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Editoriale

Landini ci dica anche il “come”

Maurizio Landini

Nel coro suscitato dalla mossa di Landini sulla coalizione sociale alcune cose sono scontate. Tra queste la fredda risposta del sindacato e della sinistra Pd. Era prevedibile, da parte di chi vede un potenziale competitor in un mercato già difficile. E tuttavia dispiace. Perché entrambi i soggetti avrebbero potuto riguadagnare un terreno ormai perduto. La sinistra Pd smarrita nei fumi delle ambiguità timorose e della fedeltà a una ditta che ha già portato i libri in tribunali. La Cgil nella evidente incapacità di tradurre in risultati concreti la sua tuttora notevole forza organizzata.

Ma è giusta la mossa di Landini? Per valutarla, bisogna considerare quel che necessita. Qui una cosa sembra chiara: la domanda vera in campo è la costruzione di una nuova soggettività politica a sinistra. Una esigenza posta fin dalla nascita del Pd, che apriva una fase costituente. Non si poteva pensare che ne venisse una banale sommatoria di due antiche culture politiche, con ciascuna componente statica nella sua identità. Fatalmente sarebbe nata una cosa nuova. E chi non aderì al Pd lo fece nella convinzione che non sarebbe stata una cosa di sinistra. Così è andata, alla fine. Ma quel che conta è che la nascita del Pd avrebbe necessariamente dovuto trovare risposta in una costituente per una nuova sinistra.
Alcuni lo chiesero, e non fu fatto per le pochezze della sinistra che era allora in campo. Ma questa è, ancora oggi, l’esigenza. Non basta prendere la bandiera per singole categorie, lotte sociali o battaglie contrattuali, per quanto importanti siano.

La domanda sociale esiste. Come è stato notato su queste pagine, è in atto nel paese un vasto processo di redistribuzione. L’impoverimento di vaste fasce di popolazione e la proletarizzazione del ceto medio, la perdita dei diritti, la precarizzazione, la riduzione delle tutele, l’interruzione dell’ascensore sociale ne sono espressione. Tutto questo trova occasione nella crisi, ma non ne è necessariamente effetto. Lo diventa per le scelte di governo, mentre altre soluzioni sarebbero possibili. Ma come formularle e metterle competitivamente in campo se non attraverso la politica, e attraverso un progetto complessivo che parli al paese e si candidi in prospettiva a governarlo?
C’è bisogno di politica, e di una sinistra che faccia politica. Ma nella realtà di oggi la politica si fa nelle istituzioni. Il resto è contorno. La prova è Grillo, che proprio arrivando nelle istituzioni ha avuto per un momento dopo il voto del 2013 la possibilità di prendere in mano i destini del paese. Quella era la partita decisiva, e la storia d’Italia poteva cambiare. È mancata l’intelligenza per cogliere l’occasione, e il Movimento 5 stelle è stato condannato alla marginalità politica, e all’inseguimento dell’avversario. Purtroppo, il dilettantismo non paga, in teatro come nella vita reale.
La partecipazione che conta si svolge nelle istituzioni. Chi ne controlla i numeri alla fine vince. Questa riduzione forzosa è già in atto, con il tramonto delle convenzioni e delle prassi che aprivano l’indirizzo politico di governo alla consultazione di soggetti sociali, oggi utilizzati al più a copertura di un potere autoreferenziale. Le riforme che si prospettano vanno ancor più in tal senso.

Riforme costituzionali ed elettorali volte a ridurre la rappresentatività delle assemblee parlamentari e azzerarne l’autonomia quale altro significato possono avere che concentrare il potere reale nelle stanze del governo? Cosa dobbiamo aspettarci dalla annunciata legge sui partiti? E cosa significa una riforma della Rai che riporta il servizio pubblico nelle mani dell’esecutivo in dispregio di una quarantennale giurisprudenza della Corte costituzionale, come ha chiarito su queste pagine Vincenzo Vita? Controllare le istituzioni da un lato, la comunicazione dall’altro: sono queste le chiavi di tutti i populismi plebiscitari. Che sono geneticamente antidemocratici, in qualunque forma.
Il mantra di Landini è che non vuole fare un partito, e si capisce benissimo perché. Ma di fare politica ha bisogno. Un progetto lo ha, efficace, ed è la Costituzione e il ripristino dei suoi valori essenziali. Siamo assolutamente d’accordo e pronti a ogni battaglia. Ma politica si fa davvero solo in forme organizzate. Con militanti, gruppi dirigenti, discussioni non occasionali di obiettivi e metodi di lotta. Senza, ci sono solo iniziative che per quanto meritorie lasciano il tempo che trovano.

