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Editoriale

La svolta che Renzi non vede

Matteo Renzi

Il rischio di una svolta autoritaria fa sorridere il nostro Presidente del Consiglio. Forse perché egli ritiene che sia un’accusa rivolta alla sua persona, e Matteo Renzi non si vede nelle vesti del dictator romano. Non è difficile dargli ragione: nessun Cesare si scorge all’orizzonte.

Riducendo tutto ad una battuta, però, non ci si avvede della sostanza del problema.

Se allora volessimo discutere seriamente della “svolta autoritaria” dovremmo rivolgere l’attenzione alle più profonde trasformazioni che nel corso degli ultimi anni hanno riguardato l’assetto dei poteri e il modello di democrazia. È su questo terreno che si registra un’involuzione di lungo periodo che non fa affatto sorridere, ma che spiega molto del presente e delle politiche attuali.

Da tempo ormai gli studiosi hanno segnalato il passaggio che ha portato la nostra democrazia rappresentativa a conformarsi come “democrazia d’investitura”. Un modello che ha in sé connotati autoritari e sconta una riduzione del pluralismo sociale e politico. A che vale negarlo? Per di più – anche questa è una constatazione ormai banale – le logiche di un tale modello asfittico di democrazia sono state favorite nei tempi più recenti dall’estendersi della componente plebiscitaria (ovvero, nella sua forma degenerata, populista) entro i nostri sistemi politici. Così si spiegano tanti successi politici repentini, costruiti sull’onda dell’emozione più che su quella della ragione. Perché non ammetterlo?

Anziché negare l’evidenza varrebbe la pena riflettere sui caratteri di questa torsione delle democrazie per poi scegliere “da che parte stare”: se operare per conservare e perfezionare lo stato di cose esistenti, ovvero tentare di invertire la rotta.

Non è neppure difficile cogliere gli elementi di fondo delle trasformazioni in atto. Si pensi al terreno propriamente politico ed istituzionale. Chi può negare, ad esempio, che l’intera sfera della politica sia ormai tendenzialmente ricondotta al solo momento elettorale. E questo viene semplificato, facendo astrazione del suo contenuto reale, riducendolo ad un forma spettacolare e un po’ teatrale di duello, neppure più tra forze politiche, tra programmi, bensì tra leader. Lotta tra capi che si identificano con un popolo e il cui carisma è legato all’immagine che essi riescono a trasmettere di sé, non necessariamente invece a concreti programmi politici di cambiamento. Il cambiamento – semmai ci sarà – avverrà dopo la vittoria e sarà il leader a definirne la direzione, legittimato da un voto alla persona che gli permette qualunque scelta (in base al classico principio identitario che attribuisce al capo il ruolo di interprete della volontà del popolo). Per questo quel che conta non è garantire il pluralismo, la rappresentanza reale degli interessi sociali e culturali, bensì esclusivamente la decisione e la possibilità di governare.

Al conflitto e alle esigenze di mediazione che la democrazia pluralista impone, con le conseguenti lentezze per la ricerca del consenso e del compromesso tra le forze politiche, si contrappongono la velocità e l’innovazione come valori in sé, come categorie post-politiche, se non direttamente anti-politiche.

Cambiamenti energicamente caldeggiati, ma il cui contenuto specifico s’è ormai affrancato dalla politica intesa come regolazione di interessi entro una prospettiva di emancipazione complessiva. Trasformazioni che, perlopiù, si limitano ad assecondare le tendenze in atto, liberamente interpretate da chi governa. Mutamenti che, in ogni caso, non hanno bisogno di essere giustificati: il distacco dalla società e dalla rappresentanza reale rende la politica autosufficiente, comunque in grado di governare anche se espressione di una sempre più ridotta minoranza. Il potere si svincola sempre più dal consenso della maggioranza dei consociati. Il popolo, reso spettatore, potrà assistere alla recita che la politica dà di se stessa. Qualcuno potrà applaudire, altri scuotere il capo, magari anche indignarsi, in ogni caso però è sul palco che va in scena la spettacolo e dai loggioni si può solo guardare.

Queste tendenze di mutazione profonda delle nostre democrazie non sono recenti né limitate al nostro Paese. In Italia, da almeno vent’anni assistiamo ad una progressiva verticalizzazione del sistema politico e istituzionale, ad una riduzione della rappresentanza. L’affermarsi del modello maggioritario ne costituisce il suo esemplare riflesso.

Se questo è il quadro dell’esistente osservo, semplicemente, che le grandi riforme annunciate, con la predisposizione della nuova legge elettorale ipermaggioritaria, accompagnata da una modifica della costituzione confusa, nonché sostenuta da un’ulteriore concentrazione dei poteri nelle mani dell’esecutivo e, in particolare, del Presidente del Consiglio, si pongono in sostanziale continuità con il passato. Passi ulteriori compiuti nella direzione della costruzione della contemporanea “democrazia identitaria”. Un esito cui si deve pervenire, sempre che si voglia guardare al fondo dei problemi e delle tendenze in atto, senza fermarsi invece alla superficie del cambiamento messianicamente annunciato.

Se si volesse provare ad uscire dalla palude, segnando una soluzione di continuità con il passato, dovremmo ricercare soluzioni ben più radicali e critiche rispetto alla nostra storia recente. Dovremmo ricercare una soluzione di continuità. Potremmo magari provare ad aprire le porte alla rappresentanza reale, favorendo la partecipazione e la cittadinanza attiva. Scommettere sulla complessità e non sulla semplificazione della politica (del suo linguaggio, del suo operare), valorizzare il conflitto come strumento per fare evolvere la società e la cultura del pluralismo e non strozzare ogni differenza accusata di rappresentare solo un ostacolo al cambiamento. Ma poi quale cambiamento?