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Editoriale

L’aplomb che manca alla nostra democrazia

Nessuno ha perso l’aplomb. Non l’ha perduto frau Merkel, la quale, pur avendo vinto brillantemente le elezioni, si è dovuta sottomettere a un accordo con l’avversario di sempre, la Spd, anziché con un partner ben più sottomesso come sarebbero stati i liberali. Non ha perso l’aplomb la Spd, la quale s’è trovata di fronte alla difficilissima scelta di aderire o meno a una grande coalizione con la Cdu (e la Csu), già costatale carissima nel 2009. Invece la Spd ha accettato il negoziato, ha avanzato le sue brave richieste, ne ha viste esaudite una parte – non insignificante – e ha deciso di di chiedere ai suoi iscritti di pronunciarsi. Neanche i suoi iscritti hanno però perso l’aplomb, eppure la loro responsabilità non era poco. Non è stato chiesto loro di votare alle primarie, di condividere con gli elettori una scelta già fatta dai media. Gli si è chiesto di avallare gli accordi negoziati dai propri dirigenti: l’hanno fatto, confermando che la Spd è un partito in piena regola e non un branco di correnti, in guerra tra loro.

Non ha perso l’aplomb neanche la sinistra di opposizione, che, pur avendo ottenuto nell’insieme un sostanzioso 17%, non è stata presa sul serio dai due partiti maggiori. I verdi avevano intrattenuto un cauto pour parler con Merkel, ma hanno preferito sottrarsi a un possibile abbraccio. La Linke, insieme ai Verdi e alla Spd, avrebbe potuto dar vita a una maggioranza di sinistra. Ma l’ipotesi non è stata presa in considerazione e la Linke è pertanto rimasta nel suo angolo, nemmeno troppo scomodo, giacché nei governi dei länder è ampiamente rappresentata.
Non hanno infine perso l’aplomb gli elettori – né tantomeno hanno raccontato balle i media, i commentatori e i politici – che hanno dovuto attendere oltre due mesi affinché un laborioso patto di coalizione venisse stilato. Alla faccia degli imbonitori che raccontano che una democrazia in salute ha assolutamente bisogno di conoscere la sera delle elezioni chi dovrà governare, tutti hanno atteso con pazienza che i partiti negoziassero e trovassero un’intesa.

In questo modo, come dovrebbe capitare alle democrazie beneducate, e come prescrive la teoria democratica più nobile, quella di Kelsen, nessuno ha vinto, nessuno ha perso e nessuno è stato umiliato. Il mondo è complicato, la democrazia è stata inventata per governare tale complicazione, ovvero il pluralismo, senza reprimerli oltre misura. All’indomani delle elezioni, nessuno in Germania si è alzato a invocare – in nome della stabilità, dell’Europa, del popolo sovrano, delle agenzie di rating e di quant’altro – una legge elettorale “maggioritaria”, in grado di consegnare a una sola parte politica la facoltà di governare. Simili invocazioni si sentono nelle democrazie maleducate e incivili, in cui i partiti sono emanazioni aziendali, o malfermi assemblaggi di potentati personali, e dove chi aspira a governare neanche dissimula la sua incontenibile smania di potere. Salvo scoprire puntualmente che tale smania resterà insoddisfatta, perché per vincere le elezioni ha dovuto accendere così tante ipoteche sul suo successo da guastarsene il godimento. Cosicché la spirale delle innovazioni istituzionali richieste non trova mai fine.

Insomma: le vicende tedesche stridono clamorosamente con quelle di casa nostra. Ciò non vuol dire che non siano prive di ombre. Non sappiamo se la Spd abbia fatto la scelta giusta, se ciò che ha ottenuto sarà realizzato e se otterrà quindi il gradimento degli elettori. Ben sappiamo invece che Angela Merkel, ma anche i suoi alleati, hanno dovuto sottomettersi a quella parte dell’opinione pubblica che è ostile a qualsiasi allentamento delle politiche di austerità imposte all’Europa mediterranea e non solo. Che queste politiche siano fallimentari è evidente. La stessa Merkel se ne è mostrata consapevole. Ma non è stata capace di contraddire i sondaggi e le miopissime pretese dei poteri forti del suo paese.

Tanta arrendevolezza solleva naturalmente gravi dubbi sullo stato dei regimi democratici, presi ultimamente in ostaggio dai ricchi e dai potenti. Ma solleva pure qualche interrogativo sui governanti di quei paesi cui è stata imposta l’austerità. I quali, anziché gareggiare in servilismo nei confronti di quanti pretendono politiche dissennate, potrebbero coalizzarsi tra loro e magari convincere costoro che tanta dissennatezza avrà effetti disastrosi per tutti.