mes ma sul ruolo dell’Italia in Europa.

La soglia di frattura, fino alla scissione, resta una mina vagante di difficile aggiramento. Perché tra i dissidenti ci sono parlamentari che neppure lontanamente si sentono di appartenere al fronte democratico. Sono vicini alla Lega, hanno inghiottito amaramente l’accordo con il Pd, tifano per Trump che sbraita contro i presunti brogli smentiti perfino dai suoi amici repubblicani, pensano che l’Italia sia a rischio di invasione degli immigrati. Come puoi riportare questi elementi dentro un alveo di solidarietà internazionale, di condivisione europeista, di lotta contro le ingiustizie sociali? Sono una mina vagante.

Dall’altra parte, Renzi smania, si sente imprigionato in un’alleanza che gli offre poco spazio, pensa che il suo partitino non ha futuro dentro quel «recinto» politico. E allora spara ad alzo zero, sapendo di avere tanti suoi ex sodali pronti a far da sponda all’interno del Pd. Con Zingaretti incapace, oppure non così forte da poter mettere la mordacchia agli agit-prop del suo partito. Più che la ricostruzione di un partito della sinistra via zoom, o di un campo largo progressista, dietro l’angolo ci sarebbe un bel Nazareno-bis.

Conte, in questa situazione, rischia molto. E la sua maggiore responsabilità è proprio quella che gli rimprovera Landini, cioè di scarsa condivisione, in questo caso delle parti sociali, e, aggiungiamo, parlamentari, e dei suoi stessi ministri, sul piano di ricostruzione e sulla struttura ordinata allo sviluppo del Recovery fund.

C’è praticamente mezzo governo in quarantena, ma il contagio virale rischia di essere specchio di quello metaforico che colpisce il suo ministero. Anche se cerca di smorzare le tensioni, di rasserenare il clima, sa di camminare su un terreno accidentato e stretto, un passo falso potrebbe essergli fatale. L’unica sua forza è, paradossalmente, proprio la paura della crisi. Che avrebbe conseguenze disastrose in questo momento. La credibilità dell’Italia svanirebbe in un colpo solo, rendendo assai ardua l’impresa di abbreviare i tempi per l’assegnazione dei fondi europei.

Per non parlare poi delle conseguenze politiche di un voto anticipato: le opposizioni vincerebbero a mani basse, e l’Italia verrebbe consegnata nelle mani di Salvini, Meloni, Berlusconi, ovvero la peggiore destra della storia della Repubblica. Alla fine la domanda è d’obbligo: il Movimento5Stelle, Italia Viva e il Pd, vogliono consegnare il Paese in quelle mani?