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Editoriale

La vera posta in gioco il 17 aprile

Matteo Renzi

L’attuale vuoto politico, che rischia di diventare catastrofico, e di cui la cosiddetta sinistra è al tempo stesso vittima e corresponsabile, fa emergere con forza la valenza probabilmente decisiva delle prossime consultazioni referendarie.

È sempre più evidente che dal loro esito dipenderanno (per dirla in modo un po’ enfatico) le sorti del paese. In questo quadro, è difficile non prendere atto del fatto che quella fra loro che riguarda il problema delle trivellazioni marine (17 aprile) stenta a decollare, quasi che il quesito fosse di significato e dimensioni minori.

Io penso che non sia così, almeno per due buoni motivi.

Il primo è più specifico, anche se presenta anch’esso valenze generalissime. Questo governo, e il partito che in questo momento esso rappresenta, esprimono la posizione più risolutamente antiambientale (attenzione: antiambientale, non semplicemente antiambientalista), che nel nostro paese sia stato dato di vedere da molti decenni (forse da sempre?).

L’ambiente, il paesaggio, il territorio, i beni culturali sono considerati, nel migliore dei casi, come degli oggetti o realtà morte, in cui investire più che si può, per ricavarne più che si può (spesso, però, sbagliando anche il calcolo dei rapporti fra investimenti e ricavati).

Se una società petrolifera o un consorzio di palazzinari glielo chiedesse, pianterebbero trivelle o edificherebbero ecomostri anche di fronte a Piazza San Marco a Venezia o in Piazza della Signoria a Firenze.

Il caso lucano è ormai sotto gli occhi di tutti, non si può più girare la testa dall’altra parte.

Osservo che, della stessa natura del caso delle trivelle, sono altri casi clamorosi come quelli del sottoattraversamento ferroviario di Firenze e dell’ampliamento sconsiderato e dissennato dell’aeroporto di Peretola, anch’esso a due passi da Firenze (la quale rischia di diventare la “città martire”, e come tale meriterebbe d’esser proclamata, di questa fase produttivistico-ambientale). Del resto, in ambedue questi casi basterebbe scavare appena più a fondo (non dico «più a fondo»; dico: «appena più a fondo»), per arrivare a scoprire le stesse logiche che hanno sovrainteso alle operazioni speculative lucane.

Per cui: chi vota sì al referendum sulle trivellazioni marine, vota contemporaneamente contro tutto questo, – contro tutto questo, e contro il suo probabile, anzi, facilmente e assolutamente prevedibile, peggioramento. Anche a tremila metri c’è dunque un interesse profondo (è il caso di dirlo) a votare al prossimo referendum sulle trivelle sottomarine.

Il secondo motivo è di carattere politico generale.

Non s’è mai visto in questo paese un governo che inviti la cittadinanza a non andare a votare a una forma di qualsiasi consultazione elettorale. Questo governo conta sulla stanchezza, la disaffezione, lo scontento, persino sull’incazzatura («vadano tutti al diavolo, non voglio più saperne!»), per continuare a governare.

Qui, a proposito delle trivelle, – tema, come ho già detto, apparentemente marginale e interesse di pochi, – si manifesta la stessa linea, non soltanto politica, ma ideologico-culturale, che si manifesta a proposito della materia dei referendum d’autunno, e cioè: quanto più si restringe la base del potere, tanto meglio è per chi governa.

Può governare meglio, con meno impacci e più libertà di movimento e di azione. Per esempio: fare quel che si vuole dell’ambiente italiano, se petrolieri, palazzinari e costruttori di strade e autostrade glielo chiedono (oppure, magari, prendere l’iniziativa di andarglielo a chiedere, se il giro dei soldi, degli investimenti e delle ricadute di potere, dovesse troppo abbassarsi).

Ma di più, molto di più: fare quel che si vuole in ogni ganglio dell’azione di governo, accantonando o eliminando del tutto controlli, verifiche, inutili discussioni (perdite di tempo, gufismi d’altri tempi).

Di fronte a questo stato di cose, e a questa prospettiva, più si vota meglio è.

Nonostante tutto, perdura qualcosa di vivo anche nella stanchezza, nella disaffezione, nello scontento, persino nell’incazzatura. Bisogna che venga fuori, per riprendere la strada comune, comune per noi, certo, ma, a pensarci bene, persino per gli altri che non la pensano come noi.

