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Cultura

La sfida in nome dell’efficienza che minaccia libertà e diritti

Scaffale. «Tecnocrazia e Democrazia» di Francesco Antonelli, per L’Asino d’oro. La digitalizzazione è per l'autore non un fattore, ma la condizione che rende possibile la globalizzazione. La ragione tecnocratica è l’apoteosi della ragione illuminista che stabilisce anche i risultati desiderati, non solo i mezzi per ottenerli. Tuttavia, per criticare la ragione tecnocratica bisogna costruire una nuova forza egemonica in grado di contro-argomentare rispetto ai temi del mercato

Con il suo Tecnocrazia e Democrazia (L’Asino d’oro, pp. 170, euro 18), Francesco Antonelli affronta un tema caldo della riflessione sociale e politica contemporanea: gli effetti della tecnocrazia come dispositivo sociale sull’organizzazione del potere e sull’equilibrio della democrazia. In definitiva come capacità di esercitare egemonia culturale, simbolica.

NEL VOLUME si descrivono con acutezza i processi che hanno presieduto allo sviluppo storico del concetto di tecnocrazia in politica a partire dal capitalismo industriale e come la scienza e l’expertise degli intellettuali abbiano contribuito alla strutturazione dello Stato ai fini di favorire il mercato, in quella che è stata un’evoluzione dei rapporti tra sapere e potere. Al potere degli esperti si sostituisce infatti con il tempo il potere delle procedure e della datificazione dei fenomeni sociali che consente alle macchine di sviluppare metodi decisionali sempre più post-umani che non dipendano, se non indirettamente, dall’intervento e dalla decisione delle persone.

Dopo il notevole lavoro di Antonelli per ricostruire storicamente l’avanzata della tecnocrazia al centro del potere, nella seconda parte del testo si affronta l’analisi del presente individuando chi siano i tecnocrati, come funzioni il potere tecnocratico e quali culture lo informino. Non sarebbe giusto, né legittimo, criticare il potere tecnocratico sulla base di una presunta mancanza di riconoscimento di valori etici umani. Questa è la strada critica della scuola di Francoforte che a giudizio di Antonelli si scontra con l’esito principale della tecnocrazia che si propone nelle sue punte più avanzate di far convergere mezzi e fini della società, cioè di far valere non solo il know-how tecnico nella presa di decisione politica, ma di incarnare la stessa ragione ideologica dell’efficienza. La tecnocrazia, nella forma di un potere macchinico e procedurale, sarebbe quindi in grado di istituire il mito di sé stessa.

LE TECNOLOGIE DIGITALI sono state in grado di offrire una sostituzione della divinità stessa, in quanto sistema di potere al quale affidarsi completamente, perché infallibile. Tale carattere mitico impedisce di intervenire con una distanza critica e impone la propria logica come una ragione di ordine superiore capace di costruire un discorso egemonico che non può mai diventare oggetto di controllo o valutazione.

Nel quadro della quantificazione del fenomeno sociale sono gli attori multinazionali gli unici in grado di intervenire con un’azione politica vera e propria e sono sempre loro a governare i processi di globalizzazione e totalizzazione degli interessi del mercato internazionale come i soli in grado di produrre efficienza e buon governo.

La digitalizzazione è per Antonelli non un fattore, ma la condizione che rende possibile la globalizzazione. La ragione tecnocratica è l’apoteosi della ragione illuminista che stabilisce anche i risultati desiderati, non solo i mezzi per ottenerli. Tuttavia, per criticare la ragione tecnocratica bisogna costruire una nuova forza egemonica in grado di contro-argomentare rispetto ai temi del mercato.

L’indicazione dell’autore è che sia necessario promuovere discorsi capaci di preservare la razionalità come processo e progetto collettivo e pragmatico, vale a dire restando dalla parte della ragione e della scienza. Ma quale scienza? La scienza dell’automazione dei processi ad alta intensità energetica, o quella che chiede di lavorare in favore dell’economia circolare per rispettare l’ambiente?

L’APPELLO A UN’UMANITÀ di carattere esclusivamente etico non sarebbe sufficiente senza il richiamo a una più forte idea di efficienza. Ma l’efficienza si definisce sempre in base a parametri che non possono trovarsi al suo interno. Assolutizzarla è rischioso. Efficiente per chi? Per il mercato, per il capitale o per la collettività, per le soggettività fragili?

La democrazia non riguarda l’efficienza, ma la capacità di interpretare la giustizia in modo da permettere alla legalità di avvicinarvisi il più possibile. Questa grande sfida non è risolta da un semplice appello alla scienza e alla ragione, ha bisogno della politica, intesa come capacità di governo e mediazione degli interessi dei gruppi di potere. Anche la ragione, infatti, non esiste senza incarnarsi in un sistema di valori. Ragionevole per chi? Assumere rigidamente tecnologia e efficienza come le uniche medicine per sanare la democrazia può avere effetti collaterali indesiderati. Anche gravi.


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