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Cultura

La stella rossa che vuole essere una supernova

Astronomia. Betelgeuse, della costellazione di Orione, sta cambiando luminosità e forma. Diverse le ipotesi su cosa accadrà. Negli articoli scientifici pubblicati al riguardo fa capolino la speranza di stare per assistere al fenomeno più spettacolare che possa andare in scena sopra le nostre teste. L’ultima esplosione del genere di un astro fu osservata da Keplero nel 1604.

Un’immagine di Betelgeuse, la stella che si trova a circa 700 anni luce dalla Terra

Un’immagine di Betelgeuse, la stella che si trova a circa 700 anni luce dalla Terra

Non è difficile identificare nel cielo notturno la costellazione di Orione, persino nei cieli inquinati di luce delle nostre città. In questa stagione, basta guardare verso sudest all’inizio della notte. La forma è inconfondibile: alcuni vi vedono una somiglianza con una caffettiera, altri con una clessidra, ma gli antichi, assai meno prosaici di noi, nelle linee immaginarie che uniscono le sette principali stelle di quella zona di cielo scorgevano il profilo del cacciatore gigante Orione, che secondo tutte le diverse versioni della mitologia, Zeus collocò in cielo dopo la sua morte, non lontano dal suo fedele cane Sirio – che dà il nome alla stella più luminosa dell’emisfero nord.
Della costellazione di Orione fanno parte due fra le dieci stelle più luminose della volta celeste, entrambe dai nomi derivanti dall’arabo, Rigel e Betelgeuse.

Quest’ultima, sul lato sinistro, al di sopra delle tre famose stelle che formano la Cintura d’Orione, è in questi mesi la protagonista di un fervente dibattito fra gli astronomi. Si tratta di una cosiddetta gigante rossa, un enorme astro che, se collocato al centro del sistema solare, occuperebbe tutto lo spazio fin quasi all’orbita di Giove, e che si trova a 700 anni luce di distanza. E dunque, come sempre accade quando osserviamo un oggetto celeste, la luce che ci arriva da questa bellissima stella è stata emessa molto tempo fa; nel caso specifico, circa 7 secoli fa. E la domanda che si stanno facendo gli astronomi di tutto il mondo è: che sta succedendo a Betelgeuse? O, per meglio dire, cosa è successo 7 secoli fa a questa stellona?

D’IMPROVVISO, infatti, a ottobre la sua luminosità ha cominciato a decrescere significativamente: all’inizio di febbraio era diminuita di oltre due terzi. Pur essendo una stella che, come molte delle sue colleghe giganti rosse, presenta una certa variabilità, questa non aveva mai superato il 25%. È proprio per questa variabilità storica che Betelgeuse è tecnicamente la stella alfa , cioè la più luminosa, della costellazione di Orione, pur essendo Rigel oggigiorno realmente la più luminosa (e che è invece ufficialmente beta, la seconda più luminosa). Una diminuzione così repentina e consistente di luminosità non è solo sorprendente, ma è anche per il momento priva di una spiegazione astrofisica accettata. A questa diminuzione di luminosità è associato anche un cambio nella forma che, secondo le recentissime osservazioni del telescopio Vlt dello European Southern Observatory, in Cile, sarebbe ora assai più ovoidale che un anno fa. A febbraio, intanto, sembra che Betelgeuse abbia iniziato a recuperare un 10% della sua luminosità.

OVVIAMENTE le ipotesi messe in campo sono molte, da una gigantesca cella convettiva, che funzionerebbe come le macchie solari e che potrebbe star rivoluzionando la superficie della stella, a una nube di polveri, che potrebbe essere passata davanti alla stella oscurandola parzialmente. Ma dietro il linguaggio tecnico dei molti articoli scientifici pubblicati in queste settimane, nascosta fra i possibili complessi modelli elencati da compunti ricercatori per spiegare questa anomalia, fa capolino quella che è davvero la speranza di ogni astronomo che si pregi di questo nome: quella di stare assistendo alle prime avvisaglie del fenomeno più spettacolare che possa andare in scena al di sopra delle nostre teste: l’esplosione di una supernova.

