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Editoriale

L’ascensore sociale funziona. In giù

Una storia operaia. Hanno un lavoro, ma fanno fatica a mantenerlo, sottoposti a ricatti, costretti a condizioni iugulatorie. Storia di una famiglia proletaria a Torino

E parliamo un po’ di classe operaia, raccontiamo come vive, giorno dopo giorno, tirando la vita coi denti. Parliamo non di giovani disoccupati, la grande tragedia nazionale, ma di gente che il lavoro ce l’ha – a quali condizioni… – e fatica a mantenerlo, sottoposta a ricatti, costretta a condizioni iugulatorie, con salari al minimo; e quando lo perde, per l’incessante chiusura di officine, aziende, imprese, fa ancora più fatica a rimediarne un altro.

Non voglio offrire statistiche e sguardi di insieme, ma raccontare una storia, una vicenda come tante, esemplare, ritengo. Famiglia proletaria, nell’ex capitale: del Ducato di Savoia, del Regno d’Italia, dell’automobile, della Fiat. Il padre operaio specializzato giunto al reparto progettazione auto, aristocrazia operaia, insomma, che al lavoro ha sempre guardato con rispetto e persino con amore; qualche sciopero, ma via via sempre meno nel corso dei decenni; una moglie con un lavoro non qualificato, due figli, che fanno le scuole tecniche.

Il maschio frequenta l’Istituto per Geometri, ma comincia a frequentare i cantieri, nel tempo libero e nelle vacanze, si impratichisce del lavoro, e quando finisce trova subito un impiego. Lavora sodo negli anni seguenti, diventa capocantiere, per la ditta che lo ha assunto, mette su famiglia: compra una casetta, col mutuo, fuori città, nel luogo dove ha sede la sua ditta: casa e bottega. Come suo padre vive per il lavoro, lo ama, si impegna, e non bada a straordinari.

Il babbo è orgoglioso, ha fatto studiare il primogenito, che è salito nella scala sociale; ma c’è di più. Il nostro operaio specializzato ha una seconda figlia, che fa le scuole commerciali, prende il suo diploma, e vuole a tutti i costi andare all’università. Il babbo le dice d’accordo, ma non possiamo permettercelo. E lei si mantiene lavorando per tutto il periodo degli studi. E dopo la laurea – ottenuta nei quattro anni, e bene – continua, avrebbe aspirazioni intellettuali, ma sa di non poterselo permettere; conserva la passione per i libri, per lo studio, e rifiuta le proposte di continuare nella vita degli studi, che il suo relatore di tesi le fa.Le riesce impossibile conciliare quella dimensione, a cui pure terrebbe, con la vita reale.

Una vita reale nella quale è passata ormai dai lavoretti nelle fiere o come aiuto parrucchiera, ad assunzioni a tempo determinato in un’azienda, con rinnovi semestrali.

È seria come tutti in famiglia: sarà l’etica del lavoro tipica della cultura piemontese? E i datori di lavoro le rinnovano il contratto, fino a che si stabilizza: è una lavoratrice che si fa sfruttare fino in fondo. Piega la testa, ed è brava: perciò, a un certo punto il lavoro a tempo indeterminato arriva. Il miraggio diviene realtà. E questo le fa credere che può, come suo fratello, comprare un piccolo appartamento, con un mutuo trentennale.

Ma fa fatica, troppa fatica, i costi aumentano mese dopo mese, le utenze, le spese condominiali, il cibo, i detersivi, e il suo compagno che ha messo su un’attività nel momento sbagliato, con la crisi galoppante, non ce la fa ad aiutarla. Anzi: chiede un fido bancario, e le rate strozzano lui e lei, che intanto vende gli oggettini d’oro, salta il pasto di mezzodì e usa i buoni pasto della ditta per fare la spesa a fine settimana. In casa i pranzi sono ridotti a farinacei, patate e, di rado, proteine, a cui provvedono perlopiù i genitori nei pasti domenicali, quando i due “giovani” (ormai entrambi sui 40) ritornano nelle dimore di nascita; le mamme li provvedono con cibarie, olio, caffè. Una vita di stenti. E lei sa di doversi considerare “fortunata” con i suoi circa 1.100 euro mensili, anche se alla quarta settimana non riesce ad arrivare, e cerca occupazioni per arrotondare. Va a fare le pulizie in una dimora privata dopo l’ufficio un paio di volte alla settimana.

Intanto, la crisi ha colpito il fratello maggiore: la ditta ha perso mese dopo mese, le commesse in precedenza numerose. E un anno e mezzo fa ha chiuso. Era una piccola, ma fiorente azienda. Kaputt. Il geometra quarantenne viene messo con gli altri dipendenti in cassa integrazione: finita la cassa, comincia a cercare. Prima fa il giro dei cantieri, poi manda curricula alle ditte edili: non riceve risposte. Quando gliene danno sono sconsolate e sconfortanti.

Spulcia gli annunci sui giornali: ma settimana dopo settimana allarga il raggio della sua ricerca. Cerca qualunque cosa. Va a scaricare frutta ai mercati generali, quando capita. E continua a salir l’altrui scale. A bussare a porte che rimangono ostinatamente chiuse. I genitori condividono le ambasce del figlio, e le difficoltà della figlia. Sono impotenti. E probabilmente il padre pensa che suo figlio che era la prova del miglioramento della condizione familiare, ora testimonia un fallimento, una sconfitta. Ma arriva infine la buona notizia: forse il figlio sarà “preso”, ossia assunto. In una ditta metalmeccanica. Come operaio semplice, manovale. Ma avrà un salario. Basso, poco più di 900 euro trattandosi di un primo impiego, ma pur sempre un salario.

Infine, non sarà superfluo aggiungere che questo posto, se sarà davvero confermato, è stato ottenuto solo grazie al fatto che all’Ufficio del personale della ditta c’è qualcuno che è amico di un amico che è amico di…Insomma, anche per essere assunti, come operaio generico, in una grande azienda del Nord, occorre una raccomandazione.

Ma questo è solo un dettaglio: siamo pur sempre in Italia. Quello che conta è la forza simbolica di questa piccola storia, una come tante. Sentiamo parlare di “cambio di passo”, di mobilità, di riforme, di modernità, di ascensore sociale, della generazione di Telemaco che sostituisce quella di Ulisse (che sciocchezza, Renzi!): ebbene, l’ascensore quando funziona, va in discesa.