Quante volte abbiamo visto che non basta portare in piazza milioni di persone, o raccogliere firme per proposte di legge di iniziativa popolare, e persino di vincere referendum, come quello sull’acqua? Di certo non ci si può restringere nell’orizzonte del sindacato o di parti di esso, o in una rete fluttuante di associazioni, per quanto meritorie e volte al bene. O peggio chiudersi nelle ristrette mura di una sinistra Pd divisa in correnti che via via diventano spifferi, tra quelli che si ostinano a dichiarare casa propria un partito che li vede come occupanti abusivi.
Ancora oggi, è indispensabile una mossa costituente per un nuovo soggetto politico della sinistra. Poi possiamo anche cancellare la parola partito dal vocabolario.
Il che cosa va bene. Ma il come Landini deve ancora dircelo. E non si illuda di avere a disposizione tempi lunghi.

  • http://www.paoloandreozzi.weebly.com Paolo Andreozzi

    Secondo me invece il ‘come’ Landini ce l’ha detto, ce lo sta dicendo.
    Ce lo dice non, ovviamente, in forma di risposta a domande più o meno intellettualmente oneste da parte di interlocutori (CGIL, ‘sinistra’ del Centrosinistra, sinistra extraparlamentare, movimenti) o di osservatori (i media), bensì agendo in un determinato modo che poi sta a noi saper decodificare.
    E mi pare che la ‘decrittazione’ non sia difficile.
    Landini ha convocato sabato scorso un certo numero di rappresentanti di un certo ambito di realtà sociali, scegliendo lui (col pieno avallo della FIOM, certo) gli invitati. E questo è già un ‘come’, che (finalmente, dico io) cambia parecchio musica rispetto al passato: niente riunioni ‘aperte’ talmente a tutti che dentro ci finisce tutto e il contrario di tutto, e poi non si va da nessuna parte!
    Inoltre, ha avuto l’accortezza di non invitare i partiti. E, credo fermamente, non per una stolida anti-politica bensì per non aver da ‘contrattare’ fin da subito con gli eterni indecisi: i Civati da penultimatum, i Vendola da primarie del centrosinistra, i Ferrero altraeuropasìaltraeuropanò; e pure questa scelta indica un ‘come’ abbastanza chiaro: la coalizione sociale si fa con chi ha davvero le mani libere!
    Infine, Landini ha scelto di ‘partire’ in una stagione in cui elezioni politiche all’orizzonte non ci sono e, viceversa, gli schieramenti delle amministrative/regionali sono già abbastanza determinati; quindi, anche volendo (da parte di chi sia, in buonafede o in malafede) ‘tirare per la giacchetta’ questo progetto già nell’arena politico-elettoralistica, non ce ne sono proprio le condizioni: la coalizione può crescere in ‘santa’ pace’.
    Se questo è il metodo – dedotto, ripeto, dai fatti e non dalle parole – io dico che un metodo c’è eccome. E che mi piace pure assai!

  • Roberto

    Senza volermi esprimere sulle prospettive dell’operazione di Landini, trovo molto opportuna la tua risposta all’ineffabile,comicamente inquisitorio editoriale. Alla fin fine, come decidere chi è più sordo: chi non vuole o chi non è nemmeno in grado di sentire?