BENCHÉ l’enorme numero di stelle e di galassie fa sì che praticamente ogni giorno esploda una supernova da qualche parte nell’universo, l’esplosione di una supernova nella nostra galassia, e, segnatamente, nella porzione di Via Lattea che noi possiamo osservare, è un evento più unico che raro. L’ultima cosiddetta «supernova storica» risale a più di quattro secoli fa, in linea con la statistica calcolata di una supernova ogni circa 300 anni per galassia. In totale, di supernovae di cui possediamo una testimonianza registrata ce ne sono solo sei: quella del 185, nella costellazione del Centauro (osservata dai Cinesi); quella del 1006, nella costellazione del Lupo (osservata in Europa e in Oriente); una nel 1054, nella costellazione del Toro, che oggi si chiama Nebulosa del Granchio (osservata dagli astronomi cinesi); una nel 1181, nella costellazione del Cigno (osservata in Cina e Giappone); quella famosa del 1572, nella costellazione di Cassiopea (osservata da Tycho Brahe, che diede il nome di nova a questo tipo di stelle); e l’ultima: nel 1604, nell’Ofiuco (osservata da Keplero). Nel 1987, poi, è anche esplosa una supernova nella galassia nostra «vicina», Andromeda, che fu causa di enorme entusiasmo da parte della comunità astronomica del tempo per la sua relativa vicinanza – ma, per i più, era poco più di una curiosità scientifica.

IL CASO di Betelgeuse sarebbe del tutto diverso: si calcola che quando diventerà una supernova sarà più luminosa della luna piena e sarà visibile anche di giorno per settimane. È noto da tempo che questo sarà il suo destino, tra ora e i prossimi 100mila anni (un battibaleno, in termini astronomici): le stelle come Betelgeuse bruciano «velocemente» (una decina di milioni di anni, l’età di questa stella) il loro idrogeno e quando finisce, esplodono, espellendo le parti più esterne, emettendo una quantità enorme di energia (capace di trasformare il ferro, elemento più pesante che si forma al centro delle stelle, in atomi più pesanti) e lasciando al centro una scoria densa e scura che diventerà una stella di neutroni o un buco nero. Per confronto il sole, una stella più piccolina e tranquilla, vivrà altri 5 miliardi di anni, e si spegnerà con molto meno glamour, trasformandosi prima in una gigante rossa e poi in una nana bianca.

Quella di Betelgeuse magari è solo una fluttuazione di luminosità che qualche bravo astronomo saprà spiegare con un bel modello fisico. Ma la speranza di poter assistere in diretta alla più spettacolare esplosione celeste da quattro secoli a questa parte rimane.

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È morto Freeman Dyson

Il fisico Freeman Dyson è morto venerdì a Princeton all’età di 96 anni. Scienziato notissimo, soprattutto negli Stati Uniti, con Richard Feynman, Julian Schwinger e Sin-Itiro Tomonaga, è tra i padri dell’elettrodinamica quantistica, la teoria che nel 1949 unì la relatività speciale di Einstein con l’elettromagnetismo e per la quale gli altri tre vinsero un premio Nobel. Ma Dyson era molto ascoltato anche al di fuori della comunità accademica. Era noto per la sua capacità di immaginare l’evoluzione tecnologica futura (dalle astronavi a propulsione nucleare a nuove generazioni di reattori) e per le sue posizioni in ambito climatico. Dyson diffidava dei complessi modelli matematici adottati dai climatologi e riteneva più urgente occuparsi di difesa dell’ambiente piuttosto che di frenare il riscaldamento climatico.

Abbiamo due lune. Una minuscola

Per qualche settimana avremo due lune. Oltre a quella che conosciamo, la gravità terrestre ha «catturato» anche «2020 cd3», un asteroide che sta ruotando intorno alla Terra. La nuova luna è davvero molto piccola e misura tra gli 1,9 e i 3,5 metri. Secondo gli astronomi del «Centro per i pianeti minori» dell’International Astronomical Union che l’hanno avvistata, 2020 cd3 ruota intorno al nostro pianeta in 47 giorni seguendo un’ellisse che la porta molto più lontana dell’altra luna. Ma l’orbita di 2020 cd3 è instabile e probabilmente nel mese di aprile si sgancerà di nuovo dal nostro pianeta. Non è la prima volta che un altro corpo celeste viene attratto dalla Terra fino a entrare in orbita. Nel settembre del 2006 anche un altro asteroide, 2006 rh210, per nove mesi rimase in orbita intorno al nostro pianeta.

In Cina, addio a «publish or perish»

Il ministero della ricerca e dell’istruzione cinese ha vietato la pratica di pagare i ricercatori in funzione del numero delle loro pubblicazioni scientifiche e di adottare criteri di valutazione che valorizzino la qualità delle pubblicazioni. Molte università cinesi, infatti, elargiscono dei bonus economici ai ricercatori per il solo fatto di aver pubblicato articoli scientifici, promuovendo così la cultura del «publish or perish» (pubblica o muori) già diffusa nella comunità scientifica occidentale. Questa pratica ha aumentato la produttività scientifica dei ricercatori cinesi che hanno più che triplicato le loro pubblicazioni dal 2009 a oggi. Ma ha moltiplicato la ricerca di bassa qualità e pratiche discutibili come i plagi e le manipolazioni dei dati allo scopo di accelerare la produzione di (false) scoperte scientifiche.


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