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Corruttori e corrotti, ipotesi psicoanalitiche (Mimesis, pp. 194, euro 18), a cura di Laura Ambrosiano e Marco Sarno, rappresenta un unicum nel panorama della bibliografia sulla corruzione. Esiste infatti una sterminata pubblicistica di natura economica, giuridica, sociologica o criminologica sulla corruzione; ma non risulta che il tema fosse mai stato indagato da un punto di vista psicoanalitico. Ora lo fa invece questo libro, nato dall’impegno di un gruppo di psicoanalisti del «Centro Milanese di Psicoanalisi Cesare Musatti», e già solo la novità del punto di vista prescelto basterebbe a conferire interesse all’indagine.

NON SONO INTERESSANTI solo le premesse dell’indagine: lo sono anche le conclusioni, se di conclusioni è possibile parlare, cui l’indagine giunge. Interessanti sono tutti i pezzi che compongono il mosaico del libro, nei quali – pur essendo ciascun pezzo opera di un autore diverso e pur essendo molto diverse fra loro e mai ripetitive le voci degli autori – è tuttavia possibile rintracciare un elemento comune, rappresentato dall’idea secondo la quale la corruzione non deve essere intesa come un fenomeno estraneo alla persona, bensì come una conseguenza di processi più profondi, che dalla storia e dalla struttura identitaria della persona non possono prescindere.

Gli autori di Corruttori e corrotti vogliono cioè dirci che la corruzione, prima ancora di essere un fatto economico o sociale, è un fatto personale; con la conseguenza che la sua comprensione e la sua cura non vanno cercate «nel mondo esterno», per usare le parole che Etty Hillesum riferiva nientemeno che al nazismo e alla volontà di sterminio degli ebrei, se non a patto di «aver fatto prima la nostra parte dentro di noi. Dobbiamo cercare in noi stessi, non altrove», aggiungeva Etty Hillesum; e se cerchiamo in noi stessi, sembrano voler farci capire gli autori di Corruttori e corrotti, vedremo che la corruzione è il frutto quasi sempre di una mancanza di fiducia nella «communitas» e nelle sue capacità. Come dire: non ho fiducia in ciò che potrebbe nascere spontaneamente e naturalmente dalla nostra relazione interpersonale, e per questo credo che sia inevitabile o comunque necessario corromperla, corromperti (tu singolo, tu Stato).

ECCO PERCHÉ LA CORRUZIONE – lo spiega benissimo Cristina Saottini nel suo intervento – è sempre anche «una falsificazione, una distorsione della rappresentazione di sé e dell’altro» ed è spesso anche il frutto di una corruzione, nello stesso senso, dei rapporti famigliari: perché è a partire dai rapporti famigliari (nell’infanzia e nell’adolescenza) che ciascuno costruisce la propria identità e la propria fiducia nel mondo, in certi sistemi morali anziché in altri.

La vera rivoluzione consisterebbe dunque non in un’ennesima riforma legislativa, in un’ennesima introduzione di nuove regole o divieti, anche perché l’eccesso di regole e divieti è semmai fonte di per sé di nuove possibili corruzioni; bensì nella costruzione di una nuova mentalità, che ponga la comunità invece del singolo al centro del pensiero, la relazione al posto del narcisismo e del solipsismo.