  • Guvjc

    Io credo che Landini si stia giustamente ispirando a Podemos, (che assomiglia al M5S), piuttosto che al partito di Syriza che è nato dall’unificazione di una miriade di sigle della sinistra radicale greca. Landini sa bene che l’unica speranza può venire dalla nascita di un movimento totalmente nuovo che metta il lavoro ed i lavoratori (tutti i lavoratori e non solo quelli grandi aziende e della PA) al centro del suo programma e ne faccia la ragione stessa della sua esistenza. Di una sinistra litigiosa, autoreferenziale, velleitaria e totalmente incapace Landini non sa che farsene e fa benissimo a starna alla larga. I vari Bertinotti, Vendola, Ferrero, Diliberto, Rizzo ecc. hanno fatto il loro tempo. Li ringraziamo dell’impegno profuso negli anni (troppi !!!) ma ora levino il disturbo perché non hanno più nulla, da dire e tanto meno, da fare. Mi auguro piuttosto che i più laici dei loro militanti e i meno integralisti dei penta stellati non vogliano perdere questa nuova occasione che potrebbe essere davvero l’ultima.

  • triscele

    assolutamente d’accordo con villone, non c’è e non ci sarà moto tempo a disposizione; una forza sociale come quella che propone landini, cosa che mi sembra buona e giusta, non può avere scadenza all’infinito, la politica la si fa decisivamente nelle istituzioni rappresentative.

  • Felice Carlo Besostri

    Coalizione Sociale non deve diventare un Partito. Finché non ci sarà una legge sui partiti politici ex art. 49 Cost che li obblighi ad avere una struttura democratica come l’art. 39 prevede per i sindacati non si devono fondare partiti. Intanto si tratta di evitare errori strutturali già, fatti in passato, recentemente con Rivoluzione Civile. Dobbiamo smettere di essere succubi e vittime di un modello politico che Berlusconi ha imposto al Paese grazie alla complicità dei mezzi di comunicazione di massa, televisioni in primo luogo. Una nuova forza politica di sinistra deve liquidare ogni forma di leaderismo mediatico e populista, che è stato imposto al paese e che ha bisogno di leggi elettorali, che diano la maggioranza a chi non ce l’ha senza rispetto della libertà degli elettori di scegliersi i propri rappresentanti con voto libero, uguale , personale e diretto.Ovvero si passi coerentemente ad una forma di governo presidenziale come negli USA, dove c’è una divisione dei poteri ed un reciproco controllo di Governo e Parlamento, che in Italia è scomparso a cominciare dalla elezione diretta dei si daci con premi di maggioranza sconosciuti negli altri paesi civili e di democrazia consolidata. Una Coalizione Sociale ha bisogno di un parallelo processo di unificazione sindacale. Si deve costruire una sinistra alternativa di governo, non una sinistra al governo, perché in poco tempo restando al governo per sole ragioni di potere cessa di essere sinistra.Se Landini dovesse prendere queste mie riflessioni come una critica alle sue eccellenti performance televisive, comincerei a nutrire dubbi sulla novità politica della sua leadership. Bisogna rompere con il berlusconismo e non cercare uno più sinistra e più simpatico e mediatico di Renzi. Se non entrano i cittadini come protagonisti Renzi ha già vinto, collocato al centro con un Salvini competitor a destra e l’ottimo Landini a Sinistra. Il seguito su http://www.felicebesostri.it

  • Silvia Manganelli

    Condivido, anche secondo me è l’unica possibilità., perché se c’è puzza di vecchio fallirà miseramente. E’ quello che in Italia non si ha il coraggio di fare, però, non si sa dare il taglio netto che occorrerebbe (di cui parla anche Ferragina, ad esempio, ma pure Cremaschi)

  • Ilda Marino

    Sono perfettamente d’accordo con te. Trovo le obiezioni a Landini inappropriate anzi direi il classico sintomo di chi non vuol cominciare nulla. Nulla per alcune sinistre perché purtroppo in Italia non c’è una sinistra ma ce ne sono tante che stanno bene comne stanno, ognuno coltiva il proprio orticello da 2/3% di elettorato e criticare tutto è sempre molto più facile e meno rischioso che impegnarsi per costruire qualcosa di nuovo che può andare bene ma può anche finire in nulla.