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Editoriale

Scuola, fermiamo il treno in corsa

È stato proclamato dai sindacati per il 5 maggio lo sciopero generale della scuola, unitario come non si vedeva dal lontano 2007, che chiede un cambiamento netto del Disegno di legge del governo.

Forse qualcuno aveva sperato che la velocità del percorso parlamentare sul ddl scuola, imposto contingentando in maniera indecente i tempi della discussione, non desse tempo alla scuola reale di esprimere riserve e contrarietà. E si è sottovalutato quanto la scuola fosse sempre più preoccupata rispetto a un testo molto diverso da quello presentato alla consultazione, soprattutto sul tema decisivo del governo del sistema.

In queste ultime settimane si sono moltiplicate iniziative sul ddl, sempre più affollate e sempre più combattive. Insieme alla consapevolezza cresceva la protesta. Una prima risposta è stata proprio la partecipazione massiccia, l’80% dei docenti, alle elezioni delle Rsu nelle scuole.

La manifestazione di ieri a Roma, affollata molto al di là delle previsioni, è testimonianza concreta di una volontà precisa. La scuola vuole contare e dire la sua. E la proclamazione dello sciopero del 5 maggio ne è testimonianza. I resoconti parlamentari ci raccontano di audizioni dalle quali sono venute critiche e insieme proposte di cambiamento. C’è un documento di 32 associazioni (di docenti, studenti, dirigenti, genitori) concordi su alcuni punti da cambiare. Ci sono associazioni di dirigenti scolastici che criticano un testo «mal scritto, contraddittorio e molto lontano dalle esigenze della scuola». Ci sono richieste di gruppi parlamentari che hanno proposto di stralciare dal disegno di legge la parte relativa al precariato, per permettere le stabilizzazioni dal 1 settembre, senza ricattare il Parlamento con la tagliola dei tempi.

Mi pare allora che la fretta di arrivare a una legge seguendo impensabili scorciatoie parlamentari, rifiutando ogni confronto con le realtà sociali ed associate della scuola, ma anche con gli stessi legislatori sia la dimostrazione concreta che la scuola disegnata dal governo è tutt’altro che buona.

E che il governo rifugge dal confronto proprio perché sa che quelle proposte non otterrebbero mai, nella scuola, una significativa base di consenso.

Per questa scuola non è prevista nessuna valorizzazione, anzi si assisterà a un nuovo taglio delle risorse. Il Def, approvato dal governo solo pochi giorni fa, prevede per l’istruzione risorse pari al 3,7% del Pil, rispetto al 4,5 del 2010 e al 5,4 del 1990. In un confronto con gli altri paesi europei saremmo, come al solito, gli ultimi della lista. Insomma, dopo i drastici tagli di Tremonti e Gelmini che hanno indebolito la qualità della scuola, in particolare della primaria, un tempo ai primi posti nelle classifiche internazionali, con una pesante riduzione di tempo pieno e di insegnanti, non si segna nessuna inversione di rotta.

Altra questione cruciale è l’impianto autoritario su cui si vorrebbe far leva per riformare la scuola. La scelta degli insegnanti da parte dei dirigenti ferisce in modo grave l’unità del sistema e rischia di promuovere una pericolosa gerarchia tra scuole. Inoltre si creerebbe una subordinazione degli insegnanti nei confronti dei dirigenti – ai quali viene dato il potere di assegnare premi e gratifiche in denaro -, che mette pericolosamente in discussione la libertà di insegnamento. Segnalo questi due problemi per tutti che, insieme alla questione della stabilizzazione dei precari, hanno fatto scattare un segnale di allarme, imponendo di allargare una mobilitazione sociale da tempo in atto. È l’unica strada per fermare il cammino di un treno ormai in corsa.

  • Letizia Adduci

    Sono una dirigente scolastica e dirigo un istituto comprensivo di sette scuole, con un totale, tanto per nominare un punto che il DDL neanche vede, di due collaboratori scolastici per plesso. Il prossimo anno non potrò nemmeno sostituirli se si ammaleranno – questa è la manovra finanziaria – e non so come aprirò le scuole. Il mio attuale orario di lavoro (che mi autogestisco) supera le 60 ore settimanali, molte delle quali dedicate a sopperire a inefficienze del sistema, a inventare soluzioni acrobatiche date le risorse troppo scarse, a far fronte a molestie burocratiche di ogni genere. Non voglio neppure immaginare come diventerebbe la mia giornata (nottata?) quando dovessi anche improvvisarmi cacciatrice di teste senza averne le competenze – e non le posseggo perché non mi interessano e non fanno parte del mio lavoro e nemmeno del mio contratto, che peraltro non viene rispettato dall’Amministrazione neppure sul fronte del mio stipendio. Per una buona scuola ci vuole anche una buona riforma, non basta aizzare le famiglie contro i docenti e scaricare tutti i guai su un dirigente lasciato da solo.

  • RossoVeneziano

    Una dirigente scolastica non è in grado di scegliere gli insegnanti migliori? Non avrà sbagliato mestiere? Posso capire se mi dice che non lo vuole fare per motivi ideologici, politici, di principio ma se mi dice che non ha le competenze per valutare il lavoro dei docenti allora è parte del problema, non della soluzione. La scuola va riqualificata a tutti i livelli.

  • Letizia Adduci

    Venga a trovarmi un giorno di questi e potrà giudicare di persona, non pescandomi da un albo o leggendo un curriculum – come sembra che dovrò fare io con dei perfetti sconosciuti – se io abbia sbagliato mestiere. Nel caso, non tema: su di me deciderà il direttore dell’ufficio scolastico regionale, come è giusto. Per allontanarmi, però, non per assumermi: per quello la legge e la Costituzione prevedono, giustamente, un concorso.

  • Tina Parodi

    Da ciò che scrive è chiaro che lei non appartiene al mondo della scuola, non lo conosce, non sa neanche quale sia il ruolo dei dirigenti…! Che parla e sparla? Io non mi permetto di entrare in merito ad argomenti e problemi che non conosco. Stanno riuscendo a distruggere la scuola pubblica proprio facendo leva su persone come lei, accrescendo sentimenti di astio che lei favorisce e facendo si che siamo tutti contro tutti. Si vergogni!

  • RossoVeneziano

    In quale passaggio di ciò che ho scritto avrebbe avvertito astio? E nei confronti di chi? Io non nutro alcun astio e la scuola la conosco da ex studente. Ne parlo perché ci ho passato anni della mia vita. Voi degli studenti ve ne fregate, pretendete un trattamento di favore a prescindere dagli standard di insegnamento garantiti. Mi dispiace ma quell’epoca è FINITA, è giunto il momento del merito. Io di professori eccellenti ne ho avuti, a cui sono grato, ma ne ho avuti anche di pessimi. Dovrebbero essere gratificati allo stesso modo? In base a quale principio? Mettetevi in gioco, cambiate, acquisite nuove competenze. O fate spazio alle nuove generazioni.