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Editoriale

L’addio tardivo di Mastrapasqua

Alla fine Antonio Mastrapasqua si è dimesso da presidente dell’Inps. Più che il riconoscimento di un conflitto d’interesse da tempo noto e denunciato, sembra la presa d’atto del fatto che i suoi sponsor, riconducibili alla destra berlusconiana, non più governativi, non sono in grado in questo momento di coprirlo oltre in una gestione che ha interpretato secondo canoni assolutistici, andando anche oltre il dettato della norma, che pure aveva riassunto nella sua figura di presidente tutte le competenze del consiglio di amministrazione.

Teoricamente, Mastrapasqua avrebbe dovuto indirizzare la propria attività secondo le direttive del consiglio di indirizzo e vigilanza, l’organo costituito dalle parti sociali, i veri stakeholder degli enti previdenziali, e delegare l’effettiva gestione al direttore generale, sotto il controllo del collegio sindacale e di un magistrato della Corte dei conti a ciò preposto. Ma Mastrapasqua ha interpretato il suo mandato in maniera non collegiale, snobbando gli indirizzi del consiglio di indirizzo e vigilanza, entrando pesantemente nella gestione e non dando seguito ai rilievi degli organi di controllo. Solo un anno e mezzo fa era stato capace di andare allo scontro, vincendo, contro l’allora ministro del lavoro, Fornero, per il quale aveva trasformato il problema esodati in un ben apparecchiato «trappolone», nel quale il ministro è rimasto mortalmente invischiato, solo in parte per colpe sue. Ma un tipo di gestione così accentrata richiede necessariamente un’adeguata copertura politica, che ieri c’era e oggi non più.

Ora il governo dichiara l’intenzione di procedere spedito con la riforma della governance degli enti previdenziali. Nel far ciò si spera che non vorrà ripartire e riproporre il progetto di riforma del precedente governo, messo a punto da un comitato ristretto, coordinato, non a caso, da un professore bocconiano risultato poi assunto come consulente dallo stesso Mastrapasqua. Si trattava, in effetti, di un progetto debole almeno sotto due aspetti. In primo luogo depotenziava il ruolo di indirizzo delle parti sociali negli enti previdenziali, laddove, se c’è un ambito nel quale esse devono dire la loro, è proprio questo, trattandosi di soldi di lavoratori e imprese (non si capisce, invece, a che titolo società private di proprietà o partecipate delle parti sociali debbano gestire gli appalti milionari dell’informatica degli enti previdenziali, spesso affidati con modalità a dir poco opache). In secondo luogo, il progetto di riforma del precedente governo depotenziava i controlli, già difficili, sulle spese degli stessi enti, prevedendo collegi sindacali ristretti e composti da revisori privati; l’inefficacia dei controlli dei revisori esterni è già evidente in quasi tutte le società private, figuriamoci come sarebbe in un contesto nel quale i controlli riguardano soprattutto il rispetto delle specifiche norme sugli enti pubblici, sugli appalti, sul personale, sulle consulenze…

Più in generale, sarebbe auspicabile da parte del governo e del parlamento una riflessione approfondita sul ruolo acquisito negli ultimi anni dall’Inps, che è ormai diventato ben più potente di un ministero. Nel 2012, in un paese con un Pil di 1.500 miliardi, l’Inps ha pagato prestazioni per quasi 300 miliardi, di cui 261 miliardi di pensioni (237 miliardi di natura previdenziale e 41 miliardi di natura assistenziale), 13 miliardi di ammortizzatori sociali e 10 miliardi di assegni familiari. Con la confluenza di Inpdap e Ipost, l’Inps ha accentrato in sé tutte le funzioni pensionistiche pubbliche, ma anche di più. A parte il ruolo di pagatore nell’assistenza sociale e negli ammortizzatori sociali, presso l’Inps si sono concentrate alcune banche dati chiave: quella degli attivi, quella dei pensionati, quella dell’Isee e delle prestazioni assistenziali. L’Inps ha dunque i dati di tutti noi sia come lavoratori, che come pensionati, che come percettori di qualunque prestazione sociale. Di fatto, laddove negli ultimi anni, anche a causa dei tagli, i ministeri hanno perso capacità di autonoma elaborazione e valutazione delle politiche del lavoro e previdenziali, l’inverso è accaduto per l’Inps, l’unico soggetto con un bilancio autonomo, una dotazione organica enorme e la possibilità di rivolgersi, laddove necessario, anche all’esterno. Il risultato è un ente con alcune indiscutibili eccellenza, ma nel quale si concentra un enorme potere, a volte senza adeguati controlli e bilanciamento di poteri.