  • Massimo D’Agostino

    Con tutto il rispetto per una firma come Asor Rosa, io credo che votare sì o no cambi poco o nulla. A parte il fatto che Craxi lo diceva spesso di andare al mare in certe tornate referendarie, penso che questo referendum sulle trivelle non risolva il problema alla base della nostra politica. Il nostro governo è anti-italiano, il punto è questo. Sono uomini che, se anche andranno avanti a trivellare il paese, oltre a provocare qualche dissesto geologico, lo faranno per dei padroni stranieri, che nulla porteranno al miglioramento dei conti del paese. Non voglio fare politica, né essere un nuovo martire come Enrico Mattei, e non mi sogno nemmeno di fare apologia del fascismo di Mussolini, ma una volta il PCI chiedeva di applicare la Costituzione ed essa afferma all’articolo 43 che i servizi pubblici come quelli dell’energia possono essere espropriati. Non si vede in questa politica attuale un segno di un lavoro fatto per il bene dei cittadini, né in senso ambientalistico, né in quello economico. Siamo un paese del terzo mondo che, se mai scoprisse di avere delle ricchezze da esportare, se le farà portare via dagli stranieri a costo zero. E le inchieste non andranno a cercarli questi reati costituzionali, produrranno altre chiacchiere inutili e delle smentite più forti delle accuse, come è sempre stato anche con Berlusconi. Sul nucleare ci fu un referendum nel 1987, quando io frequentavo la terza media. Facendo una ricerca su internet ho scaricato con facilità un documento della Sogin, l’ente che ancora oggi sta smaltendo a suon di stipendi d’oro e di investimenti in partecipazioni Eni ciò che resta del progetto sul nucleare. Vi invito a leggerlo e commentarlo, visto che prendete fondi pubblici per definirvi giornalisti. Capireste che se non si cambia registro, ma veramente, non per gioco, ci sarà sempre qualcuno che si farà beffe di questi plebisciti pro o contro Renzi.

  • RossoVeneziano

    Sono ancora indeciso tra votare NO e astenermi al referendum. Impedire di sfruttare giacimenti ancora non esauriti è demenziale. Ma capisco che del merito a chi voterà Sì come Grillo e Salvini interessa poco, tutto fa brodo pur di mandare un segnale contro Renzi, la loro ossessione. Quanto ad Asor Rosa, è quello che tempo fa invocava il golpe dei carabinieri, lezioni di democrazia da lui anche no, c’è un limite a tutto.

  • rocco siffredi

    “L’attuale vuoto politico, che rischia di diventare catastrofico, e di
    cui la cosiddetta sinistra è al tempo stesso vittima e corresponsabile…”. Che cosa sarebbe la sinistra? Chi ruba di meno? Ancora queste illusioni? Ma dove vive? E cosa pretende? Com’è comodo parlare di “sinistra” (o “destra”) senza specificare chi e che cosa. Ci dica per chi voterà a Roma, piuttosto. E del resto la sua disamina del prossimo referendum (ammesso si svolga il 17 c.m.) dimostra che Lei si è informato poco e male al riguardo, visto che in ballo non sono tanto le trivellazioni marine quanto piuttosto gli sghei. Ed è per quello che bisogna andare a votare: per superare il quorum (che vinca il sì lo dò per scontato come lo dà per scontato il governo che non ha accorpato).
    “Non s’è mai visto in questo paese un governo che inviti la cittadinanza a
    non andare a votare a una forma di qualsiasi consultazione elettorale.” Evidentemente i nomi di Craxi o Berlusconi a Lei dicono poco.
    “Nonostante tutto, perdura qualcosa di vivo anche nella stanchezza, nella
    disaffezione, nello scontento, persino nell’incazzatura. Bisogna che
    venga fuori, per riprendere la strada comune, comune per noi, certo, ma,
    a pensarci bene, persino per gli altri che non la pensano come noi.” Noi chi? Da altro che non la pensa come Lei La invito ad andare a votare per Virginia Raggi alle prossime amministrative: così, per provare a riempire il vuoto.

  • Milena Bruno

    Sulle ragioni della partecipazione e dell’astensione al referendum del 17 aprile ..
    Al di lá del merito del referendum che riguarda il limite temporale delle concessioni petrolifere entro le 12 miglia, l’invito governativo di astenersi dal votare è in linea con la legittimazione democratica di questo governo che, si rammenti bene, non è stato scelto sulla base di un risultato elettorale ma attraverso l’imprimatur del presidente .
    Ció è avvenuto con la sostituzione dei precedenti governi che pure non godevano di chiara legittimazione dalle elezioni, sulla spinta di risultati alle elezioni europee e di un meccanismo, auto certificato e forse poco super partes , che è la legittimazione che emerge dalle primarie.
    La partecipazione al referendum e’ pertanto necessaria perché è uno strumento di Democrazia Diretta e il Potere ha capito che può fondarsi
    i sull’ Astensione: che pochi vadano a votare e’ nell’interesse di chi sta nella stanza dei bottoni , perché una via costituzionale di legittimazione , in quella posizione,riuscirà facilmente a trovarla